C’è una domanda che in questi giorni nessuno sembra voler affrontare davvero.
Da quando i sindacati medici hanno acquisito il diritto di stabilire quanto vale il lavoro di un infermiere?
La questione nasce dalle critiche rivolte al bando pubblicato a Salerno che prevede il reclutamento di infermieri liberi professionisti con un compenso di circa 40 euro l’ora.
Non entro nel merito del bando.
Non entro nel merito delle scelte organizzative dell’azienda.
Mi interessa però un aspetto molto più grave.
Il principio.
Perché qui non stiamo discutendo di una tariffa.
Stiamo discutendo del fatto che una rappresentanza sindacale di una professione ritenga legittimo pronunciarsi sul valore economico di un’altra professione.
E questo dovrebbe preoccupare tutti.
Immaginiamo per un attimo il contrario.
Immaginiamo che un sindacato infermieristico dichiari pubblicamente che i medici guadagnano troppo.
Che alcune prestazioni mediche dovrebbero essere pagate meno.
Che certi compensi professionali siano eccessivi.
Quale sarebbe la reazione?
Probabilmente verremmo accusati di invasione di campo.
E sarebbe una critica assolutamente condivisibile.
Perché nessuna professione ha il diritto di determinare il valore economico del lavoro di un’altra.
Nessuna.
Eppure quando si parla di infermieri questa regola sembra improvvisamente saltare.
Forse perché qualcuno continua a considerare l’infermiere una figura subordinata.
Forse perché qualcuno non ha ancora accettato che il sistema sanitario del 2026 non è quello degli anni Cinquanta.
Le professioni sanitarie oggi sono autonome.
Hanno competenze proprie.
Responsabilità proprie.
Percorsi formativi propri.
Rispondono direttamente delle proprie decisioni professionali.
La subordinazione professionale appartiene alla storia.
Non al presente.
E allora la domanda diventa inevitabile.
Perché quando un infermiere rivendica una maggiore valorizzazione economica c’è sempre qualcuno pronto a spiegargli che sta chiedendo troppo?
Perché quando si parla di carenza di personale si riconosce l’importanza degli infermieri, ma quando si parla di compensi quella stessa importanza improvvisamente scompare?
La verità è che il problema non sono i 40 euro l’ora.
Il problema è l’idea, ancora diffusa in alcuni ambienti, che il lavoro infermieristico debba essere valorizzato fino a un certo punto e non oltre.
Che qualcuno possa decidere quale sia il limite accettabile della dignità economica di una professione che garantisce assistenza 24 ore su 24, assume responsabilità crescenti e rappresenta una colonna portante del Servizio Sanitario.
Ma il valore di un professionista non si misura sulla base delle opinioni di altre categorie.
Si misura sulle competenze.
Sulle responsabilità.
Sulla complessità delle attività svolte.
Sul mercato professionale.
Sulla capacità di rispondere a bisogni reali dei cittadini.
Gli infermieri non hanno bisogno di autorizzazioni per essere valorizzati.
E non hanno bisogno che qualcuno dall’esterno stabilisca quale sia il compenso “giusto” per il loro lavoro.
In una sanità moderna il rispetto tra professioni si manifesta riconoscendo il valore reciproco.
Non pretendendo di quantificarlo per conto degli altri.
Perché la collaborazione nasce dall’autorevolezza.
La superiorità, invece, appartiene a un modello culturale che avrebbe dovuto essere archiviato da molto tempo.

