Dal 2010 al 2024 risultano 15 notifiche nella sorveglianza ufficiale. Nessun decesso italiano emerge dalla sorveglianza europea e internazionale nel periodo analizzato
Aggiornato al 22 agosto 2026
La difterite è stata per decenni una delle malattie infettive più temute dell’infanzia. Oggi, in Italia, è diventata un evento eccezionale.
Ma quanti casi si sono realmente verificati negli ultimi anni? Quanti possono essere definiti vere forme di difterite? E soprattutto: risultano decessi attribuiti alla malattia?
Per rispondere è necessario andare oltre titoli e dichiarazioni generiche e analizzare le fonti ufficiali: Istituto Superiore di Sanità, Ministero della Salute, European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), Organizzazione Mondiale della Sanità e sistema ISTAT delle cause di morte.
Dall’analisi emerge un quadro molto netto: tra il 2010 e il 2024 risultano complessivamente 15 notifiche nella serie epidemiologica italiana utilizzata dall’ECDC. Non tutte, però, corrispondono alla classica difterite respiratoria da Corynebacterium diphtheriae.
Per quanto riguarda la mortalità, non risultano decessi italiani per difterite nella sorveglianza ECDC/WHO dal 2010, e la più recente ricostruzione europea disponibile non segnala decessi italiani neppure nel periodo 2022-4 giugno 2025.
La distinzione terminologica è importante anche sotto il profilo medico-legale.
Che cosa viene definito “caso di difterite”?
Nel linguaggio comune si tende a immaginare la difterite come la classica grave infezione faringea caratterizzata da pseudomembrane, edema cervicale e possibile tossicità sistemica.
La sorveglianza epidemiologica utilizza invece una definizione più articolata.
Secondo la definizione europea di caso, le manifestazioni cliniche considerate comprendono:
difterite respiratoria classica;
difterite respiratoria lieve;
difterite cutanea;
difterite localizzata in altre sedi.
Il criterio microbiologico prende inoltre in considerazione ceppi produttori di tossina appartenenti a Corynebacterium diphtheriae, C. ulcerans e C. pseudotuberculosis.
Di conseguenza, leggere in una tabella ECDC “5 casi di difterite in Italia” non significa automaticamente che cinque persone abbiano sviluppato la classica difterite respiratoria tossinica.
È un punto fondamentale per interpretare correttamente le statistiche.
Quanti casi sono stati registrati in Italia dal 2010?
La ricostruzione delle serie ufficiali porta al seguente quadro.
Anno| Casi/notifiche riportati
2010| 0
2011| 0
2012| 0
2013| 0
2014| 1
2015| 0
2016| 1
2017| 1
2018| 1
2019| 0
2020| 0
2021| 0
2022| 3
2023| 3
2024| 5
Totale 2010-2024/ 15
L’Istituto Superiore di Sanità riferisce esplicitamente che tra il 2010 e il 2013 in Italia non fu segnalato alcun caso di difterite.
Per il periodo 2014-2018, la serie ECDC riporta rispettivamente 1 caso nel 2014, zero nel 2015, 1 nel 2016, 1 nel 2017 e 1 nel 2018.
Nel 2019, 2020 e 2021 l’Italia risulta invece a zero casi. Nel 2022 le notifiche salgono a 3.
Nel 2023 vengono segnalati altri 3 casi e nel 2024 5 casi.
Pertanto, utilizzando una serie epidemiologica coerente, il totale documentabile è:
15 notifiche tra il 1° gennaio 2010 e il 31 dicembre 2024.
Al 22 agosto 2026 il rapporto epidemiologico annuale ECDC più recente e consolidato disponibile riguarda proprio il 2024, ed è stato pubblicato il 27 luglio 2026. Non è quindi corretto attribuire al 2025 o al 2026 un numero annuale definitivo utilizzando dati preliminari o Rapid Risk Assessment riferiti a periodi parziali.
Quei casi erano tutti difterite respiratoria classica?
No.
Ed è probabilmente uno dei dati più importanti dell’intera analisi.
I tre casi del 2022
Nel 2022 l’Italia notificò tre casi da C. diphtheriae.
Dalla caratterizzazione clinica ECDC risulta:
2 forme cutanee e 1 forma respiratoria associata a interessamento cutaneo.
