Dal 2027 scatterà un nuovo aumento dell’età pensionabile previsto dal meccanismo automatico della riforma Fornero. Un incremento che, secondo le stime Istat e della Ragioneria Generale dello Stato, porterà in tre anni ad allungare l’uscita dal lavoro fino a cinque mesi.
Ma c’è un tema che torna con forza nel mondo sanitario: è davvero giusto applicare gli stessi criteri pensionistici a chi lavora in ospedale, nei pronto soccorso, nelle RSA, sul territorio o nelle sale operatorie rispetto a chi svolge attività amministrative o sedentarie?
Per infermieri, medici, OSS, tecnici sanitari, ostetriche, fisioterapisti e altri professionisti della salute, la risposta è sempre più chiara: no.
Sanità e turni notturni: una realtà diversa dagli altri lavori
Chi lavora nella sanità affronta per decenni:
turni notturni;
reperibilità;
emergenze continue;
stress psicofisico elevato;
rischio biologico;
aggressioni;
carenza cronica di personale;
responsabilità cliniche enormi.
Un infermiere di terapia intensiva, un medico del pronto soccorso o un OSS che movimenta pazienti non autosufficienti non possono essere equiparati a chi svolge un’attività d’ufficio con orari regolari.
Eppure il sistema previdenziale continua a trattare tutti allo stesso modo.
La speranza di vita non è uguale per tutti
L’aumento automatico dell’età pensionabile si basa sull’incremento medio della speranza di vita della popolazione. Ma questo dato statistico non tiene conto delle profonde differenze tra professioni.
Chi lavora per decenni facendo notti e turni usuranti:
altera continuamente il ritmo sonno-veglia;
accumula stress cronico;
ha maggiore rischio cardiovascolare;
sviluppa più frequentemente disturbi muscolo-scheletrici;
presenta un rischio aumentato di burnout e patologie correlate allo stress.
La letteratura scientifica internazionale da anni collega il lavoro notturno prolungato a effetti negativi sulla salute fisica e mentale.
Per questo molti professionisti sanitari sostengono che la speranza di vita reale e la qualità della vita dopo il pensionamento non possano essere considerate identiche rispetto ad altre categorie lavorative meno usuranti.
Cosa cambierà dal 2027
Secondo le previsioni attuali:
Nel 2027
Per la pensione di vecchiaia serviranno:
67 anni e 1 mese;
20 anni di contributi.
Per la pensione anticipata:
64 anni e 1 mese;
20 anni e 1 mese di contributi.
Nel 2028
I requisiti saliranno a:
67 anni e 3 mesi per la vecchiaia;
64 anni e 3 mesi per l’anticipata.
Nel 2029
Si arriverà a:
67 anni e 5 mesi per la pensione di vecchiaia;
64 anni e 5 mesi per la pensione anticipata;
20 anni e 5 mesi di contributi.
Un incremento che interesserà anche i lavoratori nel regime contributivo puro, cioè chi versa contributi dal 1996 in poi.
Gli effetti sul personale sanitario
Il rischio concreto è che medici, infermieri e operatori sanitari arrivino alla fine della carriera già fortemente provati.
Molti professionisti, già dopo i 55-60 anni, convivono con:
problemi alla colonna vertebrale;
disturbi del sonno cronici;
affaticamento psicologico;
burnout;
limitazioni fisiche;
inidoneità parziali ai turni.
In numerosi reparti italiani il personale lavora già oggi in condizioni di forte sofferenza organizzativa, con carichi assistenziali sempre più pesanti e organici insufficienti.
Allungare ulteriormente la permanenza in servizio rischia di aggravare:
carenza di personale;
abbandono della professione;
fuga all’estero;
aumento delle malattie professionali;
riduzione dell’attrattività delle professioni sanitarie.
Una professione gravosa che merita criteri differenti
Da anni sindacati e professionisti chiedono:
il riconoscimento strutturale della gravosità delle professioni sanitarie;
percorsi pensionistici agevolati;
valorizzazione degli anni di lavoro notturno;
flessibilità in uscita per chi svolge attività assistenziali usuranti.
Perché assistere pazienti critici durante la notte, lavorare nei pronto soccorso sovraffollati o affrontare emergenze continue per quarant’anni non può essere considerato equivalente a un lavoro privo di usura fisica e psicologica.
Dopo la pandemia poco è cambiato
Durante l’emergenza Covid infermieri, medici e operatori sanitari venivano definiti “eroi”. Oggi, però, molti di loro vedono allontanarsi ancora di più il traguardo della pensione.
Ed è questo il nodo centrale: non si può continuare a parlare di tutela della sanità senza riconoscere concretamente il peso umano, fisico e mentale delle professioni sanitarie.
Perché il rischio non riguarda soltanto chi lavora negli ospedali, ma anche la qualità futura dell’assistenza garantita ai cittadini.
