L’Italia continua a discutere di carenza infermieristica, di nuovi profili professionali e di riforme organizzative. Eppure nessuno affronta una delle contraddizioni più evidenti del nostro sistema sanitario: perché un infermiere che consegue una formazione specialistica post-laurea viene immediatamente immesso in contesti ad alta complessità senza un percorso strutturato di inserimento, tutoraggio e progressiva assunzione di responsabilità?
È una domanda che non riguarda soltanto la qualità della formazione, ma il diritto del lavoro, la sicurezza delle cure e la responsabilità professionale.
Negli ultimi giorni Walter De Caro ha evidenziato, numeri alla mano, il ritardo dell’Italia rispetto all’Europa. Il nostro Paese dispone di appena 6,4 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro oltre 18 in Finlandia, Svizzera e Norvegia, circa 12 in Germania e Francia e 9 nel Regno Unito. Ancora più preoccupante è il rapporto infermieri/medici: 1,5 in Italia contro una media Ocse di 2,8, con punte di 4,7 in Giappone e 4,4 in Finlandia.
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: reparti cronicamente sotto organico, aumento dei carichi assistenziali, burnout, dimissioni volontarie e crescente difficoltà ad attrarre nuovi professionisti.
Il paradosso italiano
Mentre tutti i principali sistemi sanitari europei investono sull’evoluzione delle competenze infermieristiche, in Italia si continua a discutere dell’introduzione dell’assistente infermiere, formato con circa 500 ore, chiamato a collaborare in attività che, fino ad oggi, sono state prerogativa di professionisti laureati con oltre 4.600 ore di formazione universitaria previste dalla normativa europea.
Su questo punto la questione non è ideologica ma giuridica.
La Direttiva 2013/55/UE definisce chiaramente il percorso minimo richiesto per l’infermiere responsabile dell’assistenza generale, proprio per garantire uniformità delle competenze e sicurezza delle cure all’interno dell’Unione Europea.
Non sorprende, quindi, che Cnai e Uil Fpl abbiano presentato un reclamo alla Commissione Europea, ritenendo che il nuovo modello possa entrare in conflitto con il quadro normativo europeo.
Ma il vero nodo è un altro.
La supervisione non basta
La risposta che viene spesso fornita è semplice: “l’assistente lavorerà sotto supervisione dell’infermiere”.
Sulla carta può apparire rassicurante.
Nella realtà quotidiana dei nostri ospedali è spesso impraticabile.
Come può un infermiere supervisionare realmente un altro operatore quando gestisce contemporaneamente decine di pazienti, emergenze continue, responsabilità cliniche, documentazione, coordinamento dell’équipe e attività assistenziali sempre più complesse?
La supervisione non può trasformarsi in una formula giuridica utile solo a trasferire responsabilità verso l’alto.
Senza organici adeguati rischia di diventare una finzione organizzativa che aumenta l’esposizione professionale dell’infermiere senza garantirgli gli strumenti necessari per esercitare realmente quella funzione.
Ma c’è una contraddizione ancora più grave
Paradossalmente lo stesso sistema che pensa di affidare attività cliniche a figure con formazione ridotta non garantisce alcun vero periodo di inserimento agli infermieri che conseguono una formazione specialistica universitaria.
Master, lauree magistrali e percorsi avanzati consentono di acquisire competenze altamente specialistiche.
Eppure, nella maggior parte delle aziende sanitarie, il giorno successivo al conseguimento del titolo non esiste alcun percorso strutturato che accompagni il professionista nell’assunzione delle nuove responsabilità.
Si entra direttamente in servizio.
Si impara sul campo.
Si assume immediatamente la piena responsabilità professionale.
È un modello che nessun sistema realmente orientato alla qualità dovrebbe considerare accettabile.
Una lacuna anche giuslavoristica
Dal punto di vista del diritto del lavoro emerge una criticità evidente.
Il datore di lavoro pubblico ha il dovere di garantire non soltanto la formazione obbligatoria, ma anche condizioni organizzative idonee affinché il lavoratore possa svolgere la propria attività in sicurezza, tutelando contemporaneamente sé stesso e gli assistiti.
Quando vengono introdotte competenze specialistiche nuove, dovrebbe essere previsto un periodo iniziale di inserimento con tutor dedicato, obiettivi formativi, verifica delle competenze e progressiva attribuzione dell’autonomia operativa.
Questo principio è ormai consolidato in numerose professioni ad alta responsabilità.
Basti pensare ai medici specialisti, ai magistrati, ai dirigenti tecnici o ai piloti dell’aviazione civile.
Solo nella professione infermieristica italiana sembra normale pretendere che il possesso di un titolo accademico sia sufficiente, da solo, a garantire l’immediata piena operatività in contesti estremamente complessi.
L’Europa indica un’altra strada
L’International Council of Nurses e la European Federation of Nurses Associations indicano da anni un modello completamente diverso.
Lo sviluppo della pratica avanzata non si costruisce abbassando il livello delle competenze, ma creando percorsi progressivi di crescita professionale, con formazione universitaria, esperienza clinica supervisionata, riconoscimento economico e chiara definizione delle responsabilità.
Anche le evidenze scientifiche sono concordi.
Lo studio RN4CAST ha dimostrato che una maggiore presenza di infermieri laureati riduce la mortalità ospedaliera.
La meta-analisi di Griffiths conferma che sostituire infermieri con personale meno qualificato aumenta il rischio di eventi avversi, errori, cadute e peggioramento degli esiti clinici.
La qualità dell’assistenza non si ottiene risparmiando sulla professionalità.
Le riforme che servono davvero
L’Italia non ha bisogno di scorciatoie.
Ha bisogno di investire sugli infermieri.
Occorre aumentare i posti nei corsi di laurea, rendere più attrattiva la professione attraverso retribuzioni adeguate, valorizzare realmente la formazione specialistica e costruire percorsi di pratica avanzata riconosciuti contrattualmente.
Ma soprattutto è necessario introdurre un periodo obbligatorio di inserimento professionale per gli infermieri che conseguono titoli specialistici post-laurea.
Un percorso tutorato, retribuito, con obiettivi certificati, progressiva autonomia clinica e riconoscimento giuridico delle competenze acquisite.
Perché la formazione non termina con il conseguimento di un titolo.
Diventa realmente efficace solo quando il sistema sanitario accompagna il professionista nella sua applicazione concreta.
Continuare a ignorare questa esigenza significa chiedere agli infermieri di assumersi responsabilità sempre maggiori senza offrire loro gli strumenti organizzativi necessari.
E questo non rappresenta soltanto un limite della formazione.
Rappresenta un limite dell’intero Servizio sanitario nazionale.
Redazione