Quindi i tre casi italiani del 2022 non corrispondevano a tre episodi di classica difterite respiratoria isolata.
I tre casi del 2023
Nel 2023 l’Italia notificò complessivamente tre casi.
Per i due casi italiani da C. diphtheriae per i quali è riportata la manifestazione clinica, ECDC indica forme cutanee. La documentazione comprende inoltre un caso italiano nel quale il patogeno non era specificato nella tabella per specie.
I cinque casi del 2024
Nel 2024 risultano cinque notifiche italiane.
ECDC documenta almeno:
2 casi da C. diphtheriae e 1 caso da C. ulcerans, mentre le tabelle pubblicate non consentono di attribuire in maniera completa e univoca tutti e cinque i casi alle singole categorie microbiologiche.
Tra le presentazioni cliniche esplicitamente riportate compaiono:
un caso da C. diphtheriae con interessamento respiratorio e cutaneo, un caso da C. diphtheriae cutaneo e un caso da C. ulcerans classificato come difterite respiratoria classica.
È quindi scientificamente scorretto trasformare il dato:
“5 notifiche nel 2024”
nella frase:
“5 persone hanno avuto la classica difterite respiratoria nel 2024”.
Sono affermazioni diverse.
Quanti decessi per difterite risultano in Italia dal 2010?
Questo è probabilmente il dato più rilevante.
Una ricostruzione pubblicata sulla sorveglianza della Regione Europea WHO per il periodo 2010-2019 documenta 12 decessi correlati alla difterite nell’intera Regione, distribuiti tra Lettonia, Francia, Regno Unito, Grecia, Spagna e Turchia.
L’Italia non compare tra i Paesi con decessi.
La successiva sorveglianza ECDC conferma l’assenza dell’Italia anche negli anni più recenti.
Nel 2022 furono riportati cinque decessi nell’UE/SEE: Francia, Austria, Slovacchia e Germania. Nessuno in Italia.
Nel 2023 furono registrati quattro decessi, distribuiti tra Belgio, Francia e Germania. Nessuno in Italia.
Nel 2024 furono registrati quattro decessi: due in Germania, uno in Lettonia e uno in Austria. Anche in questo caso nessuno in Italia.
Un Rapid Risk Assessment ECDC pubblicato nel 2025 permette di ampliare ulteriormente il controllo.
Per il periodo 2009-2021, ECDC ricostruisce 11 decessi: sei in Lettonia e uno ciascuno in Belgio, Francia, Grecia, Spagna e Regno Unito.
Per il periodo 2022-4 giugno 2025, altri 11 decessi risultavano distribuiti tra Germania, Francia, Lettonia, Austria, Belgio, Repubblica Ceca e Slovacchia.
In nessuno dei due periodi compare l’Italia.
La formulazione scientificamente più solida è quindi:
«Nella sorveglianza epidemiologica ECDC e WHO non risultano decessi italiani attribuiti alla difterite dal 2010; la ricostruzione ECDC disponibile arriva, per i dati più recenti sui decessi, almeno al 4 giugno 2025 senza riportare vittime in Italia.»
Possiamo dire “zero morti certificati da ISTAT”?
Qui è necessaria una precisazione medico-legale.
Una notifica epidemiologica ECDC e un certificato di causa di morte non sono la stessa cosa.
In Italia il medico certificatore compila la scheda relativa alle cause che hanno determinato il decesso. Le informazioni confluiscono nell’indagine ISTAT sulle cause di morte e vengono successivamente codificate secondo la classificazione internazionale ICD-10.
Per la difterite il codice di riferimento è ICD-10 A36.
ISTAT distingue inoltre la causa iniziale di morte, cioè la malattia o il traumatismo che ha dato origine alla sequenza di eventi che ha condotto al decesso, dalle condizioni intermedie o associate.
Il WHO Mortality Database utilizza proprio dati di mortalità provenienti dai sistemi nazionali di registrazione civile e trasmessi dalle autorità nazionali competenti; la causa iniziale è quella codificata dall’autorità nazionale.
Questa verifica non ha fatto emergere elementi in contrasto con il quadro epidemiologico ECDC.
