Nel 2025 le dimissioni volontarie dei medici ospedalieri hanno superato per la prima volta, nel decennio esaminato, i pensionamenti. Anche tra gli infermieri crescono le uscite anticipate, mentre l’Italia presenta un divario di oltre 80mila professionisti rispetto ai livelli medi europei. Un’inchiesta DataRoom riporta al centro del dibattito il finanziamento del Servizio sanitario nazionale. Ma il problema non è soltanto assumere: è riuscire a trattenere chi lavora negli ospedali.
ROMA, 24 ottobre 2026 — Il Servizio sanitario nazionale sta affrontando una trasformazione preoccupante. Per anni il problema principale degli ospedali pubblici è stato sostituire i professionisti che raggiungevano l’età pensionabile. Oggi bisogna fare i conti con un fenomeno diverso: medici e infermieri che scelgono di lasciare il proprio posto di lavoro quando hanno ancora molti anni di attività davanti.
A documentarlo è l'”inchiesta DataRoom del Corriere della Sera, firmata da Simona Ravizza e pubblicata il 23 ottobre 2026″ (https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/medici-e-infermieri-le-carte-riservate-cosa-serve-per-fermare-la-fuga-dagli-ospedali/577501c1-c100-4d58-8412-a514d388fxlk_amp.shtml), che ha esaminato documenti delle Regioni, del Ministero della Salute e i dati disponibili sul personale sanitario.
Il quadro pone un interrogativo che riguarda direttamente la tenuta della sanità pubblica: come garantire l’assistenza ai cittadini se il sistema continua a perdere professionisti esperti e fatica contemporaneamente a rendere attrattive le proprie condizioni di lavoro?
1. Medici, il 2025 segna una svolta: le dimissioni superano i pensionamenti
I numeri dello studio del Centro Studi Anaao Assomed, pubblicato il 2 ottobre 2026, fotografano un cambiamento significativo.
Nel 2025 i medici ospedalieri che hanno presentato dimissioni volontarie sono stati 3.767, contro 2.876 pensionamenti.
Il confronto con l’anno precedente rende ancora più evidente la portata del fenomeno: nel 2024 le dimissioni erano state 1.503. Nell’arco di dodici mesi si è quindi registrato un incremento di circa il 150%.
Le dimissioni hanno interessato il 3,5% dei medici in servizio e, in dodici regioni su venti, hanno superato numericamente i pensionamenti.
L’analisi decennale del sindacato evidenzia inoltre che, per ogni cento medici assunti a tempo indeterminato nel 2025, 43 hanno rassegnato le dimissioni e 77 sono complessivamente usciti dal sistema attraverso le differenti cause di cessazione.
Sono dati che meritano una lettura attenta. Nello studio Anaao la categoria delle dimissioni volontarie comprende anche alcuni passaggi verso altre amministrazioni: non è quindi corretto sostenere che tutti i 3.767 medici abbiano abbandonato definitivamente la sanità pubblica.
Resta tuttavia un cambiamento rilevante nel rapporto tra i professionisti e le organizzazioni sanitarie.
Secondo Anaao Assomed, tra le principali criticità che alimentano il fenomeno figurano la pesantezza dei turni, le retribuzioni, i carichi burocratici, il rischio di esaurimento professionale e le aggressioni sul lavoro.
Il problema non riguarda soltanto l’età anagrafica. Il sindacato indica infatti un’età media di circa 48 anni per i medici dimissionari: una fase della carriera nella quale sono state generalmente maturate competenze cliniche ed esperienza organizzativa difficilmente sostituibili nell’immediato.
Anche il quadro territoriale presenta squilibri importanti. Nel periodo 2015-2024, secondo Anaao, gli organici medici sono cresciuti complessivamente, ma con differenze significative: il Centro-Nord ha registrato un incremento di 4.029 unità, mentre il Mezzogiorno ha perso 1.166 medici.
Il risultato è un sistema che, pur continuando ad assumere e avendo avviato un ricambio generazionale, incontra crescenti difficoltà nel mantenere una distribuzione equilibrata delle professionalità disponibili.
Fonte: “Anaao Assomed, Radiografia della sanità pubblica 2015-2025, ottobre 2026” (https://www.anaao.it/anaao/content.php?cont=46270).
2. Infermieri, circa 6mila dimissioni anticipate: un sistema già in carenza strutturale
La situazione infermieristica presenta criticità ancora più profonde, perché alle uscite anticipate si aggiunge una dotazione professionale inferiore ai livelli osservati in molti Paesi europei.
