leggi e sentenze

inf occhiContinua domattina l’udienza della Corte Costituzionale per esaminare il blocco dei contratti pubblici varato per decreto nel 2010 per il triennio 2011-2013 e la proroga 2014. Giudice relatore è Silvana Sciarra. Vincenzo Rago l’avvocato dello Stato ‘a difesa’ delle norme impugnate. La questione è stata sollevata dai Tribunali di Roma e di Ravenna dopo i ricorsi di vari sindacati del pubblico impiego: Confedir, Flp, Fialp, Gilda-Unams, Cse, Confsal-Unsa. Dodici i giudici presenti: assente Giuseppe Frigo, c’è invece Paolo Maria Napolitano.

Sindacati del pubblico impiego fiduciosi nella Consulta
Le norme sul blocco dei contratti pubblici «hanno congelato gli stipendi dal 2010 e la contrattazione per quasi 6 anni: è stato un intervento non proporzionale allo scopo». Lo ha detto in udienza in Consulta l’avvocato Stefano Viti, uno dei legali di Flp e Fialp che hanno fatto ricorso, toccando un punto esaminato anche dagli altri legali delle parti. Viti ha citato dati Istat, ma anche quelli di Mef e Corte dei Conti, acclusi agli atti: dati che «dimostrano questa dinamica che tocca 10 milioni di italiani». «Udienza conclusa. Attendiamo fiduciosi la Camera di Consiglio. Serve un atto di giustizia», ha detto Marco Carlomagno, segretario generale Flp, il sindacato che con il suo ricorso ha innescato il giudizio di costituzionalità. Un atto «che permetta la ripresa della contrattazione, la difesa del potere d’acquisto falcidiato dal blocco, il riconoscimento della dignità del lavoro pubblico. Siamo fiduciosi che la Corte, nel solco delle decisioni di questi anni, faccia giustizia», ha detto il sindacalista.

Avvocato di Stato, blocco legittimo: evitati licenziamenti
«La misura scelta dal legislatore è stata adottata in luogo di altre e ben più gravi misure, quali la risoluzione del rapporto di lavoro», ha detto l’avvocato dello Stato, Vincenzo Rago, durante l’udienza pubblica alla Consulta, sostenendo la legittimità delle norme che prevedono il blocco dei contratti e degli stipendi nella Pubblica amministrazione. L’avvocato Rago non ha citato direttamente la stima dei 35 miliardi di euro, contenuta in una memoria inviata dall’Avvocatura alla Corte nelle scorse settimane, come `costo´ di un eventuale sblocco dei contratti, ma ha rilevato che «i numeri dell’impatto economico che ci sono stati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato segnalano l’assoluta gravità della situazione». Per questo, l’avvocato dello Stato, dicendosi «assolutamente convinto» della legittimità delle norme impugnate davanti alla Consulta, ha chiesto alla Corte, in via «assolutamente subordinata», nel caso vi fosse un accoglimento della questione, di fare «riferimento all’articolo 81 della Costituzione sul principio di equilibrio di bilancio», per «valutare sotto il profilo della ragionevolezza le scelte legislative» e di «chiarire anche i tempi di applicazione della pronuncia di incostituzionalità».

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il sole 24 ore


POMARANCE. Il primo luglio si avvicina e i ventilati nuovi tagli agli infermieri fanno temere il peggio, ovvero la chiusura obbligata di pomeriggio della Casa della Salute di Pomarance (sede distaccata di Larderello). A far scattare l’allarme è Rino Bellucci, segretario Spi-Cgil di Pomarance e Castelnuovo.

«La situazione è drammatica – premette lui che amplifica un disagio vissuto da tutti i pensionati del territorio – Ad aprile abbiamo perso una infermiere specializzata che è andata in pensione e che non è stata sostituita, adesso dal primo luglio andrà in pensione anche l’addetta amministrativa che si occupa delle prenotazioni al cup che non sarà rimpiazzata e pare arriva il taglio di un’altra infermiera. Noi faremo di tutto perchè questo non accada: è un servizio prezioso per tutti noi».

