Lo sapevano tutti.
Lo sapevano già quando è partito il PNRR.
Lo sapevano i ministeri, le università, le Regioni, i direttori generali, i tavoli tecnici e le organizzazioni professionali: senza infermieri il Servizio sanitario nazionale non reggeva. Eppure, nonostante miliardi di euro, conferenze, slogan sulla “centralità del personale” e campagne celebrative, non è cambiato quasi nulla nella programmazione reale del sistema.
Oggi ci ritroviamo esattamente dove eravamo: pochi professionisti, stipendi insufficienti, fuga verso l’estero o verso il privato, burnout crescente e giovani sempre meno attratti da una professione che tutti definiscono “fondamentale”, ma che nessuno tratta davvero come tale.
Il paradosso è tutto qui: l’Italia continua a dire che gli infermieri sono indispensabili, ma continua a costruire condizioni che li spingono ad andarsene.
Una crisi prevista e mai affrontata davvero
La carenza infermieristica non è una calamità improvvisa.
Era già evidente prima della pandemia, ed è diventata drammaticamente chiara dopo il Covid. Eppure il PNRR, pur investendo enormi risorse nella sanità territoriale, nelle Case di Comunità e nella riorganizzazione dell’assistenza, non ha affrontato il nodo principale: chi ci lavorerà dentro?
Si è continuato a ragionare sulle strutture senza affrontare seriamente il tema delle persone.
Le università non hanno visto una rivoluzione vera nella programmazione degli accessi, nella tutela degli studenti o nella valorizzazione del percorso formativo. Non si è costruita una strategia nazionale per rendere la professione attrattiva. E soprattutto non si è avuto il coraggio politico di riconoscere economicamente e socialmente il valore del lavoro infermieristico.
Si poteva fare molto di più
E non si dica che mancavano le idee.
Le soluzioni erano sul tavolo da anni.
Si poteva reintrodurre per alcuni anni un vero bonus studente per chi sceglieva infermieristica, alleggerendo costi universitari, affitti e tirocini massacranti.
Si poteva attivare realmente la libera professione per i dipendenti pubblici, senza ostacoli burocratici e con regole moderne, permettendo agli infermieri di integrare reddito e competenze senza essere costretti a lasciare il SSN.
Si poteva investire seriamente nel welfare aziendale: sostegni psicologici veri, servizi per le famiglie, flessibilità organizzativa, tutela della genitorialità, incentivi alla permanenza.
Si potevano creare residenze dedicate o assegnare appartamenti a prezzi calmierati ai nuovi assunti nelle grandi città, dove oggi uno stipendio da infermiere spesso non basta nemmeno per vivere dignitosamente.
E soprattutto, vista l’emergenza reale, si poteva avere il coraggio di fare ciò che già accadde negli anni ’90 con il ministro De Lorenzo: aumentare sensibilmente gli stipendi. Un incremento importante, strutturale, capace di restituire dignità economica a una professione essenziale.
Perché la verità è semplice: non si trattiene personale solo con la retorica della vocazione.
Il problema non è la retorica. È che è rimasta solo quella
Ogni 12 maggio assistiamo allo stesso copione.
Corone in testa.
Lanterne in mano.
Post celebrativi.
Frasi motivazionali.
Ringraziamenti pubblici.
Gli infermieri vengono raccontati come eroi, angeli, colonne del sistema. Ma fuori dalle celebrazioni resta una realtà fatta di turni impossibili, aggressioni, stipendi bassi, carichi di lavoro insostenibili e crescente esaurimento emotivo.
E allora viene da chiedersi: se davvero il sistema credesse che gli infermieri sono così indispensabili, avrebbe continuato a trattarli in questo modo?
La risposta purtroppo è evidente nei numeri delle dimissioni, nella fuga all’estero, nei concorsi deserti e nella crisi delle iscrizioni universitarie.
La verità che nessuno vuole dire
Non basta più dire che gli infermieri sono importanti.
Bisogna dimostrarlo con scelte economiche, organizzative e politiche concrete.
Perché finché la professione resterà schiacciata tra responsabilità enormi e riconoscimenti insufficienti, il problema continuerà ad aggravarsi. E nessuna campagna celebrativa potrà compensare il senso di abbandono che molti professionisti vivono ogni giorno.
Il rischio più grande non è solo perdere infermieri.
È perdere definitivamente la credibilità di un sistema che li applaude pubblicamente ma, nei fatti, continua a considerarli una voce di costo invece che il pilastro della sanità italiana.

