L’evoluzione universitaria della professione infermieristica non è stata un semplice cambiamento formale.
È stata una precisa scelta legislativa, scientifica e ordinamentale.
Lo Stato ha riconosciuto agli infermieri:
autonomia professionale;
responsabilità clinica;
competenze avanzate;
formazione universitaria;
lauree magistrali;
funzioni organizzative, formative e di ricerca;
partecipazione al governo clinico e alla sicurezza delle cure.
Questo significa una cosa molto chiara:
l’infermieristica è stata riconosciuta come professione sanitaria intellettuale, titolata e autonoma.
Ed è proprio qui che nasce la grande contraddizione giuridica, organizzativa ed etica.
Perché mentre si afferma l’alta qualificazione della professione, contemporaneamente si introducono figure ausiliarie come l’“assistente infermiere”, rischiando di creare una pericolosa sovrapposizione di competenze e una progressiva destrutturazione del ruolo infermieristico.
Dal punto di vista giuridico il problema è enorme.
Se una professione viene elevata:
sul piano universitario;
sul piano ordinistico;
sul piano delle responsabilità;
sul piano clinico-assistenziale;
non è coerente costruire parallelamente modelli organizzativi che frammentano o svuotano le funzioni professionali.
Il rischio concreto è duplice:
1. Dequalificazione indiretta della professione infermieristica
Si crea un sistema dove attività proprie dell’infermiere vengono progressivamente trasferite verso figure intermedie o ausiliarie, con il risultato di:
comprimere l’autonomia professionale;
favorire il demansionamento;
abbassare il valore della competenza specialistica;
trasformare l’infermiere in coordinatore di carenze organizzative.
2. Confusione di responsabilità e rischio clinico
Nelle professioni sanitarie la chiarezza dei ruoli è un principio fondamentale di sicurezza delle cure.
Quando si moltiplicano figure ibride o dai confini incerti:
aumenta il rischio di attribuzioni improprie;
aumenta il contenzioso;
si indebolisce la tracciabilità delle responsabilità;
si espone il paziente a modelli assistenziali meno sicuri.
Ed esiste anche un profilo etico molto serio.
Non si può proclamare l’importanza della formazione avanzata, delle competenze cliniche, della ricerca e del governo assistenziale e, nello stesso momento, costruire modelli fondati sulla sostituzione progressiva della professionalità qualificata con figure a minor formazione.
Perché la vera domanda è questa:
se l’infermiere è una professione laureata, magistrale, autonoma e responsabile della sicurezza delle cure…
perché il sistema continua a cercare scorciatoie organizzative invece di valorizzarne pienamente competenze e ruolo?
Il rischio è che dietro queste scelte non ci sia una reale valorizzazione dell’assistenza, ma una logica di riduzione dei costi.
E quando la sanità inizia a risparmiare sulla qualità delle competenze, il prezzo finale lo paga sempre il cittadino.
