“Quello che scrivo nell’Incident Reporting può essere usato contro di me in Tribunale?”
È una delle domande che infermieri, OSS e medici si fanno più spesso dopo un evento avverso.
Dopo una caduta, un errore terapeutico o un incidente clinico, scatta quasi sempre la stessa paura: “Se segnalo quello che è successo, rischio di mettermi nei guai?”
La risposta potrebbe sorprendervi
La Legge 8 marzo 2017 n. 24, meglio conosciuta come Legge Gelli-Bianco, ha introdotto una tutela molto importante per chi lavora in sanità.
In particolare, l’articolo 16 stabilisce che:
“I verbali e gli atti conseguenti all’attività di gestione del rischio clinico non possono essere acquisiti o utilizzati nell’ambito di procedimenti giudiziari.”
Tradotto in parole semplici: l’Incident Reporting e gli audit clinici servono a migliorare la sicurezza delle cure, non a trovare un colpevole da portare in tribunale.
Perché questa protezione esiste?
Per un motivo molto semplice.
L’articolo 1 della Legge Gelli-Bianco afferma che la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute e viene perseguita anche attraverso attività di prevenzione e gestione del rischio sanitario.
Se ogni infermiere o medico avesse paura che una segnalazione possa trasformarsi in una prova contro di lui, nessuno segnalerebbe più nulla.
E senza segnalazioni non si imparerebbe dagli errori.
La legge ha quindi creato uno spazio protetto dove i professionisti possono analizzare ciò che è accaduto, individuare le criticità del sistema e prevenire nuovi eventi avversi.
Attenzione: non tutto è protetto
Qui nasce spesso un equivoco.
La protezione riguarda gli atti del Risk Management, ma non cancella la documentazione clinica.
Cartella clinica, diario infermieristico, referti, prescrizioni e consenso informato restano sempre acquisibili e utilizzabili in giudizio.
Anzi, sono proprio questi documenti che permettono di ricostruire i fatti e valutare l’eventuale responsabilità professionale.
Il vero errore da non fare
Molti operatori sono prudenti nel compilare una scheda di Incident Reporting ma poi raccontano tutto nelle chat WhatsApp di reparto.
È un errore.
Le segnalazioni inserite nei canali ufficiali aziendali di gestione del rischio clinico sono tutelate dall’articolo 16 della Legge 24/2017.
Messaggi WhatsApp, email informali, fotografie e conversazioni private non rientrano invece nel sistema di Risk Management e possono essere acquisiti e utilizzati nell’ambito di un’indagine giudiziaria.
In altre parole: la protezione vale per il sistema ufficiale, non per le scorciatoie.
Segnalare conviene davvero?
Sì.
Segnalare un evento avverso non significa accusare qualcuno.
Significa contribuire a rendere più sicuro il sistema.
Molti incidenti non nascono dall’errore di una singola persona, ma da problemi organizzativi, carenze di personale, protocolli inadeguati o criticità già note.
Per questo la moderna cultura della sicurezza, conosciuta come Just Culture, non cerca il colpevole ma le cause che hanno favorito l’errore.
Il messaggio che ogni professionista sanitario dovrebbe ricordare
Se si verifica un evento avverso:
✔ Documenta correttamente ogni attività nella cartella clinica.
✔ Utilizza i canali ufficiali di Incident Reporting.
✔ Partecipa agli audit clinici con trasparenza.
✔ Evita discussioni improprie nelle chat di reparto.
✔ Ricorda che la tutela prevista dall’articolo 16 della Legge Gelli-Bianco protegge gli atti di gestione del rischio clinico, ma non le comunicazioni informali.
La sicurezza delle cure migliora quando gli errori vengono segnalati, analizzati e trasformati in opportunità di apprendimento.
Perché il vero rischio non è segnalare un errore.
Il vero rischio è non imparare da esso.
Tu lo sapevi che un verbale di audit clinico non può essere utilizzato in tribunale, mentre una chat WhatsApp potrebbe essere acquisita come prova? Scrivilo nei commenti.
