Le Case di Comunità, gli Ospedali di Comunità e il rafforzamento dell’assistenza territoriale rappresentano una delle più importanti riforme della sanità italiana degli ultimi decenni. Tuttavia, mentre si avvicinano le aperture delle nuove strutture finanziate dal PNRR, emerge con sempre maggiore evidenza una criticità che molti professionisti sanitari avevano segnalato da tempo: la mancanza di personale.
Infermieri, medici, OSS, fisioterapisti, assistenti sociali e altri professionisti costituiscono il vero motore della sanità. Senza di loro nessuna struttura, per quanto moderna e tecnologicamente avanzata, può garantire servizi efficaci ai cittadini.
Il punto fondamentale è che la carenza di personale non è un’emergenza improvvisa. Non è un fenomeno nato negli ultimi mesi e neppure negli ultimi anni. I dati sui pensionamenti, sulla riduzione degli organici, sulle difficoltà di reclutamento e sull’insufficiente numero di professionisti formati erano conosciuti da tempo.
Da oltre un ventennio il Servizio sanitario nazionale convive con problemi strutturali legati alla programmazione delle risorse umane. Migliaia di professionisti hanno lasciato il sistema per pensionamento, mentre il numero di nuovi ingressi non è stato sufficiente a garantire il ricambio necessario. Parallelamente, il progressivo aumento dell’età media della popolazione ha determinato una crescita costante della domanda di assistenza.
In questo scenario sono state progettate le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità. Una scelta condivisibile sotto il profilo organizzativo, ma che avrebbe richiesto, contestualmente, una pianificazione pluriennale del personale necessario a renderli operativi.
Oggi il dibattito pubblico si concentra spesso sulla responsabilità politica della situazione attuale. È giusto discutere delle scelte presenti, ma è altrettanto corretto ricordare che nessun governo, nessuna regione e nessuna azienda sanitaria possono formare in pochi mesi gli infermieri, i medici e gli altri professionisti che avrebbero dovuto essere programmati anni prima.
La politica di oggi può certamente programmare il futuro. Può aumentare i posti universitari, finanziare percorsi formativi, migliorare le condizioni di lavoro, rendere più attrattivo il Servizio sanitario pubblico e predisporre piani di assunzione adeguati. Può correggere gli errori del passato e costruire una prospettiva diversa.
Quello che non può fare è recuperare immediatamente il tempo perduto.
Per questo il tema non dovrebbe essere affrontato come una contrapposizione tra maggioranze e opposizioni. La vera questione riguarda la capacità delle istituzioni di programmare il fabbisogno professionale con anni di anticipo, tenendo conto dei pensionamenti, dell’evoluzione demografica e dei nuovi modelli assistenziali.
Le Case di Comunità possono rappresentare un’opportunità straordinaria per il territorio. Possono contribuire a ridurre la pressione sui pronto soccorso, migliorare la presa in carico delle cronicità e garantire una sanità più vicina ai cittadini.
Ma perché ciò accada serve una condizione imprescindibile: investire sulle persone.
La sanità non si costruisce soltanto con i fondi, con i cantieri o con le inaugurazioni. Si costruisce con la programmazione, con la formazione e con il personale.
Ed è proprio sulla programmazione delle risorse umane che il sistema sanitario italiano sta pagando oggi il prezzo delle scelte, o delle mancate scelte, compiute negli anni passati.
