Ogni volta che una persona muore durante un intervento delle forze dell’ordine, il dibattito pubblico si concentra inevitabilmente sulle responsabilità individuali. È giusto che la magistratura accerti i fatti e stabilisca eventuali responsabilità. Ma c’è un’altra domanda che il sistema sanitario e quello dell’emergenza non possono più rimandare: stiamo affrontando correttamente i casi di agitazione psicomotoria grave?
Le recenti dichiarazioni del presidente della Società Italiana Sistema 118, Mario Balzanelli, riportano al centro una questione che gli operatori dell’emergenza conoscono da tempo. L’agitazione psicomotoria non è soltanto un problema di ordine pubblico. Può rappresentare il primo segno di una condizione clinica gravissima che richiede un intervento sanitario immediato.
Quando l’agitazione è un sintomo e non il problema
Un paziente in stato di agitazione può essere affetto da ipossia, ipoglicemia, trauma cranico, intossicazione da sostanze, sepsi, alterazioni metaboliche, ipertermia o patologie neurologiche e psichiatriche acute.
Limitarsi a contenere il comportamento senza comprendere la causa significa rischiare di trattare il sintomo ignorando la malattia.
Per questo motivo l’agitazione psicomotoria dovrebbe essere considerata, almeno nelle forme più severe, una vera emergenza tempo-dipendente, al pari di un ictus o di un infarto, nella quale ogni minuto può fare la differenza.
Sicurezza pubblica e sicurezza sanitaria devono procedere insieme
Nei casi di forte aggressività è inevitabile che intervengano le forze dell’ordine per mettere in sicurezza la scena. Tuttavia, una volta garantita la sicurezza degli operatori e dei presenti, il paziente deve diventare prioritariamente un paziente, non soltanto un soggetto da immobilizzare.
È qui che emerge il limite di molti protocolli attuali: il passaggio dalla gestione dell’ordine pubblico alla presa in carico sanitaria non sempre è tempestivo e chiaramente definito.
Non si tratta di attribuire colpe agli operatori di polizia o ai sanitari. Al contrario, si tratta di riconoscere che nessun professionista può essere lasciato solo ad affrontare situazioni tanto complesse senza protocolli condivisi e strumenti adeguati.
La contenzione non è una terapia
La contenzione fisica rappresenta talvolta una scelta inevitabile per proteggere il paziente e chi lo assiste. Ma non può mai essere considerata un trattamento.
Ogni forma di immobilizzazione aumenta il rischio di complicanze respiratorie e cardiovascolari, soprattutto se protratta nel tempo o associata a condizioni cliniche già compromesse.
Per questo le principali raccomandazioni internazionali invitano a limitarne durata e intensità, evitando compressioni del torace e del collo, riducendo al minimo il mantenimento della posizione prona e garantendo un monitoraggio clinico continuo.
La vera domanda non è se contenere o meno un paziente quando esiste un pericolo concreto, ma come farlo e soprattutto chi debba assumere la responsabilità clinica della gestione.
Serve una revisione nazionale dei protocolli
Le dichiarazioni di Balzanelli aprono un confronto che non dovrebbe dividere le professioni, ma rafforzare il sistema.
Occorre una revisione nazionale che definisca criteri uniformi per:
– riconoscere precocemente i pazienti ad alto rischio;
– attivare tempestivamente il supporto sanitario avanzato;
– integrare l’intervento tra 112, Centrali Operative 118, equipaggi di soccorso e forze dell’ordine;
– standardizzare le tecniche di de-escalation e di contenzione;
– garantire formazione interdisciplinare continua.
L’obiettivo non è stabilire quale professionista sia più importante, ma fare in modo che ogni figura intervenga nel momento giusto, con competenze definite e condivise.
Dal singolo caso al cambiamento del sistema
Ogni evento drammatico deve trasformarsi in un’occasione di apprendimento. È questo il principio della clinical governance: analizzare gli eventi avversi non per cercare un colpevole, ma per individuare le criticità organizzative che possono essere corrette.
L’emergenza territoriale italiana dispone di professionisti altamente qualificati. Ciò che oggi appare necessario è una maggiore uniformità organizzativa, protocolli nazionali aggiornati e una reale integrazione tra tutte le componenti coinvolte nella risposta all’emergenza.
Una riflessione che riguarda tutti
L’agitazione psicomotoria grave non appartiene esclusivamente alla psichiatria, né soltanto alla medicina d’urgenza o alle forze dell’ordine. È un problema complesso che richiede competenze cliniche, organizzative e relazionali.
Continuare a considerarla prevalentemente come una questione di sicurezza pubblica rischia di ritardare il riconoscimento di condizioni potenzialmente letali.
La vera sfida è culturale prima ancora che organizzativa: comprendere che dietro un comportamento apparentemente violento può nascondersi un’emergenza medica.
Solo quando il sistema saprà coniugare sicurezza e assistenza sanitaria in un unico percorso operativo sarà possibile ridurre il rischio di tragedie evitabili.
L’agitazione psicomotoria grave deve essere trattata come un’emergenza clinica. Sempre. Perché salvare una vita significa riconoscere il paziente prima ancora del comportamento.
