Il decreto del Ministero della Salute assegna all’Infermiere di Famiglia e Comunità un ruolo strategico nella riforma territoriale. Ma alcune ipotesi organizzative ed economiche circolate nel dibattito sulla medicina generale stanno alimentando dubbi e preoccupazioni nel mondo infermieristico.
La riforma della sanità territoriale prevista dal DM77 nasce con un obiettivo preciso: superare un sistema troppo ospedale-centrico e costruire una rete di prossimità capace di seguire il cittadino sul territorio.
Case di Comunità, assistenza domiciliare, Centrali Operative Territoriali, telemonitoraggio e presa in carico dei pazienti cronici rappresentano i pilastri della nuova organizzazione sanitaria.
E dentro questo modello il ruolo degli infermieri appare tutt’altro che marginale.
Il DM77 definisce infatti l’Infermiere di Famiglia e Comunità come:
“la figura professionale di riferimento che assicura l’assistenza infermieristica ai diversi livelli di complessità”.
Non solo.
Il decreto ministeriale prevede:
un Infermiere di Famiglia o Comunità ogni 3.000 abitanti;
presenza infermieristica strutturata nelle Case di Comunità;
funzioni specifiche nella gestione della cronicità;
attività di prevenzione e promozione della salute;
telemonitoraggio e continuità assistenziale;
integrazione tra ospedale e territorio.
Sulla carta, dunque, la riforma territoriale attribuisce agli infermieri un ruolo centrale nella nuova sanità di prossimità.
Eppure, nelle ultime settimane, alcune ipotesi economiche e organizzative circolate nel dibattito sulla riforma della medicina generale stanno facendo emergere interrogativi importanti.
La quota “supporto” che sta facendo discutere
In una slide condivisa online relativa a un possibile “modello alternativo” di remunerazione territoriale compare infatti una voce da:
“10 euro supporto (amministrativo/infermieristico, telemonitoraggio)”.
Si tratta di una simulazione economica e non di un testo normativo ufficiale. Tuttavia quella formulazione ha acceso il confronto tra professionisti sanitari.
Perché inserire:
supporto infermieristico,
personale amministrativo,
attività organizzative,
telemonitoraggio
all’interno della stessa voce economica rischia, secondo molti operatori, di trasmettere un messaggio preciso: l’infermiere come funzione accessoria del sistema territoriale e non come professionista clinico autonomo all’interno delle equipe multiprofessionali.
Il DM77 distingue invece infermieri e personale di supporto
Ed è qui che emerge la principale contraddizione.
Nel decreto ministeriale, infatti, il personale infermieristico viene distinto chiaramente dal personale amministrativo e di supporto.
Nelle Case di Comunità Hub il DM77 individua standard specifici:
per infermieri,
per personale di supporto,
per operatori sanitari.
Gli infermieri non vengono quindi collocati come semplice “supporto organizzativo”, ma come figure professionali con competenze assistenziali, educative e cliniche fondamentali per il funzionamento del territorio.
Per questo motivo alcune formulazioni economiche emerse nel dibattito attuativo stanno alimentando perplessità nel mondo infermieristico.
Il rischio di una riforma ancora troppo medico-centrica
Il nodo centrale riguarda soprattutto la governance della nuova sanità territoriale.
Il DM77 punta formalmente sulla multiprofessionalità:
medici,
infermieri,
assistenti sociali,
professionisti sanitari,
continuità assistenziale.
Ma nella concreta organizzazione del sistema il baricentro continua spesso a ruotare attorno alla medicina generale e alle AFT.
Il timore di molti professionisti è che:
gli infermieri,
il personale territoriale,
le funzioni assistenziali
possano essere progressivamente ricondotti a ruoli di supporto operativo all’interno di un modello ancora fortemente centrato sul medico di medicina generale.
Una prospettiva che rischierebbe di entrare in contrasto con lo spirito originario del DM77.
Il vero problema resta il personale
C’è poi una questione ancora più concreta.
Il DM77 disegna un modello territoriale avanzato, ma il sistema sanitario continua a fare i conti con:
carenza infermieristica,
pensionamenti,
fuga dal SSN,
difficoltà di reclutamento,
crescente disaffezione verso la professione.
Le Case di Comunità stanno nascendo in molte regioni, ma spesso senza organici completi.
Ed è qui che la riforma rischia il suo passaggio più delicato: non basta costruire strutture o ridefinire modelli organizzativi se poi mancano i professionisti necessari a renderli operativi.
Il nodo vero: dalla teoria alla realtà
Il problema, dunque, non sembra essere il DM77 in sé.
Anzi.
Il decreto del Ministero attribuisce agli infermieri un ruolo chiaro e strategico nella nuova assistenza territoriale.
La vera partita si gioca ora nella traduzione concreta della riforma:
nei modelli economici,
negli accordi applicativi,
nelle scelte regionali,
nell’organizzazione delle Case di Comunità.
Perché se la multiprofessionalità resterà solo teorica e gli infermieri continueranno a essere percepiti come semplice “supporto”, il rischio sarà quello di depotenziare proprio una delle figure centrali della sanità territoriale del futuro.