Nella documentazione della Corte dei conti relativa al Documento di finanza pubblica 2026 vengono segnalate numerose dimissioni anticipate degli infermieri nel corso del 2025.
Le cifre territoriali riportate comprendono 1.605 dimissioni in Lombardia, circa 800 in Toscana e altrettante in Veneto, circa 600 in Emilia-Romagna e Piemonte e 345 in Campania. Si aggiungono ulteriori uscite nelle altre regioni esaminate.
L’insieme dei dati citati corrisponde a circa 6mila dimissioni anticipate. È però opportuno precisare che si tratta di una ricostruzione basata sui territori elencati nella documentazione: non di una rilevazione esaustiva, per tutte le regioni, del numero complessivo di infermieri che hanno lasciato definitivamente la professione.
Il fenomeno interessa comunque una categoria già sottoposta a una pressione significativa.
Secondo il rapporto AGENAS sul personale del Servizio sanitario nazionale, pubblicato nel settembre 2025 e basato su dati del 2023, l’Italia dispone di 6,86 infermieri ogni mille abitanti, contro una media di 8,26 nei Paesi europei considerati nel confronto.
La differenza è di 1,4 infermieri ogni mille abitanti. Rapportata alla popolazione italiana, equivale a un divario di oltre 80mila professionisti.
Questo numero rappresenta un confronto statistico con un parametro internazionale, non il risultato di una ricognizione puntuale dei posti vacanti negli organici di ogni singola azienda sanitaria.
La distinzione è importante, ma non ridimensiona il problema.
L’Italia presenta infatti un rapporto tra infermieri e medici particolarmente basso, un elemento che può influire sulla capacità del sistema di organizzare efficacemente l’assistenza ospedaliera e territoriale.
A complicare la situazione è anche la difficoltà di attrarre nuovi studenti verso i corsi di laurea in Infermieristica.
Il rapporto AGENAS segnala che, nonostante l’incremento dei posti disponibili, negli ultimi anni le domande di accesso si sono progressivamente ridotte. Nel 2024 il numero complessivo delle domande aveva raggiunto sostanzialmente quello dei posti messi a bando, con una situazione particolarmente critica in diversi atenei del Centro-Nord.
Il dato è significativo: aumentare i posti universitari non basta se diminuisce il numero di giovani interessati a intraprendere la professione.
A ciò si aggiunge il ricambio pensionistico. Uno studio della Banca d’Italia, pubblicato nel dicembre 2025, stima che entro il 2032 circa il 9% degli infermieri in servizio nel SSN alla fine del 2022 raggiungerà il pensionamento.
Gli ospedali e i servizi territoriali si trovano quindi davanti a una doppia necessità: sostituire chi termina fisiologicamente la carriera e affrontare le uscite anticipate di chi decide di cambiare lavoro.
Le conseguenze sulle condizioni di assistenza
Quando un infermiere esperto lascia un reparto, il problema non consiste esclusivamente nella perdita di una unità nell’organico.
Vengono meno conoscenze delle procedure, esperienza nella gestione delle criticità cliniche, capacità di coordinamento e competenze sviluppate attraverso anni di attività assistenziale.
L’inserimento di un nuovo professionista, anche adeguatamente formato, richiede affiancamento e progressiva acquisizione di autonomia rispetto allo specifico contesto operativo.
Se le sostituzioni non arrivano tempestivamente, aumenta il rischio che le attività vengano redistribuite sul personale rimasto in servizio.
Le conseguenze organizzative possono comprendere maggiore ricorso allo straordinario, difficoltà nella programmazione delle ferie, minore disponibilità di tempo per l’aggiornamento professionale e incremento della pressione sui turni.
In queste condizioni, la carenza di organico rischia di alimentare nuove dimissioni.
Si genera così un circolo difficile da interrompere: meno personale disponibile significa carichi di lavoro più elevati; condizioni sempre meno sostenibili possono spingere altri professionisti a cercare occupazioni differenti.
Non è soltanto una questione contrattuale. È un problema che riguarda la continuità assistenziale, la qualità dei servizi e la capacità delle aziende sanitarie di mantenere standard organizzativi adeguati.
Fonti: “Corte dei conti, audizione sul Documento di finanza pubblica 2026, pag. 59” (https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/436/433/Corte_dei_conti.pdf); “AGENAS, Il personale del Servizio sanitario nazionale, settembre 2025” (https://www.fnopi.it/wp-content/uploads/2025/10/Rapporto_personale_ssn_2025_251002_185034.pdf); “Banca d’Italia, studio n. 982, dicembre 2025” (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0982/index.html).
3. Stipendi, nuove assunzioni e legge di bilancio 2027: il nodo delle risorse
La questione economica è uno dei passaggi centrali dell’inchiesta DataRoom.
