La risoluzione approvata all’unanimità dal Consiglio regionale della Lombardia, che introduce la figura dell’Assistente Infermiere nel sistema sanitario regionale, si colloca in un contesto di forte pressione sul Servizio sanitario, segnato dalla carenza di personale, dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento della cronicità.
L’iniziativa, promossa dai consiglieri Giulio Gallera e Carmela Rozza, dichiara esplicitamente di non voler sostituire l’infermiere, ma di affiancarlo.
Questa affermazione, tuttavia, deve essere analizzata oltre il piano puramente dichiarativo.
Dal punto di vista giuridico, la Regione Lombardia esercita una competenza organizzativa legittima in materia sanitaria, ma non può istituire autonomamente nuove professioni sanitarie né modificarne i profili. L’Assistente Infermiere trova infatti fondamento esclusivamente nel perimetro tracciato dal DPCM nazionale che disciplina l’area di supporto all’assistenza infermieristica. La Regione può regolamentarne l’impiego organizzativo, ma non ampliarne funzioni, autonomia o responsabilità professionale.
Il primo nodo giuridico critico riguarda quindi la delimitazione delle competenze. Se il ruolo dell’Assistente Infermiere non è definito in modo rigoroso e tassativo, il rischio concreto è una sovrapposizione funzionale con l’infermiere, in contrasto con il principio di tipicità delle professioni sanitarie, con il sistema ordinistico e con la responsabilità professionale delineata dalla normativa nazionale e dalla giurisprudenza.
In altre parole, non è sufficiente affermare che la figura sia complementare. Questa complementarità deve essere dimostrata attraverso atti organizzativi coerenti, protocolli chiari e limiti operativi invalicabili.
Dal punto di vista sanitario-organizzativo, l’introduzione dell’Assistente Infermiere può avere una sua razionalità solo se inserita in un modello che rafforzi, e non indebolisca, il ruolo clinico dell’infermiere. Se utilizzata correttamente, la figura potrebbe contribuire a liberare tempo infermieristico da attività di supporto, consentendo una maggiore concentrazione su valutazione clinica, pianificazione assistenziale, sorveglianza e gestione della complessità.
Il problema nasce quando, in contesti di carenza strutturale di personale, il ruolo dichiarato come complementare rischia di diventare di fatto sostitutivo. L’esperienza organizzativa della sanità italiana dimostra che, in assenza di vincoli stringenti, le figure di supporto tendono a essere utilizzate per coprire vuoti di organico, più che per migliorare la qualità dell’assistenza.
È in questo passaggio che emerge con forza il tema del rischio clinico.
Dal punto di vista del rischio clinico, l’Assistente Infermiere rappresenta un potenziale fattore critico quando viene impiegato senza una supervisione reale e continuativa, quando svolge attività che interferiscono con la continuità dell’assistenza infermieristica o quando viene inserito in percorsi assistenziali ad alta complessità, come la gestione della cronicità instabile, della fragilità, del rischio infettivo e della politerapia.
Il rischio non è solo quello dell’errore diretto, ma soprattutto quello sistemico: frammentazione dell’assistenza, perdita di informazioni cliniche, riduzione della vigilanza infermieristica e aumento degli eventi avversi evitabili. In sanità, la sicurezza dell’assistenza è tanto solida quanto il suo anello più debole.
Sul piano medico-legale resta centrale la questione della responsabilità. Anche se l’Assistente Infermiere opera sotto supervisione, la responsabilità finale dell’atto assistenziale ricade sull’infermiere. Questo espone il professionista a un incremento del rischio giuridico, soprattutto quando i confini delle attività delegate non sono chiaramente definiti sul piano normativo e operativo.
In sintesi, la scelta della Regione Lombardia non è di per sé illegittima, ma è ad alto impatto sistemico. Può rappresentare un’opportunità solo se accompagnata da investimenti sugli infermieri, da protocolli rigorosi e da un reale rafforzamento del governo clinico. In caso contrario, rischia di trasformarsi in un fattore di criticità se utilizzata come risposta surrogata alla carenza infermieristica e come leva di contenimento dei costi.
Il punto decisivo non è l’esistenza dell’Assistente Infermiere, ma l’uso che se ne farà. In sanità, la differenza tra supporto e sostituzione non è semantica: è clinica, giuridica e, soprattutto, riguarda la sicurezza dei pazienti.
