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Un dibattito pubblico voluto dalla Fnomceo con al centro il tema caldo del ruolo professionale. A prendere la parola Vargiu, D’Incecco e Fucci della Commissione Affari Sociali della Camera, il magistrato D’Ippolito, il medico legale Rodriguez, l’assessore sardo Arru, la presidente Fnomceo Chersevani, il presidente Enpam Oliveti e Proia, consigliere del ministero della Salute.

03 LUG – Davvero il comma 566 minaccia il ruolo medico? E la proposta di legge sull’atto medico può essere utile a tutelare la professione? E, ancora, quando si riuscirà ad arrivare a quella legge sulla responsabilità professionale sanitaria intorno alla quale la Commissione Affari Sociali della Camera sta lavorando dall’inizio della legislatura?

Intorno a queste domande, chiaramente intrecciate tra loro, si è sviluppata un’intera mattinata di discussione, organizzata oggi a Roma dalla Fnomceo e moderata da Cesare Fassari, direttore di Quotidiano Sanità. Un’occasione di confronto tra rappresentanti della professione medica, della politica e della magistratura che, come ha sottolineato la presidente Roberta Chersevani, vuole aprire un percorso di collaborazione e capire come, ognuno per la sua parte, si possa arrivare a creare le condizioni per consentire ai medici di lavorare in un clima più sereno, non avvelenato dal contenzioso legale, e quindi anche più efficace nella tutela della salute della popolazione.

Vittoria D’Incecco (PD), presentatrice della proposta di legge sulla definizione di atto medico, ha aperto il confronto spiegando come il suo testo derivi proprio dalla discussione sviluppata in Commissione Affari Sociali per definire il testo unico sulla responsabilità professionale. “Per definire le responsabilità, bisognava definire il ruolo e, per fare questo, mi sono ispirata al Codice deontologico, che però è norma giuridica di secondo livello. Un passaggio necessario anche per limitare la discrezionalità dei giudici, che possono altrimenti seguire di volta in volta strade diverse”.

Il presidente dell’Enpam, appena riconfermato, Alberto Oliveti ha richiamato la necessità di dare sicurezza a tutta la professione e soprattutto ai medici, basandosi sul metodo scientifico, proprio del mondo medico, e sulla certezza normativa del “chi fa cosa”.

Ma proprio Pierpaolo Vargiu (SC), presidente della Commissione Affari Sociali, ha indicato come sia davvero difficile arrivare a definire una norma giuridica su questioni così complesse, come la responsabilità professionale. Proprio per questo ha chiesto la collaborazione del mondo medico, indicando come l’iter legislativo sia ancora molto lungo. Proprio per questi tempi lunghi, Vargiu, pur riconoscendo la necessità di definire i ruoli professionali, ha sottolineato come un intervento sull’atto medico rischi di cristallizzare una realtà come l’attività medica che è invece in continuo cambiamento.

Una proposta diversa, con molti riferimenti anche ad altre realtà internazionali, è venuta da Luigi Arru, attualmente assessore alla Sanità della Sardegna ma a lungo responsabile del Centro studi della Fnomceo. Arru ha ricordato come sia ferma da tempo anche la riforma dell’Ordine dei medici, nella quale invece potrebbe trovare spazio un ruolo di certificazione e valutazione delle competenze professionali che metterebbe pienamente in gioco il ruolo di ente ausiliario dello Stato degli Ordini. Accanto a questo, in materia di responsabilità professionale, Arru ha ricordato come il dibattito più avanzato sulla gestione del rischio sia orientato alla non colpevolizzazione e al superamento di gerarchie rigide nelle équipe.

Un’idea condivisa da Francesco Fucci (FI), segretario della Commissione Affari Sociali, secondo il quale gli Ordini dovrebbero avere l’autorevolezza di attribuire competenze caratteristiche ai professionisti. Fucci ha chiesto a tutti gli interlocutori di concentrare la propria attenzione sulla legge relativa alla responsabilità professionale, che facendo convergere gli sforzi potrebbe arrivare ad essere approvata.

Per Adelchi D’Ippolito, procuratore aggiunto della Repubblica di Venezia che è stato anche consigliere giuridico della ministra Lorenzin, la legge sulla responsabilità professionale deve trovare un punto d’equilibrio tra la tutela del cittadino e la serenità del medico, che è anche un interesse pubblico, perché consente un miglior servizio. In questa direzione occorre separare responsabilità penale e risarcimento, che è spesso la molla che porta alla causa penale. D’Ippolito ha ricordato come solo il 2% delle denunce si concluda con una condanna e questo potrebbe suggerire di utilizzare con maggiore frequenza l’istituto della “lite temeraria”, là dove cioè non vi fossero valide motivazioni di partenza per la denuncia. D’Ippolito ha anche fatto la proposta di trasformare la figura del perito in un “collegio di periti”, nel quale potrebbe entrare anche una rappresentanza degli Ordini.

Anche Daniele Rodriguez, docente di medicina legale all’Università degli Studi di Padova, ha avanzato una proposta: consentire anche nelle cause civili di arrivare ad un’autopsia, oggi consentita solo per le cause penali. Questo potrebbe togliere alcune delle motivazioni che spingono alla denuncia penale. Rodriguez ha poi difeso il comma 566, fortemente avversato dalla Fnomceo, sostenendo che si tratti, comunque, della prima norma scritta della legislazione italiana sull’atto medico.

Una lettura coincidente con quella offerta da Saverio Proia, consigliere del ministero della Salute e “autore” del comma 566, che ha spiegato come sia stato elaborato a tutela della professione medica, pensando ad una sorta di “Vallo di Adriano”.

“Oggi ci siamo un po’ distribuiti i compiti”, ha detto Roberta Chersevani nelle conclusioni. Alla politica il compito di definire le norme, pur con i tempi lunghi illustrati da Vargiu. Ma i medici, e gli Ordini in particolare, devono da subito ricercare una maggiore autorevolezza, che li metta alla pari con le realtà europee più avanzate. Contando sul proprio Codice deontologico, che contiene già molti elementi utili, e reclamando che il comma 566 venga emendato al più presto.

Eva Antoniotti

fonte Quotidianosanita.it

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Alfio Alfredo Stiro nasce in Sicilia a Catania il 22/01/1970, consegue la laurea in infermieristica presso la facoltà di Medicina e Chirurgia di Catania e successivamente il Master in Management delle Professioni Sanitarie. Master in osteopatia posturale presso l'universita di Pisa dipartimento di endocrinologia e metabolismo,ortopedia e traumatologia,medicina del lavoro. E scuola di osteopatia belga, Belso.ha frequentato numerosi corsi sull'emergenza, in servizio presso l’U.O. di Pronto soccorso e Ps pediatrico. Azienda Cannizzaro per l'emergenza di catania.

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