Tuttavia, sul piano strettamente medico-legale, non è opportuno scrivere che “ISTAT certifica zero decessi A36 in ciascun anno dal 2010” senza disporre dell’estrazione completa, anno per anno e per entrambi i sessi, della specifica serie ICD-10 A36 dalla banca dati ISTAT.
La formulazione più rigorosa resta quindi:
“Non risultano decessi italiani per difterite nella sorveglianza ufficiale WHO/ECDC dal 2010.”
Questo evita di attribuire a ISTAT una certificazione statistica specifica che non è stata direttamente estratta dalla relativa banca dati.
Prima dei vaccini: 20-30 mila casi e circa 1.500 morti ogni anno
Per comprendere il significato epidemiologico degli attuali numeri bisogna confrontarli con l’Italia precedente alla vaccinazione di massa.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, prima della diffusione estesa della vaccinazione antidifterica si registravano in Italia 20.000-30.000 casi ogni anno tra i bambini e circa 1.500 decessi annuali.
Dalla metà degli anni Cinquanta, con l’utilizzo su larga scala del vaccino, l’incidenza diminuì rapidamente.
Un’altra analisi dell’ISS mette a confronto una media di circa 7.000 casi annui nell’epoca pre-vaccinale con una media di zero casi nel periodo 2010-2013.
Il cambiamento epidemiologico è quindi enorme:
prima della vaccinazione di massa: decine di migliaia di casi e circa 1.500 morti ogni anno;
2010-2024: 15 notifiche complessive nella sorveglianza considerata e nessun decesso italiano riportato dalla sorveglianza ECDC/WHO.
Possiamo attribuire tutto esclusivamente al vaccino?
Scientificamente, un semplice confronto “prima-dopo” non deve essere utilizzato da solo per dimostrare una relazione causale.
Nel corso del Novecento sono migliorati contemporaneamente anche condizioni igienico-sanitarie, nutrizione, diagnosi, disponibilità degli antibiotici e qualità dell’assistenza.
Questo limite è riconosciuto anche negli studi che hanno valutato l’impatto delle vaccinazioni.
Tuttavia, nel caso della difterite le evidenze sull’efficacia della vaccinazione sono molto robuste e derivano da più elementi convergenti: immunologia, studi epidemiologici, andamento storico della malattia e ricomparsa di epidemie in popolazioni con coperture vaccinali insufficienti.
L’ECDC afferma che la vaccinazione con tossoide difterico rappresenta lo strumento efficace per prevenire la malattia mediata dalla tossina e sottolinea l’importanza del mantenimento di elevate coperture vaccinali.
Il Ministero della Salute ricorda inoltre che l’efficacia della vaccinazione è evidenziata dalla drastica riduzione della malattia nei Paesi con programmi vaccinali e dalla sua ricomparsa quando le coperture vengono meno.
Il vaccino impedisce qualsiasi infezione?
No, e dirlo apertamente rende l’informazione scientifica più corretta.
Il vaccino antidifterico contiene un tossoide, cioè una tossina inattivata capace di indurre una risposta immunitaria contro la tossina prodotta dal batterio.
La sua funzione principale è quindi proteggere dalla malattia tossino-mediata, responsabile delle complicanze più gravi come miocardite, neuropatie, insufficienza respiratoria e morte.
La vaccinazione non garantisce una sterilizzazione assoluta delle mucose e non esclude completamente che un soggetto possa acquisire o trasportare Corynebacterium.
ECDC sottolinea infatti che, nelle popolazioni altamente vaccinate, le infezioni possono essere asintomatiche o presentarsi in forma lieve.
Per questo motivo il riscontro di un caso in una persona vaccinata non dimostra automaticamente un fallimento del vaccino.
L’endpoint clinicamente più importante è la prevenzione della malattia tossinica grave e delle sue complicanze.
Quanti casi e morti avrebbe evitato la vaccinazione?
Uno studio sull’impatto dei programmi vaccinali italiani dal 1900 al 2015, richiamato dall’Istituto Superiore di Sanità, ha stimato per la sola difterite circa 1,83 milioni di casi evitati e 27.503 decessi evitati grazie alla vaccinazione.
Per i decessi, l’intervallo di confidenza al 95% della stima era compreso tra 17.883 e 39.292.
Gli stessi autori sottolineano correttamente che anche altri fattori — miglioramento delle condizioni socioeconomiche, igiene, antibiotici e capacità diagnostica — possono aver contribuito alla riduzione della mortalità.