Il quadro non è dei migliori per una struttura di riferimento del territorio, aperta dalle 8 alle 20 grazie alla sinergia tra medici ed infermieri, fortemente voluta dal passato direttore generale della Asl 5 Rocco Damone (e dalla Regione). «Lo scorso novembre ad una iniziativa sul sociale Rocco Damone ci dette la garanzia che questa struttura è una risorsa per il territorio, perché avita ingorghi all’ospedale e dà una risposta ad un territorio in gran parte popolato da persone avanti con l’età – continua Bellucci – Queste anche le linee dettate dal riconfermato governatore Rossi: adesso che si fa? Si torna indietro? Non capiamo come si stia muovendo il nuovo commissario della Asl 5».

Tutti i giorni al cup di Pomarance si rivolgono circa 200 cittadini. Con il pensionamento dell’addetta, il servizio verrà riorganizzato su giorni alterni.

Se, come sembra, la Casa della Salute verrà privata di una ulteriore unità infermieristica, il servizio verrà ridotto alla sola mattina.
Lo conferma il consigliere con delega Loriamo Fidanzi: «Ho avuto comunicazioni poco rassicuranti dalla Società della Salute e ci opponiamo con forza», rincara. «Invece di tagliare i servizi, perché non vengono rivisti i premi dei dirigenti della sanità?».

Il Tirreni.it


La presidente: «Ci hanno ridotto del 10%, si torni a sostituire chi va in pensione» Il pronto soccorso è in affanno: ci sono anziani costretti ad aspettare ore

BOLZANO. Paola Nesler, presidente del Collegio infermieri, non va certo per il sottile: «Al nuovo direttore generale dell’Asl e all’assessore Stocker dico: i veri risparmi non si ottengono riducendo il numero dei professionisti dedicati alla cura e all’’assistenza, mettendo a rischio la salute dei pazienti e degli operatori».

La Nssler fornisce, poi, alcuni numeri. «In dieci anni il personale infermieristico è stato ridotto del 10 per cento. E quindi dico che bisogna tornare subito a sostituire il personale che va in pensione».

Se proprio bisogna far quadrare i conti secondo il Collegio infermieri, che rappresenta 5.500 iscritti, le strade da percorrere sono altre: «Da parte nostra – continua la Nesler – ribadiamo la necessità di aggregare e di ridurre le duplicazioni esistenti di centri decisionali, di funzioni e strutture che non danno risposte ai veri bisogni dei cittadini ma assorbono impropriamente e penalizzano l’equità di accesso alle cure».

Il Collegio degli infermieri si è espresso ieri in particolare sulla situazione, quantomai delicata, venutasi a creare al Pronto soccorso. Il personale è in stato di agitazione e chiede risposte immediate all’Azienda sanitaria: «Il collegio esprime grande preoccupazione – continua la Nesler – per la situazione limite che è stata denunciata dal personale del pronto soccorso di Bolzano. Al collegio è arrivata la lettera inviata all’assessore Marta Stocker e al direttore generale dell’’Azienda sanitaria dell’ alto Adige Thomas Schäl, dal personale del pronto soccorso che evidenzia difficoltà a gestire la massa di persone che quotidianamente si rivolgono al servizio. Sono giunte anche segnalazioni da parte degli utenti che documentano di aver passato intere giornate in pronto soccorso con notevole disagio soprattutto per gli utenti anziani».

Una situazione che il personale, competente ma non di rado in difficoltà, cerca di gestire al meglio. Ma secondo gli infermieri servono provvedimenti per il medio-lungo periodo.

«Chiediamo di esplicitare la tanto attesa riforma clinica, attraverso la rete territoriale in modo tale che gli utenti trovino risposta ai loro bisogni senza essere costretti a recarsi in ospedale. Bisogna, poi, evitare di togliere risorse umane o ridurre i servizi esistenti, evitare il blocco delle assunzioni permettendo così ai professionisti infermieri che si sono laureati da poco di trovare posti di lavoro. È necessario pensare, come del resto stanno facendo altri in Europa, a strutture gestite e coordinate da infermieri per complessità assistenziale ma anche evitare che ci siano troppe discrepanze tra i vari comprensori, facilitando la crescita di centri di eccellenza. Chiediamo, quindi, di sostituire sempre il personale che va in pensione». Una situazione, dunque, che sembra davvero essere arrivata al limite della sopportazione da parte degli infermieri che a breve dovrebbero
avere un primo faccia a faccia tanto con l’assessore Stocker quanto con il nuovo direttore generale. Quest’ultimo ha sottolineato che le risorse (finanziarie) non mancano. Resta da capire se saranno impiegate (anche) per garantire il turnover del personale.

