Un aspetto fondamentale del dibattito europeo riguarda la distribuzione della carenza di personale sanitario. Parlare genericamente di “un milione di professionisti mancanti” rischia infatti di nascondere profonde differenze tra gli Stati membri e tra le diverse professioni sanitarie.
I Paesi dell’Europa orientale e sud-orientale continuano a registrare importanti fenomeni di emigrazione dei professionisti verso nazioni con condizioni economiche e contrattuali più favorevoli. Stati come Romania, Bulgaria e Croazia hanno visto negli ultimi anni migliaia di medici e infermieri trasferirsi verso Germania, Francia, Paesi Bassi e Paesi scandinavi.
Anche l’Italia si trova in una situazione particolarmente delicata. Sebbene il numero di medici in rapporto alla popolazione sia in linea con la media europea, la distribuzione per specialità e territori presenta forti criticità. Ancora più preoccupante è la situazione infermieristica: il numero di infermieri per abitante rimane inferiore rispetto a quello registrato in molti Paesi dell’Europa occidentale e del Nord Europa, con conseguenze dirette sull’organizzazione dei servizi e sui carichi di lavoro.
La carenza, inoltre, non riguarda tutte le professioni allo stesso modo. Gli infermieri rappresentano oggi una delle categorie maggiormente colpite in quasi tutti i sistemi sanitari europei. Seguono alcune specializzazioni mediche particolarmente esposte, come medicina d’urgenza, anestesia e rianimazione, medicina generale e geriatria. Anche altre professioni sanitarie, tra cui tecnici sanitari, fisioterapisti e ostetriche, registrano difficoltà di reclutamento in numerose regioni europee.
Per questo motivo, le risorse europee non dovrebbero essere distribuite secondo criteri uniformi. Una strategia realmente efficace dovrebbe basarsi su una mappatura dettagliata dei fabbisogni nazionali e regionali, individuando le professioni maggiormente carenti e i territori più fragili.
Investire le stesse risorse in tutti gli Stati membri rischierebbe infatti di produrre risultati limitati. Al contrario, occorre prevedere finanziamenti differenziati che tengano conto di tre elementi fondamentali: il livello di carenza di personale, il tasso di pensionamento previsto nei prossimi anni e la capacità di attrarre e trattenere i professionisti.
L’obiettivo europeo non dovrebbe essere soltanto aumentare il numero complessivo degli operatori sanitari, ma garantire una distribuzione equilibrata delle competenze tra i diversi Paesi e tra le diverse professioni. Solo attraverso una programmazione basata sui reali fabbisogni sarà possibile evitare che alcune nazioni continuino a perdere personale qualificato mentre altre concentrano risorse e professionisti, aggravando ulteriormente le disuguaglianze nell’accesso alle cure.
