Da settimane il dibattito politico e mediatico è monopolizzato dalla riforma della medicina generale. Si discute se i medici di famiglia debbano restare convenzionati o diventare dipendenti, quante ore debbano lavorare nelle Case di Comunità e quale debba essere il loro ruolo nella nuova sanità territoriale.
È un confronto importante. Ma rischia di nascondere una domanda ancora più grande.
Chi farà funzionare concretamente le Case di Comunità?
Perché mentre il Paese discute del futuro dei medici di medicina generale, quasi nessuno parla del fabbisogno di circa 30.000 Infermieri di Famiglia e Comunità necessario per realizzare il modello previsto dal DM 77.
I numeri raccontano una realtà preoccupante.
Secondo il Rapporto Italia 2026 di Eurispes, richiamato dalla FNOPI, gli Infermieri di Famiglia e Comunità effettivamente operativi sarebbero circa 3.000. Significa appena il 15% del fabbisogno reale stimato per garantire l’assistenza territoriale prevista dalla riforma.
In altre parole, il sistema sanitario sta costruendo le Case di Comunità senza aver ancora costruito la rete professionale necessaria a renderle operative.
Eppure il ruolo dell’Infermiere di Famiglia e Comunità non è accessorio.
Le linee di indirizzo AGENAS e il DM 77 attribuiscono a questa figura compiti fondamentali: presa in carico della cronicità, assistenza domiciliare, educazione sanitaria, prevenzione, continuità assistenziale, integrazione tra ospedale e territorio, supporto ai caregiver e coordinamento dei percorsi di cura.
Sono attività che nessuna riforma della medicina generale può sostituire.
La vera rivoluzione della sanità territoriale non consiste infatti nello spostare il medico da uno studio privato a una Casa di Comunità. Consiste nel costruire équipe multiprofessionali capaci di intercettare precocemente i bisogni dei cittadini, seguire i pazienti fragili a domicilio e ridurre accessi impropri ai pronto soccorso e ricoveri evitabili.
Per questo motivo appare paradossale che il dibattito pubblico si concentri quasi esclusivamente sul contratto dei medici di famiglia mentre il tema della carenza infermieristica rimane ai margini.
Il rischio è evidente.
Se non verranno reclutati e valorizzati migliaia di Infermieri di Famiglia e Comunità, le nuove strutture territoriali finanziate dal PNRR rischiano di trasformarsi in contenitori vuoti.
Non perché manchino gli edifici.
Non perché manchino le tecnologie.
Ma perché mancano i professionisti.
La questione riguarda anche la sostenibilità futura del Servizio Sanitario Nazionale. L’Italia è uno dei Paesi europei con il peggior rapporto tra infermieri e popolazione e continua a registrare difficoltà di reclutamento, pensionamenti imminenti, dimissioni volontarie e una crescente perdita di professionisti verso altri settori o verso l’estero.
Senza un piano straordinario per l’assistenza infermieristica territoriale, il rischio è che la riforma resti incompleta.
La domanda allora dovrebbe cambiare.
Non più soltanto: “Che fine faranno i medici di famiglia?”
Ma soprattutto:
“Chi garantirà ogni giorno la presa in carico delle persone fragili, croniche e non autosufficienti nelle Case di Comunità e nei territori?”
Finché non arriverà una risposta concreta a questa domanda, la vera emergenza della riforma continuerà a rimanere invisibile.