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Alto Adice


infermiere21 giu 2015 — Presentata al Senato un’ Interrogazione relativa al problema degli Infermieri Polizia.
Grazie a voi, la nostra iniziativa prosegue nel rispetto delle istituzioni, ma determinata nel raggiungimento del risultato.
Grazie e andiamo avanti.


inf manetteModena, 23 giugno 2015 – Un falso infermiere assunto dall’Asl di Modena con un contratto a termine di alcuni mesi e a servizio di tre Asp, nel periodo che va dal dicembre del 2009 fino al 2013. Le aziende pubbliche di servizio alla persona sono due della nostra provincia (Vignola ed Area Nord) ed una di Bologna. Il quadro è emerso ieri in tribunale nel corso dell’udienza che ha visto condannato a due anni e undici mesi, con il rito abbreviato, un uomo di 38 anni, originario di Cosenza e recidivo, perché già giudicato colpevole in Toscana a seguito di un altro procedimento che gli è costato una pena di sei mesi, sempre per esercizio abusivo di una professione.

Nel processo che si è concluso ieri in primo grado (il pm è Marco Niccolini ed il giudice Andrea Romito) il 38enne aveva anche altri tre capi d’imputazione, aggiunti all’esercizio abusivo appunto. Per due di questi è stato riconosciuto colpevole: truffa aggravata ad un ente pubblico e falso ideologico in atto pubblico. Assolto, invece, per esercizio abusivo di una professione in relazione soltanto ad un singolo episodio, vale a dire alcune medicazioni che avrebbe applicato dopo la rimozione di una cisti avvenuta a casa di un privato cittadino, che poi ha sporto denuncia. Decisamente sostanziose le provvisionali che sono state chieste, ed accordate, alle parti civili presenti.

Il finto infermiere, difatti, dovrà risarcire tutti i soldi che ha guadagnato nel corso della sua attività. Anche all’Asl, dunque. Per fare un esempio, alla Asp Seneca (rappresentata in aula dall’avvocato modenese Michele Jasonni) andranno più di 80mila euro. Oltre alla Seneca, in aula anche la Gasparini di Vignola e la ‘Comuni modenesi area Nord’. Completa il banco delle parti civili un’agenzia interinale. Perché così tanti soggetti? Perché il finto infermiere mettendo in atto il suo piano è riuscito evidentemente a beffare diversi livelli. Da quello, appunto, della proposta di un curriculum truccato ad hoc, fino all’attività vera e propria svolta all’interno di ospedali ed Asp.

È emblematico in questo senso il caso della Gasparini. All’interno della residenza per anziani di Vingola, il 38enne ha lavorato per sei mesi (nel 2013) con un ruolo di tutto rispetto tra gli infermieri. Poi, però, qualcuno dentro la struttura è incappato nelle sue vicende precedenti e così oltre al licenziamento è pure arrivata la denuncia. L’avvocato del 38enne, Simone Agnoletto, prepara già il ricorso in Corte d’Appello, aspettando ovviamente le motivazioni della sentenza di ieri. La difesa ritiene infatti che il diploma professionale esibito dal finto infermiere sia regolare, in tutto e per tutto. Il documento sarebbe infatti stato ottenuto dall’assistito a fine anni ’90 in una scuola di Cosenza, poi travolta da uno scandalo giudiziario.

Inoltre, ritiene sempre il legale del 38enne, l’uomo avrebbe svolto i suoi compiti dimostrando grande professionalità. La strategia difensiva si chiude con un’ultima tesi: la procura ha contestato anche la mancata iscrizione all’albo professionale degli infermieri, che però non sarebbe stata necessaria per i ruoli che il 38enne ha ricoperto nel corso degli anni. In ogni caso l’impianto accusatorio ha retto eccome, visto che Niccolini inizialmente aveva chiesto una condanna a tre anni. Giusto un mese di differenza nel dispositivo di sentenza letto ieri matina, evidentemente legato al singolo episodio della cisti