Non si tratta quindi di sostenere che ogni singolo caso evitato possa essere attribuito matematicamente al vaccino, ma di riconoscere il ruolo determinante dei programmi di immunizzazione all’interno di un insieme di progressi sanitari.
E lo stato vaccinale dei casi italiani?
I dati pubblicamente disponibili non consentono di affermare che tutti i casi italiani recenti fossero vaccinati o, al contrario, che fossero tutti non vaccinati.
In particolare, per i cinque casi italiani del 2024 l’Annual Epidemiological Report ECDC non permette di ricostruire individualmente lo stato vaccinale di tutti i soggetti.
Sono quindi prive di adeguato fondamento entrambe le affermazioni:
“I cinque italiani erano tutti vaccinati.”
e
“I cinque italiani erano tutti non vaccinati.”
Lo stato vaccinale deve essere documentato individualmente prima di essere utilizzato per valutare un possibile fallimento vaccinale.
Interessante è invece il dato europeo sui decessi.
Nel Rapid Risk Assessment ECDC, tra gli 11 decessi da C. diphtheriae riportati nel periodo 2022-4 giugno 2025, quattro soggetti erano indicati come non vaccinati e per sette lo stato vaccinale non era noto.
Nel periodo 2009-2021, tra gli 11 decessi descritti, sei erano non vaccinati, uno aveva ricevuto tre dosi e per quattro lo stato vaccinale era sconosciuto.
Anche questi dati vanno interpretati con prudenza, perché il numero complessivo è molto piccolo, ma non consentono certamente di sostenere che i decessi si verifichino prevalentemente tra persone completamente vaccinate.
Il valore medico-legale delle parole
Quando si comunicano dati sanitari, soprattutto su un tema controverso come quello delle vaccinazioni, utilizzare la terminologia corretta è essenziale.
“Caso notificato” significa che il caso è entrato nel sistema di sorveglianza secondo la definizione prevista.
“Caso confermato” implica il rispetto dei criteri clinici e microbiologici stabiliti dalla definizione di caso.
“Isolamento di Corynebacterium” non equivale necessariamente a malattia difterica tossinica.
“Decesso notificato nella sorveglianza” indica un esito fatale associato al caso e comunicato al sistema epidemiologico.
“Causa iniziale di morte ICD-10 A36” riguarda invece la codifica statistica della causa di morte effettuata sulla base della certificazione medica.
Confondere queste categorie può produrre conclusioni epidemiologicamente e giuridicamente scorrette.
In Italia la sorveglianza delle malattie infettive è oggi regolata anche attraverso il sistema PREMAL, previsto dal Decreto del Ministero della Salute del 7 marzo 2022, destinato alla segnalazione dei casi sospetti o confermati delle malattie sottoposte a sorveglianza.
Cosa possiamo affermare con ragionevole certezza
Alla luce delle fonti ufficiali disponibili al 22 agosto 2026 è possibile sostenere che:
Dal 2010 al 2024 in Italia risultano complessivamente 15 notifiche nella serie epidemiologica utilizzata da ECDC.
Non tutte queste notifiche rappresentano la classica difterite respiratoria da C. diphtheriae: sono documentate anche forme cutanee, forme miste e infezioni da C. ulcerans.
Nel 2019, 2020 e 2021 l’Italia ha registrato zero casi nella serie ECDC.
Nel periodo 2020-2024 sono state registrate complessivamente 11 notifiche: 0 nel 2020, 0 nel 2021, 3 nel 2022, 3 nel 2023 e 5 nel 2024.
Non risultano decessi italiani per difterite nella sorveglianza ECDC/WHO dal 2010. La ricostruzione ECDC disponibile non segnala vittime italiane neppure fino al 4 giugno 2025.
Non è possibile stabilire dai rapporti pubblici che tutti i casi italiani recenti fossero vaccinati o non vaccinati.
Il vaccino antidifterico non garantisce necessariamente l’impossibilità di colonizzazione o infezione, ma è diretto principalmente contro la tossina e la prevenzione della malattia grave tossino-mediata.
Conclusioni
La storia epidemiologica italiana della difterite rappresenta uno degli esempi più significativi della trasformazione prodotta dalla prevenzione vaccinale.
