Per anni il demansionamento infermieristico è stato raccontato come una questione di ruoli, dignità professionale, confini di competenza. Una battaglia spesso giusta, ma condotta sul terreno sbagliato. Oggi, alla luce dell’evoluzione clinica, organizzativa ed epidemiologica, è sempre più evidente che il demansionamento non è solo e forse non è più un problema professionale.
È un problema di sicurezza delle cure.
È un problema di rischio clinico infettivo.
Il sistema sanitario continua a classificare molte attività assistenziali come “di base”, “semplici”, “a basso contenuto professionale”. Eppure sono proprio queste attività a rappresentare il punto di maggiore esposizione al rischio biologico: igiene del paziente, mobilizzazione, gestione delle eliminazioni, contatto diretto, cura dei presidi, ambiente di degenza.
Qui nascono le infezioni correlate all’assistenza. Qui si gioca la prevenzione. Qui si decide l’esito clinico.
La narrazione tradizionale del demansionamento si concentra su una domanda ormai superata:
“Questa attività è infermieristica o no?”
La domanda corretta, oggi, è un’altra:
“Questa attività aumenta o riduce il rischio clinico infettivo?”
Quando un’attività ha un impatto diretto sul rischio di infezione, non può essere considerata neutra, semplice o meramente esecutiva. Richiede valutazione, competenza, responsabilità, capacità decisionale. Richiede governo clinico.
L’infermiere non è demansionato perché “fa troppo”.
È demansionato quando gli viene chiesto di eseguire senza poter valutare.
Quando è responsabile degli esiti ma non delle decisioni.
Quando governa il rischio solo formalmente, mentre l’organizzazione lo svuota di strumenti, tempo e autonomia.
Il paradosso è evidente: il sistema affida all’infermiere la responsabilità della prevenzione delle infezioni, della sicurezza del paziente, della sorveglianza clinica, ma allo stesso tempo banalizza le attività attraverso cui quel rischio si genera e si controlla.
Non è una contraddizione professionale.
È una contraddizione organizzativa.
In questa prospettiva, il demansionamento smette di essere una questione identitaria e diventa un problema strutturale di sicurezza. Un’organizzazione che sottrae valore clinico alle attività assistenziali dirette non sta “ottimizzando le risorse”: sta aumentando il rischio prevedibile e prevenibile di eventi avversi infettivi.
E questo cambia tutto, anche sul piano giuridico e gestionale.
Perché il rischio clinico non è un’opinione.
Non è negoziabile.
Non è sindacabile sul piano retorico.
Nessuna azienda sanitaria può giustificare modelli organizzativi che aumentano il rischio infettivo. Nessuna direzione può parlare di “supporto” se poi la responsabilità clinica resta interamente sull’infermiere. Nessun sistema può continuare a considerare marginale ciò che incide direttamente sulla sicurezza delle cure.
Rileggere il demansionamento alla luce del rischio clinico infettivo significa spostare il dibattito dal “chi fa cosa” al “chi governa cosa”.
E la risposta, oggi più che mai, è chiara:
il rischio clinico si governa con competenza infermieristica, non con scorciatoie organizzative.
Il vero nodo non è difendere una professione.
È proteggere i pazienti.
E riconoscere che senza infermieri messi nelle condizioni di governare il rischio, la sicurezza delle cure resta solo una dichiarazione di principio.
Dott. Alfio Stiro_Infermiere
Direttore NurseNews
Analista di diritto sanitario e organizzazione delle professioni sanitarie.

