Il 31 luglio 2025 è entrato ufficialmente in vigore il blocco dei cosiddetti gettonisti nel sistema sanitario italiano: medici e infermieri assunti tramite cooperative o in regime di libero professionista, pagati “a gettone” per coprire turni e carenze negli ospedali. L’idea alla base della norma era semplice: ridurre la dipendenza da figure esterne spesso costose, generare risparmi e spingere le strutture verso una stabilizzazione del personale.
Peccato che la realtà sia andata in tutt’altra direzione.
In teoria, lo stop ai contratti con i gettonisti doveva essere una svolta per una sanità più stabile e meno dipendente da figure esternalizzate. In pratica, però, la misura è arrivata senza un piano reale per sostituire chi se ne va e al momento non ha risolto il problema delle carenze di personale, diventando più un simbolo che una soluzione concreta.
Le stime parlano chiaro: secondo i dati disponibili, circa 40.000 infermieri su un totale di oltre 460.000 iscritti all’Albo nazionale lavorano con partita IVA, molti come gettonisti o prestatori d’opera esterna. Anche per i medici il fenomeno è significativo, con stime che indicano tra 10.000 e 12.000 professionisti a gettone ancora in attività.
Questi numeri non sono marginali: in molte strutture ospedaliere – in particolare nei pronto soccorso e nei reparti più in difficoltà – il personale esternalizzato arriva a coprire fino al 30% dei turni, e in casi estremi anche molto di più.
Il fallimento della politica del blocco emerge da due aspetti chiave:
1. Non c’è stato un piano realistico per sostituire i gettonisti
Limitare o cancellare i contratti con i professionisti esterni senza avere contemporaneamente un programma serio di assunzioni stabili e investimenti sugli organici interni significa lasciare reparti scoperti, aumentare il carico di lavoro di chi resta e compromettere la qualità dell’assistenza. Questo era stato previsto da tempo da sindacati e ordini professionali, ma non è stato preso in considerazione in modo strutturale.
2. Il Governo ha continuato a tamponare anziché affrontare la carenza strutturale di personale
La senatrice Beatrice Lorenzin ha chiesto formalmente al ministro della Salute di riferire in Parlamento proprio perché, a suo avviso, lo stop ai gettonisti “è oggettivamente fallito”: la misura ha semplicemente trasformato una risposta emergenziale in una prassi strutturale senza risolvere le cause profonde delle carenze.
In sostanza, il Governo ha cercato di ridurre la spesa e la dipendenza da lavoratori a contratto esterno senza mettere in campo politiche sistemiche di reclutamento, valorizzazione contrattuale e miglioramento delle condizioni di lavoro. Il risultato è che la sanità pubblica resta in affanno, con reparti che perdono personale senza una reale alternativa pronta all’uso.
Per gli infermieri e i medici dipendenti, questo significa ulteriore pressione, maggiori turni, meno tempo per i pazienti e un ambiente di lavoro sempre più fragile. Per il sistema sanitario significa ritardare di anni la soluzione del problema alla radice: la carenza di personale sanitario qualificato e stabile.
Il blocco dei gettonisti poteva essere un’opportunità per ripensare l’organizzazione del lavoro in sanità. Invece è diventato l’ennesima prova che senza una visione strategica e investimenti reali, qualunque misura resta un palliativo destinato a fallire.