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il Resto del Carlino


Ad infervorare ulteriormente gli animi in un’Asp alle prese con diverse emergenze, c’è la protesta di una cinquantina fra infermieri e ausiliari a tempo determinato per 36 mesi iniziata dopo che hanno appreso della delibera del direttore generale Ficarra, che dal 30 giugno dispone il loro licenziamento e la selezione di altre unità in sostituzione. Ieri mattina il sit – in organizzato davanti la sede della direzione aziendale, iniziativa che verrà ripetuta oggi con la richiesta di un incontro immediato al direttore Ficarra. «È una situazione al limite del paradossale che non possiamo accettare – spiegano gli infermieri – visto che, in mancanza di indicazioni ben specifiche da parte dell’Assessorato alla Salute, veniamo licenziati per essere sostituiti da altre persone che dovranno essere nuovamente formate e inserite nei vari reparti.

AGRIGENTO. Non sono tempi facili per l’Asp di Agrigento. I problemi atavici e mai risolti del Pronto soccorso, la criticità di alcuni reparti dove il personale scarseggia, le apparecchiature diagnostiche troppo spesso non funzionanti a pieno regime, i lunghi turni di prenotazione per le visite specialistiche e la carenza di personale, continuano a creare disagi nell’utenza, sempre meno tollerante a tutto questo.
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Giornale di sicilia


In caso di infortunio sul lavoro, se si accerta la sussistenza di fattori patologici preesistenti non aventi origine professionale, il giudice deve, anche di ufficio, fare applicazione dell’art. 79 del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, secondo cui il grado di riduzione permanente dell’attitudine al lavoro causata da infortunio, quando risulti aggravata da inabilità preesistenti derivanti da fatti estranei al lavoro, deve essere rapportata non alla normale attitudine al lavoro ma a quella ridotta per effetto delle preesistenti inabilità, e deve essere calcolata secondo la cosiddetta formula Gabrielli. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 12629 del 18 giugno 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello, in riforma della decisione di primo grado, ha dichiarato il diritto di una lavoratrice alla rendita del 23% per inabilità da infortunio e condannato l’INAIL al pagamento delle differenze sui ratei maturati con gli interessi legali.
La Corte territoriale, per quel che qui interessa, ha precisato che la donna chiedeva il riconoscimento del diritto alla maggior rendita per infortunio nella misura del 25%.

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L’accusa è di omicidio colposo: “Procedure non rispettate”. Lo scorso luglio la crisi cardiaca, per il paziente di 64 anni, arrivò dopo due ore d’attesa al pronto soccorso del Martini, nonostante i parenti chiedessero di visitarlo in fretta. Il perito di parte: “Poteva salvarsi con semplicissime terapie”. Fissato per il 7 luglio un incidente probatorio.

È indagata per omicidio colposo l’infermiera professionale che, il 20 luglio dello scorso anno, al pronto soccorso del Martini, aveva valutato le condizioni di Loris Romanin, assegnandogli inizialmente un codice bianco. Il paziente, 64 anni, accusava forti dolori al torace, tosse e difficoltà respiratorie, ma il suo caso non era stato ritenuto urgente. Solo dopo le insistenze della famiglia all’uomo era stato assegnato un codice verde.

Arrivato in via Tofane alle 18,36, era stato visitato alle 20,34, ma dopo 45 minuti l’altoparlante allertava la cardiologia con urgenza. Alle 22 la famiglia aveva saputo che era morto: a nulla erano serviti i tentativi di rianimarlo. A settembre la moglie e i figli avevano deciso di presentare un esposto in Procura e la magistratura ha aperto un fascicolo con un’indagine affidata a Gianfranco Colace. L’incidente probatorio davanti al gip è fissato per il 7 luglio.

Una causa destinata a fare discutere perché ad essere indagata è un’infermiera, L. P., addetta al “triage”, il sistema di assegnazione delle priorità che stabilisce l’urgenza delle visite al pronto soccorso e prevede un protocollo standard. «È un caso piutosto eclatante, è piuttosto raro che sia indagata un’infermiera. Il triage prevede un protocollo definito ma comporta anche discrezionalità» spiega Marco Ronco, l’avvocato che ha difeso la famiglia Romanin.