Secondo i documenti esaminati dal Corriere, la Commissione Salute delle Regioni ha avanzato proposte di incremento delle retribuzioni per rendere maggiormente competitivo il lavoro nel Servizio sanitario nazionale.
Le richieste considerate nell’inchiesta comprendono, per il 2027, 474 milioni di euro per incrementi destinati ai medici e 1 miliardo e 111 milioni per quelli destinati agli infermieri.
A queste cifre si aggiungono le richieste per alcune specialità mediche particolarmente carenti e le risorse indicate per nuovi reclutamenti.
La somma delle misure ricostruite da DataRoom raggiunge circa 2,172 miliardi di euro.
Si tratta però di proposte e fabbisogni finanziari, non di aumenti già definitivamente approvati e disponibili nelle buste paga dei dipendenti.
La distinzione tra richieste, stanziamenti legislativi e risorse effettivamente utilizzabili è essenziale.
La legge 30 dicembre 2025, n. 199, all’articolo 1, comma 362, ha già autorizzato assunzioni di personale sanitario a tempo indeterminato entro un limite di spesa di 450 milioni di euro annui a decorrere dal 2026.
Il piano di reclutamento prospettato per il 2027 deve pertanto essere valutato anche rispetto a queste risorse già previste, chiarendo quali misure siano aggiuntive e quali rappresentino la prosecuzione di interventi esistenti.
L’inchiesta DataRoom richiama inoltre un incremento complessivo del finanziamento sanitario per il 2027 pari a circa 3,4 miliardi di euro, considerando le risorse già programmate e gli aggiornamenti della programmazione di bilancio.
Ma un aumento nominale del finanziamento non si traduce automaticamente in denaro disponibile per nuove assunzioni o incrementi retributivi.
Una parte delle risorse serve infatti a sostenere costi già esistenti e crescenti: farmaci, dispositivi medici, forniture, energia, rinnovi contrattuali e prestazioni sanitarie.
La questione è quindi capire quale quota dei finanziamenti possa essere destinata realmente a nuove politiche per il personale, senza compromettere la copertura delle attività ordinarie.
Assumere non basta: bisogna riconoscere competenze ed esperienza
Il confronto sulle retribuzioni deve accompagnarsi a una riflessione più ampia sul riconoscimento professionale.
Per gli infermieri, in particolare, non basta intervenire esclusivamente sullo stipendio iniziale.
La professione ha progressivamente ampliato le proprie responsabilità cliniche, assistenziali e organizzative. I professionisti operano in contesti ad alta complessità, gestiscono percorsi di cura, svolgono attività di educazione terapeutica e contribuiscono alla continuità assistenziale tra ospedale e territorio.
Eppure, in molte realtà, la valorizzazione delle competenze avanzate e dell’esperienza rimane condizionata dalla disponibilità di incarichi, dalle risorse per il trattamento accessorio e dalle scelte organizzative delle singole aziende.
Il rischio è che professionisti con responsabilità e livelli di competenza differenti incontrino opportunità di progressione economica e professionale non proporzionate al contributo effettivamente richiesto.
Per rendere il lavoro infermieristico più attrattivo servono percorsi di carriera trasparenti, strumenti di valorizzazione delle competenze specialistiche e un’organizzazione del lavoro che consenta di esercitare pienamente la professionalità acquisita.
Ma soprattutto servono organici adeguati.
Un aumento retributivo, per quanto importante, potrebbe non essere sufficiente a convincere un professionista a rimanere in un reparto nel quale turni, carichi assistenziali e difficoltà organizzative continuano a compromettere la sostenibilità del lavoro.
Allo stesso modo, nuove assunzioni prive di politiche efficaci di fidelizzazione rischiano di produrre risultati limitati nel tempo.
Fonti: “DataRoom, 23 ottobre 2026” (https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/medici-e-infermieri-le-carte-riservate-cosa-serve-per-fermare-la-fuga-dagli-ospedali/577501c1-c100-4d58-8412-a514d388fxlk_amp.shtml); “Ministero della Salute, misure della legge di bilancio 2026” (https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/legge-di-bilancio-2026-le-misure-la-sanita/).
Liste d’attesa, reparti e servizi territoriali: a pagare rischiano di essere i cittadini
La crisi del personale sanitario non può essere considerata un problema interno alle aziende ospedaliere.
Ogni sistema sanitario dispone di una capacità assistenziale che dipende dall’integrazione tra professionisti, strutture, tecnologie, organizzazione e risorse disponibili.
