Se il demansionamento non esiste, perché i tribunali continuano a condannarlo?
Esiste un fenomeno curioso nella sanità italiana.
Da una parte ci sono quasi quarant’anni di sentenze, tribunali, Corti d’Appello e Corte di Cassazione che riconoscono l’esistenza del demansionamento infermieristico.
Dall’altra continuano a esistere dirigenti, opinionisti, consulenti e sofisti che sostengono che il problema non esista.
La domanda è semplice.
Come può non esistere un fenomeno che da decenni riempie le aule di giustizia?
Come può essere un’invenzione qualcosa che viene riconosciuto ripetutamente dai giudici?
La risposta è evidente.
Il demansionamento infermieristico esiste.
Esiste perché è stato denunciato.
Esiste perché è stato accertato.
Esiste perché è stato riconosciuto.
Ed esiste perché migliaia di infermieri lo vivono quotidianamente.
Non siamo più nel campo delle opinioni.
Siamo nel campo dei fatti.
La strategia dei negazionisti
Chi nega il problema utilizza quasi sempre lo stesso argomento.
“Fare un letto non è demansionamento.”
“Accompagnare un paziente non è demansionamento.”
“Aiutare un OSS non è demansionamento.”
Ed è vero.
Nessuna sentenza ha mai affermato che un infermiere non possa collaborare occasionalmente nelle attività di supporto.
Il problema non è il singolo gesto.
Il problema nasce quando quelle attività diventano organizzazione.
Quando diventano sistematiche.
Quando diventano quotidiane.
Quando vengono assegnate stabilmente per compensare l’assenza di altre figure professionali.
È qui che nasce il demansionamento.
Ed è qui che iniziano le condanne.
Il vero scandalo: il demansionamento viene preteso
Ma il punto più grave non è nemmeno questo.
Il vero scandalo è che il demansionamento non viene soltanto praticato.
Viene preteso.
In molte realtà non viene presentato come una situazione straordinaria.
Non viene descritto come una criticità temporanea.
Diventa la normalità.
“Lo devi fare.”
“Si è sempre fatto così.”
“Se manca il personale ci pensa l’infermiere.”
Le carenze organizzative diventano improvvisamente obblighi professionali.
L’eccezione diventa regola.
L’emergenza diventa metodo.
E chi prova a ricordare il proprio profilo professionale viene guardato come se fosse lui il problema.
La domanda che nessuno vuole affrontare
Esiste però una domanda che raramente viene posta.
Se la collaborazione professionale è un valore così importante, perché viene invocata quasi esclusivamente nei confronti degli infermieri?
Perché le carenze organizzative sembrano trovare sempre la stessa soluzione?
Cosa accadrebbe se il ragionamento venisse applicato al contrario?
Se un infermiere chiedesse sistematicamente ad altre figure professionali di interrompere le proprie attività per supplire alle carenze assistenziali?
Se pretendesse che chi svolge attività amministrative, organizzative o dirigenziali lasciasse abitualmente il proprio lavoro per compensare la mancanza di personale nei reparti?
La risposta è semplice.
Verrebbe immediatamente ricordato che ogni professionista deve svolgere le attività proprie del ruolo che ricopre.
Ed è esattamente questo il punto.
Quando lo stesso principio viene richiamato dagli infermieri, improvvisamente diventa una colpa.
La difesa della professionalità viene scambiata per mancanza di collaborazione.
La squalificazione culturale dell’infermiere
E qui emerge un problema ancora più profondo.
Non basta che il demansionamento venga imposto.
Spesso chi lo denuncia viene anche delegittimato.
L’infermiere che richiama il proprio profilo professionale viene accusato di essere arrogante.
Chi ricorda il proprio percorso universitario viene accusato di sentirsi superiore.
Chi cita norme e sentenze viene definito conflittuale.
Chi difende la professione viene etichettato come uno che non vuole lavorare.
È una tecnica antica.
Non si affronta il problema.
Si attacca chi lo denuncia.
Non si discute il merito.
Si scredita l’interlocutore.
Così il dibattito smette di riguardare il rispetto delle competenze e diventa un processo contro chi osa rivendicarle.
Il doppio standard che nessuno denuncia
Provate a immaginare un medico che rifiuta attività estranee alla propria professione.
Nessuno lo definirebbe arrogante.
Provate a immaginare un avvocato che difende il proprio ruolo.
Nessuno lo accuserebbe di sentirsi superiore.
Provate a immaginare un ingegnere che pretende di essere utilizzato come ingegnere.
Nessuno si scandalizzerebbe.
Quando però un infermiere rivendica il rispetto delle proprie competenze, improvvisamente viene descritto come poco collaborativo.
È un doppio standard che rivela un problema culturale ancora irrisolto.
Il vero motivo del demansionamento
Il demansionamento non nasce dal caso.
Nasce dalle carenze croniche di personale.
Mancano OSS.
Mancano ausiliari.
Mancano operatori tecnici.
Mancano amministrativi.
E la soluzione più semplice diventa utilizzare l’infermiere come figura universale.
L’infermiere diventa OSS.
Diventa ausiliario.
Diventa barelliere.
Diventa amministrativo.
Diventa tutto.
Tranne ciò per cui è stato formato.
Le competenze avanzate vengono sacrificate.
L’assistenza infermieristica viene impoverita.
Il tempo dedicato al paziente diminuisce.
I rischi aumentano.
Il danno non è soltanto economico
Ridurre il demansionamento a una questione di risarcimenti significa non aver compreso il problema.
Il danno principale è professionale.
È culturale.
È identitario.
Un professionista laureato, responsabile di processi assistenziali complessi, viene progressivamente allontanato dalle attività che qualificano la sua professione.
La professionalità si svaluta.
L’autonomia si indebolisce.
Le competenze vengono banalizzate.
E quando una professione viene banalizzata, a perdere non è soltanto il professionista.
Perde anche il cittadino.
La domanda che i sofisti non riescono a spiegare
Se il demansionamento non esiste:
Perché esistono decenni di sentenze?
Perché le aziende continuano a perdere contenziosi?
Perché la magistratura continua a pronunciarsi sul tema?
Perché il problema continua a riapparire nelle aule di giustizia italiane?
La risposta è semplice.
Perché il problema esiste.
Ed è talmente reale da essere stato riconosciuto per quasi quarant’anni.
Basta propaganda
La discussione sull’esistenza del demansionamento dovrebbe essere chiusa da tempo.
Si può discutere delle modalità.
Si può discutere dei limiti.
Si possono analizzare le singole situazioni.
Ma non si può più discutere della sua esistenza.
Quando per decenni la giurisprudenza continua a pronunciarsi nella stessa direzione, negare il fenomeno non è una posizione tecnica.
È una scelta ideologica.
Il problema non è che gli infermieri parlino di demansionamento.
Il problema è che esiste ancora una cultura che considera inaccettabile che un infermiere difenda la propria professionalità.
Una cultura che pretende disponibilità illimitata ma non riconoscimento professionale.
Una cultura che confonde la collaborazione con la subordinazione.
Una cultura che trasforma le carenze organizzative in doveri dell’infermiere.
E che quando qualcuno prova a ribellarsi non risponde con argomenti.
Risponde con etichette.
Arrogante.
Poco collaborativo.
Problematico.
La verità, però, è più semplice.
Difendere la propria professionalità non è arroganza.
È dignità.
Nessuna professione dovrebbe essere costretta a chiedere il permesso per difenderla.