Il pm aveva chiesto le perizie a Roberto Testi, responsabile della medicina legale dell’Asl To2, e a Roberto Pozzi, primario di cardiologia al San Luigi di Orbassano. Entrambi valutavano che fosse difficile attribuire le cause del decesso al comportamento dell’ospedale. Per la perizia di parte Ronco aveva chiamato Gaetano Thiene, anatomopatologo dell’Università di Padova. Il suo giudizio invece è netto: «È lampante che il decesso è avvenuto a seguito di una omissione di tempestivo intervento terapeutico che sarebbe risultato salvavita».

Lo specialista rileva che Romanin è deceduto «per edema polmonare acuto a seguito di un episodio di fibrillazione atriale ventricolare, scatenato molto probabilmente d un attacco ipertensivo. Questo è avvenuto malgrado fosse ricoverato in pronto soccorso, dove è rimasto erroneamente in codice bianco-verde per oltre due ore, senza una pronta visita medica e congruo trattamento antipertensivo, diuretico e antiaritmico». L’edema polmonare, scrive ancora il professore nella sua memoria «è la manifestazione più frequente di scompenso cardiaco acuto ma è facilmente controllabile se adeguatamente trattato». Era stata la moglie di Loris Romanin, Francesca, a ricostruire i fatti di quella sera: aveva raccontato l’angoscia di quelle ore passate in attesa e le richieste insistenti perchè suo marito fosse visitato presto, aggiungendo che inizialmente l’infermiera aveva comunicato che si trattava di un codice bianco, ma che nella cartella clinica il caso era indicato come un codice verde. «Al di là dei codici mio marito respirava con fatica, era reduce da giorni e giorni di mal di gola e malesseri che non passavano nonostante i farmaci prescritti», diceva. Quella sera di luglio peraltro il pronto soccorso non era affollato, c’erano soltanto otto persone in attesa. L’avvocato Ronco insiste: «è stata la moglie, dopo molte proteste, a chiedere che si accelerasse». La famiglia si era rivolta all’associazione contro la malasanità Adelina Graziani che aveva suggerito di presentare l’esposto. Il presidente Riccardo Ruà adesso commenta: «Si parla tanto di accessi impropri ma questo caso dimostra che a volta un codice bianco diventa rosso e che si può morire. Esistono protocolli e devono essere rispettati»


giust3Applicare senza modifiche o ulteriori attese quanto previsto dal “comma 566” della legge di stabilità 2015 che ha normato la possibilità di crescita professionale delle professioni (che rappresentano infermieri, ostetriche, tecnici di radiologia medica, riabilitatori, tecnici sanitari e della prevenzione e così via per un totale di circa 500mila dipendenti del Servizio sanitario e di quasi 600mila professionisti della sanità) . Lo chiedono con forza infermieri, ostetriche, tecnici di radiologia e Conaps, il coordinamento delle professioni ancora senza Collegi, che scrivono a FnomCeO, ministro della Salute e sindacati di categoria. Il messaggio è chiaro: «no all’ipotesi di rivedere la legge introducendo il concetto di “leadership medica”». Un disco rosso che si riferisce alla proposta caldeggiata recentemente dalla FnomCeO.

I firmatari delle lettere respingono quindi ogni tentativo di bypassare o modificare la norma appena entrata in vigore.

Nella lettera alla Chersevani le professioni sottolineano che i media di settore hanno riportato la posizione assunta dalla presidente nell’ultimo Consiglio Nazionale, con cui, secondo anche la maggioranza dei componenti il Consiglio nazionale, sul comma 566 si richiede una legge che imponga una “leadership funzionale” del medico nell’équipe multiprofessionale. “Non possiamo che prendere atto della posizione da Lei assunta e constatare che proseguendo in tale direzione si confermerà la preclusione ad ogni confronto sulla possibile rimodulazione delle relazioni professionali tra i medici e le professioni sanitarie”, scrivono le professioni.

Alla ministra Lorenzin invece, Ipasvi, Tecnici di radiologia, Ostetriche e Conaps, chiedono “con fermezza di portare in conferenza Stato Regioni” i provvedimenti richiesti dalla stessa Commissione Salute delle Regioni già a gennaio 2015 “per iniziare a dare corso a quanto previsto nella legge 190/14 comma 566, articolo 1”, nel qual caso “non vi sarà alcuna necessità di azioni da parte delle professioni rappresentate a difesa dell’applicazione di una legge dello Stato”.

