Il ritorno alla quotidianità della vita normale, unitamente a una sorta di fiducia interiore, è in grado di cancellare la maggior parte degli effetti negativi che un isolamento prolungato, quale quello vissuto per circa un anno dagli scienziati della stazione Concordia in Antartide, può causare a mente e corpo. A questa conclusione è giunto uno studio coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con diversi enti e università italiane (tra cui la “Sapienza” Università di Roma, l’Università di Perugia, e lo “European Brain Research Institute – EBRI”), pubblicato oggi su Translational Psychiatry.

“Ogni anno, un piccolo gruppo internazionale di ricercatori e tecnici (dai 10 ai 16, a seconda della stagione) trascorre un periodo di 10-14 mesi nel posto più sperduto del suolo terrestre: la stazione italo-francese Concordia, un avamposto di ricerca collocato su un altipiano (a circa 3300 metri sul livello del mare) in Antartide a 1670 km dal polo sud geografico – spiega Simone Macrì, ricercatore dell’ISS a capo dello studio – Le condizioni climatiche particolarmente avverse (la temperatura minima può toccare punte di -80°C) limitano la possibilità di uscire dalla stazione di ricerca, e la distanza dalla costa, il forte vento e il buio costante, rendono impraticabili eventuali viaggi di rientro per un periodo di circa sei mesi”.

La presenza di questi “reclusi”, che hanno accesso al mondo esterno solo tramite risorse quali Skype e WhatsApp, è fondamentale per la conduzione di esperimenti di enorme rilievo che vanno dalla glaciologia all’astronomia, dalla sismologia alla fisica dell’atmosfera, e altre discipline. “Tuttavia, le condizioni psicosociali in cui si trovano li rendono un patrimonio inestimabile per comprendere cosa accade a una persona quando è costretta a isolarsi dai propri cari e a confinarsi in un ambiente ristretto per un periodo di tempo prolungato”. Scopo ultimo di questi studi, infatti, è valutare come i primi astronauti che andranno su Marte reagiranno alle condizioni di missioni che dureranno poco più di un anno senza prevedere un rientro anticipato, esattamente come avviene a Concordia.

“Sebbene la ricerca in questione sia nata dunque con premesse diverse – va avanti Macrì – sono innegabili le similitudini tra l’isolamento a cui hanno volontariamente aderito i partecipanti allo studio e quello a cui ci siamo responsabilmente sottoposti per fronteggiare l’epidemia da COVID-19, e viene naturale chiedersi se, almeno in parte, i risultati di quest’indagine possano aiutarci a capire come reagiremo al lungo periodo di isolamento a cui siamo stati nostro malgrado costretti”.

Per capire, dunque, le conseguenze della “quarantena” in Antartide, il gruppo di ricerca ha ottenuto dati fisiologici e psicometrici da questi “astronauti terrestri” prima, durante (un mese e cinque mesi dopo l’arrivo a Concordia) e dopo la campagna antartica. In particolare, ha analizzato se e come l’esposizione all’isolamento e al confino alterasse le concentrazioni di cortisolo (l’ormone dello stress), l’espressione dei circa ventimila geni che costituiscono il progetto di vita di ciascuno di noi e lo stato di benessere psicofisico (valutato tramite questionari). Inoltre, i ricercatori si sono chiesti se un determinato tratto di personalità, “l’attaccamento sicuro”, cioè la propensione a ritenere di poter superare situazioni di difficoltà, fosse in grado di contrastare le eventuali conseguenze negative dell’isolamento prolungato.

“I risultati del nostro studio – conclude l’esperto – ci rassicurano su diversi aspetti: in primo luogo, sebbene durante la permanenza in Antartide l’isolamento prolungato abbia effettivamente aumentato i livelli di stress fisiologico, alterato i livelli di espressione genica e peggiorato l’umore dei partecipanti (in altre parole ha avuto degli effetti negativi), il ritorno alla vita normale ha di fatto cancellato la maggior parte di questi effetti. Inoltre, abbiamo osservato che le persone caratterizzate da una certa fiducia interiore e sicurezza in se stessi, sono quelle che hanno risentito meno di uno stress prolungato e inevitabile come quello vissuto in Antartide. In ultima analisi, vengono dimostrate ancora una volta le straordinarie capacità dell’essere umano di adattarsi a condizioni di stress mettendo in moto tutta una serie di risposte biologiche di cui l’evoluzione ci ha fatto dono”.

ISS

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