Una circolare del ministero della Salute francese, datata 18 luglio 2025 e resa nota dal settimanale Le Canard Enchaîné, ha messo in allerta il sistema sanitario nazionale: gli ospedali civili dovranno essere pronti, entro marzo 2026, ad accogliere un afflusso importante di militari feriti in caso di conflitto.
Il documento è stato inviato alle agenzie sanitarie regionali (ARS) e prevede una stretta collaborazione con il ministero della Difesa per creare centri di smistamento regionali: strutture temporanee capaci di ricevere soldati dal fronte, stabilizzarli, inviarli agli ospedali più adatti o rimpatriarli nei rispettivi Paesi una volta ristabiliti.
Cosa prevede la circolare
Capacità di accoglienza: fino a 100 pazienti al giorno per due mesi consecutivi, con picchi possibili di 250 al giorno per tre giorni di fila.
Stima complessiva: tra 10.000 e 15.000 feriti in un arco di tempo compreso tra 10 e 180 giorni.
Formazione del personale: medici e infermieri dovranno essere pronti a trattare ferite da combattimento, traumi complessi, riabilitazione e disturbi post-traumatici.
Logistica: i centri saranno posizionati vicino a porti, aeroporti e grandi stazioni, per facilitare i trasferimenti e i rimpatri.
Coordinamento internazionale: la pianificazione si inserisce in una cornice NATO ed europea, pensata per una gestione integrata delle emergenze.
Le parole della ministra
La ministra della Salute, Catherine Vautrin, ha definito la misura “precauzionale di routine”, paragonandola alle esercitazioni di preparazione contro epidemie. L’esperienza del Covid-19, ha sottolineato, ha dimostrato quanto possa costare non essere pronti ad affrontare crisi sanitarie di grande portata.
Una misura sanitaria, non una previsione di guerra
La circolare ha naturalmente alimentato dibattiti e preoccupazioni. Alcuni osservatori vi leggono un segnale di conflitto imminente, ma dalle dichiarazioni ufficiali emerge piuttosto la volontà di mettere in sicurezza il sistema sanitario in un contesto internazionale instabile.
La Francia non è nuova a questo tipo di pianificazione: piani analoghi esistono già per le emergenze pandemiche o terroristiche, e servono a testare la capacità di resilienza del sistema sanitario nazionale.