Aumentare il numero delle apparecchiature diagnostiche o programmare nuove strutture non garantisce automaticamente maggiori prestazioni se mancano gli operatori necessari a renderle operative.
Lo stesso ragionamento vale per l’attivazione di posti letto ospedalieri, l’organizzazione delle sale operatorie, l’assistenza domiciliare e i nuovi servizi territoriali previsti dal PNRR.
Una dotazione insufficiente di medici e infermieri può ridurre la capacità di erogare prestazioni, rendere più difficoltosa la gestione dei percorsi assistenziali e ostacolare gli interventi finalizzati alla riduzione delle liste d’attesa.
Non sarebbe corretto attribuire automaticamente ogni ritardo nelle prestazioni alla carenza di personale, perché incidono anche appropriatezza prescrittiva, organizzazione, distribuzione territoriale delle strutture e modalità di gestione delle agende.
Tuttavia, senza professionisti sufficienti, anche i miglioramenti organizzativi incontrano limiti difficilmente superabili.
Il rischio è che la difficoltà di accesso ai servizi pubblici spinga un numero crescente di cittadini a cercare risposte nella sanità privata, quando economicamente possibile, accentuando le differenze nell’accesso alle cure.
La vera sfida: fermare le dimissioni prima di perdere altre competenze
Il dato più importante che emerge dalle ultime analisi non è soltanto il numero dei professionisti che lasciano gli ospedali.
È il cambiamento del rapporto tra il Servizio sanitario nazionale e i suoi lavoratori.
Quando medici e infermieri scelgono di dimettersi prima della pensione, le istituzioni devono interrogarsi sulle condizioni che rendono meno attrattivo il lavoro pubblico.
La risposta non può limitarsi a bandire nuovi concorsi o a prevedere incentivi economici temporanei.
Occorre affrontare contestualmente le retribuzioni, il riconoscimento dell’esperienza, la valorizzazione delle competenze, l’organizzazione dei turni, la sicurezza sul lavoro e la sostenibilità dei carichi assistenziali.
Servono inoltre sistemi di monitoraggio in grado di distinguere pensionamenti, mobilità tra amministrazioni, passaggi al settore privato, trasferimenti all’estero e abbandoni definitivi della professione.
Senza una conoscenza precisa delle cause delle dimissioni, anche le politiche di reclutamento rischiano di intervenire soltanto sulle conseguenze, lasciando irrisolti i problemi che alimentano le uscite.
Il Servizio sanitario nazionale non si rafforza soltanto facendo entrare nuovi professionisti. Si rafforza creando le condizioni perché quelli già presenti scelgano di restare.
È questa la sfida che la prossima legge di bilancio dovrà affrontare attraverso scelte finanziarie verificabili e interventi organizzativi concreti.
Perché perdere infermieri e medici esperti non significa soltanto perdere personale. Significa rischiare di compromettere la capacità della sanità pubblica di rispondere ai bisogni di salute della popolazione.
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Fonti principali
1. Corriere della Sera – DataRoom, Simona Ravizza, 23 ottobre 2026. “Medici e infermieri, le carte riservate: cosa serve per fermare la fuga dagli ospedali” (https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/medici-e-infermieri-le-carte-riservate-cosa-serve-per-fermare-la-fuga-dagli-ospedali/577501c1-c100-4d58-8412-a514d388fxlk_amp.shtml).
2. Anaao Assomed, Centro Studi, 2 ottobre 2026. “Radiografia della sanità pubblica 2015-2025” (https://www.anaao.it/anaao/content.php?cont=46270).
3. Corte dei conti, 2026. “Audizione sul Documento di finanza pubblica 2026, pag. 59” (https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/436/433/Corte_dei_conti.pdf).
4. AGENAS, settembre 2025. “Il personale del Servizio sanitario nazionale – dati 2023” (https://www.fnopi.it/wp-content/uploads/2025/10/Rapporto_personale_ssn_2025_251002_185034.pdf).
5. OCSE, 2025. “Health at a Glance 2025 – Italy” (https://www.oecd.org/en/publications/health-at-a-glance-2025_15a55280-en/italy_c737c936-en.html).
6. Banca d’Italia, dicembre 2025. “Il fabbisogno di personale sanitario in Italia – Questioni di Economia e Finanza n. 982” (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0982/index.html).
7. Ministero della Salute, 2026. “Legge di bilancio 2026: le misure per la sanità” (https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/legge-di-bilancio-2026-le-misure-la-sanita/).
Articolo aggiornato al 24 ottobre 2026. Le richieste economiche per la legge di bilancio 2027 sono riportate come proposte, non come misure definitivamente approvate.
