Una nuova pronuncia della magistratura rafforza un principio destinato ad avere un impatto significativo per infermieri, OSS e professionisti sanitari impegnati nei turni. Quando il servizio supera le sei ore e il lavoratore non può usufruire concretamente della pausa prevista dalla normativa, il buono pasto non rappresenta un beneficio accessorio, ma un diritto da garantire.
La conferma arriva dal Tribunale di Gela, che con la sentenza n. 408 del 19 giugno 2026 ha accolto il ricorso di un’infermiera turnista, condannando l’Azienda sanitaria al risarcimento economico per i buoni pasto mai riconosciuti durante centinaia di turni superiori alle sei ore. La decisione si inserisce nel consolidato orientamento della Corte di Cassazione, che negli ultimi anni ha più volte ribadito lo stesso principio.
La pausa deve essere effettiva
Il punto centrale della vicenda riguarda la concreta possibilità di interrompere il lavoro. La normativa prevede che, superate le sei ore di attività, il dipendente abbia diritto a una pausa finalizzata anche alla consumazione del pasto.
Nella realtà dei reparti ospedalieri, però, non sempre ciò accade. Carenza di personale, emergenze assistenziali e continuità del servizio costringono spesso infermieri e operatori socio-sanitari a rimanere operativi senza poter lasciare realmente il reparto.
Secondo i giudici, se il datore di lavoro non consente una pausa effettiva né mette a disposizione un servizio mensa utilizzabile, deve garantire una misura sostitutiva, come il buono pasto.
Un principio che riguarda migliaia di professionisti
La pronuncia potrebbe interessare un numero molto elevato di lavoratori del Servizio sanitario nazionale. In numerose aziende sanitarie i turni di mattina, pomeriggio e notte superano abitualmente le sei ore, ma la pausa rimane spesso solo teorica.
La giurisprudenza, ormai sempre più uniforme, sottolinea che il diritto al buono pasto non dipende dal fatto che il lavoratore sia turnista o meno, ma dall’impossibilità concreta di usufruire della pausa prevista dalla legge e dal contratto collettivo.
Possibili nuovi ricorsi
La sentenza di Gela si aggiunge ad altre recenti decisioni favorevoli ai professionisti sanitari, confermando un orientamento che potrebbe incentivare nuove azioni legali da parte di infermieri, OSS e altre figure del comparto Sanità che negli anni non hanno ricevuto i buoni pasto pur lavorando per oltre sei ore consecutive senza una reale interruzione del servizio.
Per i lavoratori interessati sarà fondamentale verificare la documentazione relativa ai turni svolti, alle modalità di organizzazione della pausa e alle disposizioni adottate dalla propria azienda sanitaria, elementi che continuano a rappresentare il fulcro delle decisioni dei tribunali.