Il coordinatore della Commissione Salute delle Regioni, il veneto Luca Coletto, infatti, in una lettera inviata il 28 gennaio scorso al ministro Lorenzin, aveva già chiesto, proprio alla luce del “comma 566”, di mettere all’ordine del giorno della Stato-Regioni sia il provvedimento sulle competenze avanzate degli infermieri già approvato dalla Commissione a febbraio 2013, sia il provvedimento sull’implementazione di competenze e profilo dei tecnici di radiologia, anch’esso approvato e perfino sottoscritto dalle organizzazioni sindacali dei medici radiologi, sia infine di aprire il confronto tecnico col ministero per definire i percorsi relativi alle altre professioni, secondo il disposto della legge di Stabilità 2015.

Infine i sindacati. Le professioni annunciano di essere pronte a “una informazione capillare
della posizione assunta da FnomCeO, alla quale è prevedibile ipotizzare che si accoderanno le organizzazioni sindacali mediche” e chiedono alle loro rappresentanze sindacali “la disponibilità ad attivare un fronte comune per portare a buon fine” il comma 566 e “contestare la richiesta di ottenere ope legis una “leadership funzionale” del medico nell’équipe multiprofessionale. “Una richiesta anacronistica che non aiuta lo sviluppo del sistema salute” è il commento dei responsabili delle professioni.

il sole 24 ore


giust1Nel prescrivere un farmaco mai affidarsi al sentito dire. L’infermiere che non segnala al medico l’errore di prescrizione di un farmaco contenente un principio attivo che sa essere dannoso per il paziente (nella fattispecie farmaco Amplital contenente amoxicillina), risponde penalmente per la morte del paziente. Deve ravvisarsi l’esistenza di un preciso dovere di attendere all’attività di somministrazione dei farmaci in modo non meccanicistico (ossia misurato sul piano di un elementare adempimento di compiti meramente esecutivi), occorrendo viceversa intenderne l’assolvimento secondo modalità coerenti a una forma di collaborazione con il personale medico orientata in termini critici. Con questa motivazione, la sentenza n. 2192 del 16 gennaio, emessa dalla IV sezione penale della Cassazione, ha confermato quella di condanna emessa nei confronti di due infermieri di un ospedale lombardo. Un errore che ha portato alla morte il paziente in pochi secondi e che trova, ancora una volta, nell’insufficiente documentazione clinica, neppure presente al momento dell’operazione e alla sua confusa compilazione il suo punto d’origine.
Secondo la ricostruzione, l’infermiere era a conoscenza dell’allergia sofferta dal paziente (per aver partecipato all’intervista per la preparazione dell’intervento chirurgico), conseguentemente gli vennero addebitate l’omessa segnalazione al medico dell’errore contenuto nella cartella clinica compilata in occasione dell’intervento (nella quale era stata erroneamente riportata la prescrizione dell’Amplital a scopo terapeutico in sostituzione del farmaco Pipertex originariamente prescritto da altro medico), e l’omessa sottoposizione al medico che doveva eseguire l’intervento della documentazione clinica per un più accurato controllo, così incorrendo nella condotta antidoverosa in violazione delle regole dell’arte infermieristica.
All’infermiere addetto alla sala operatoria, invece, venne contestato di avere somministrato il farmaco senza avere controllato la cartella clinica, neppure presente durante l’intervento, affidandosi alla prescrizione del medico che conosceva il paziente, facendo affidamento sulla competenza del personale medico. Sul punto la Corte ha precisato che l’obbligo di segnalazione e controllo non ha la finalità di sindacare l’operato del medico (segnatamente sotto il profilo dell’efficacia terapeutica dei farmaci prescritti), bensì quello di richiamarne l’attenzione sugli errori percepiti (o comunque percepibili con ordinaria diligenza), ovvero di condividere gli eventuali dubbi circa la congruità o la pertinenza della terapia stabilita rispetto all’ipotesi soggetta a esame.
Per avere una corresponsabilità nell’evento il sanitario non può difendersi sostenendo che la responsabilità fosse di altri e che si confidava che altri avrebbero controllato e/o che chi seguiva nel compito avrebbe eliminato la violazione o posto rimedio all’omissione. Con la conseguenza che quando l’evento sia stato causato da una serie di comportamenti omissivi commessi da persone diverse, tutte devono considerarsi ugualmente responsabili del danno.

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