Un bambino di tredici mesi non respira più.
Siamo a migliaia di metri d’altezza, su un volo diretto a Marrakech. Nessun pronto soccorso, nessuna terapia intensiva, nessuna centrale operativa. Solo pochi minuti tra la vita e la morte.
Eppure quel bambino oggi è vivo.
Perché a bordo c’erano due infermieri.
Riccardo Marchetto e Ilaria Valentini, professionisti dell’emergenza dell’Ulss 8 Berica, erano in vacanza. Non erano in servizio. Non erano stati chiamati. Non avevano un obbligo contrattuale. Ma quando dagli altoparlanti è arrivata la richiesta di aiuto serve personale sanitario, hanno fatto ciò che gli infermieri fanno ogni giorno: si sono assunti la responsabilità della vita di una persona.
Il piccolo era cianotico, non respirava. In uno spazio angusto, con dotazioni sanitarie giudicate incomplete e inadeguate per un’emergenza pediatrica, i due infermieri hanno effettuato manovre salvavita e rianimazione fino all’atterraggio.
La notizia dovrebbe aprire una riflessione nazionale.
Perché questo non è soltanto il racconto di un salvataggio.
È la dimostrazione concreta che l’infermiere rappresenta una delle infrastrutture più strategiche della Repubblica.
Quando si parla di infrastrutture si pensa a ponti, aeroporti, autostrade, ferrovie, reti elettriche.
Ma esiste una infrastruttura invisibile che tiene insieme il Paese ventiquattro ore su ventiquattro.
Sono gli infermieri.
Sono presenti nelle case, negli ospedali, nelle RSA, nelle ambulanze, nelle scuole, nelle centrali operative, nei territori più isolati e nelle emergenze più critiche.
Sono il presidio professionale che trasforma la conoscenza scientifica in sicurezza per i cittadini.
Sono il sistema che continua a funzionare quando tutto il resto si ferma.
L’episodio di Marrakech lo dimostra con una chiarezza disarmante.
In pochi secondi non hanno agito due “angeli”.
Non hanno operato due “eroi”.
Hanno agito due professionisti altamente formati.
Dietro quel salvataggio non c’è il caso.
C’è studio.
C’è addestramento.
C’è esperienza.
C’è una competenza costruita in anni di lavoro nell’emergenza-urgenza.
Eppure continuiamo a raccontare gli infermieri come una categoria da ringraziare invece che come una risorsa strategica da valorizzare.
È una differenza enorme.
Perché la gratitudine dura un giorno.
Il riconoscimento istituzionale costruisce il futuro.
Un Paese che perde infermieri perde sicurezza.
Perde capacità di risposta.
Perde resilienza.
Perde salute pubblica.
Ogni infermiere che lascia il Servizio sanitario rappresenta una riduzione della capacità operativa dello Stato.
Ogni posto vacante è un pezzo di infrastruttura che si indebolisce.
Ogni professionista che emigra è una competenza strategica che il sistema perde.
Per questo il salvataggio di Marrakech non è soltanto una bella storia.
È una lezione politica.
È la prova che l’infermiere non è un costo.
È un investimento.
Non è una voce di spesa.
È un asset nazionale.
Non è un supporto.
È una funzione essenziale dello Stato.
Quel bambino oggi respira grazie a due professionisti che hanno portato con sé, anche in vacanza, ciò che nessuna compagnia aerea può acquistare in emergenza: competenza, responsabilità e capacità decisionale.
La vera domanda allora è una sola.
Se due infermieri possono fare la differenza tra la vita e la morte a diecimila metri di quota, come possiamo continuare a considerare questa professione marginale nelle scelte strategiche del Paese?
La risposta è semplice.
Non possiamo.
Perché ogni volta che una vita viene salvata, emerge una verità che la sanità conosce da sempre:
l’infermiere non è soltanto una professione.
È una infrastruttura di valore pubblico.
Forse la più importante di tutte.
Perché le altre infrastrutture fanno funzionare un Paese.
Gli infermieri salvano e curano tutti i giorni chi governa le infrastrutture.