Prima della vaccinazione su larga scala, l’Italia registrava 20.000-30.000 casi pediatrici e circa 1.500 decessi ogni anno.
Tra il 2010 e il 2024, nell’arco di quindici anni, la sorveglianza ufficiale considerata registra 15 notifiche complessive.
Non tutte erano forme respiratorie classiche.
E nella sorveglianza epidemiologica europea e internazionale non risultano decessi italiani per difterite dal 2010, con una ricostruzione ECDC che arriva almeno al 4 giugno 2025.
Questi numeri non autorizzano a sostenere che il vaccino renda impossibile qualsiasi infezione né che ogni variazione epidemiologica sia dovuta esclusivamente alla vaccinazione.
Consentono però di affermare, in accordo con ISS, Ministero della Salute ed ECDC, che la vaccinazione antidifterica ha avuto un ruolo fondamentale nel trasformare una malattia un tempo comune e responsabile ogni anno di migliaia di casi e numerosi decessi in un evento oggi eccezionale in Italia.
È proprio questa la corretta misura dell’efficacia di un programma vaccinale: non necessariamente l’assenza assoluta del microrganismo, ma la drastica riduzione della malattia, delle forme gravi e della mortalità.
Fonti principali
1. European Centre for Disease Prevention and Control – Annual Epidemiological Report for 2024, Diphtheria, pubblicato 27 luglio 2026. “ECDC – Diphtheria, Annual Epidemiological Report 2024” (https://reference-url-citation.invalid/27)
2. ECDC – Annual Epidemiological Report for 2023, Diphtheria. “ECDC – Diphtheria 2023” (https://reference-url-citation.invalid/28)
3. ECDC – Annual Epidemiological Report for 2022, Diphtheria. “ECDC – Diphtheria 2022” (https://reference-url-citation.invalid/29)
4. ECDC – Rapid Risk Assessment: Diphtheria caused by Corynebacterium diphtheriae ST574 in the EU/EEA, 2025. Contiene anche la ricostruzione dei decessi europei nel periodo 2009-2021 e 2022-4 giugno 2025.
5. Istituto Superiore di Sanità – Epicentro, epidemiologia e vaccinazione contro la difterite. Documenta l’andamento storico italiano e l’assenza di casi segnalati nel periodo 2010-2013.
6. Istituto Superiore di Sanità – Impatto dei programmi vaccinali in Italia. Stime di casi e decessi evitati attraverso i programmi di immunizzazione.
7. Ministero della Salute – Malattie prevenibili con vaccino / difterite. Informazioni sull’efficacia della vaccinazione e sulla prevenzione della malattia.
8. Commissione Europea – Decisione di esecuzione (UE) 2018/945. Definizioni di caso per la sorveglianza delle malattie trasmissibili, compresa la difterite. “EUR-Lex – Decisione UE 2018/945” (https://reference-url-citation.invalid/34)
9. ISTAT – Cause di morte in Italia, anno 2023. Metodologia della certificazione, selezione e codifica della causa iniziale di morte secondo ICD-10.
10. World Health Organization – WHO Mortality Database. Dati ufficiali sulle cause di morte trasmessi dalle autorità nazionali; difterite classificata con codice ICD-10 A36.
11. WHO European Region – Epidemiology of diphtheria in the WHO European Region, 2010-2019. Ricostruzione dei casi e dei decessi registrati nella Regione europea nel decennio.
Nota metodologica
I dati 2025 e 2026 non sono stati sommati al totale dei casi perché, alla data di aggiornamento dell’articolo, l’ultimo Annual Epidemiological Report ECDC consolidato disponibile riguarda il 2024. Eventuali dati preliminari del 2025 non sono direttamente equiparabili a una serie annuale consolidata.
Analogamente, l’espressione “nessun decesso italiano nella sorveglianza ECDC/WHO” è preferibile, sul piano medico-legale, alla frase “zero certificati di morte ISTAT”, fino a quando non venga prodotta un’estrazione completa della specifica causa iniziale ICD-10 A36 dalla banca dati ISTAT per ciascun anno e per l’intera popolazione.
Questa cautela metodologica non modifica il risultato epidemiologico osservato, ma evita di attribuire a una fonte un’informazione più specifica di quella direttamente verificata.
