Il PNRR finanzia strutture e modelli organizzativi, ma il nodo vero resta il personale. Per rendere operative Case e Ospedali di Comunità servirebbero migliaia di infermieri di famiglia e comunità. La domanda è semplice: dove trovarli?
La sanità territoriale italiana corre contro il tempo. Le Case di Comunità rappresentano uno dei pilastri della Missione Salute del PNRR, ma il rischio è ormai evidente: costruire luoghi nuovi senza avere abbastanza professionisti per farli funzionare davvero.
Il dibattito politico si è concentrato soprattutto sul coinvolgimento dei medici di medicina generale. Una scelta comprensibile, ma parziale. Perché la presa in carico territoriale prevista dal DM 77/2022 non nasce come modello medico-centrico: nasce come rete multiprofessionale, fondata su continuità assistenziale, prossimità, prevenzione e gestione della cronicità.
Dentro questo modello, l’infermiere di famiglia e comunità non è una figura accessoria. È uno snodo essenziale.
Secondo le stime richiamate da Nursing Up, per rendere realmente operative Case e Ospedali di Comunità mancherebbero circa 20mila infermieri. Una cifra che pesa ancora di più se inserita nel quadro generale della carenza infermieristica nazionale, già denunciata da anni da ordini professionali e sindacati.
Il problema, quindi, non è soltanto aprire le strutture. Il problema è garantire presenza, competenze e continuità. Senza infermieri, le Case di Comunità rischiano di trasformarsi in contenitori organizzativi incompleti: edifici nuovi, ma incapaci di alleggerire i pronto soccorso, seguire i pazienti cronici, intercettare fragilità e costruire vera medicina di prossimità.
rendere il quadro ancora più fragile c’è la condizione quotidiana della professione. L’indagine “Vita da infermiere” del Centro studi Nursind descrive una categoria stanca, sotto pressione e poco riconosciuta: oltre tre professionisti su quattro dichiarano di lavorare oltre l’orario previsto; più del 70% riferisce esaurimento emotivo; l’80,2% si sente poco o per nulla valorizzato.
È qui che la riforma mostra la sua contraddizione più grande: si chiede agli infermieri di essere protagonisti della nuova sanità territoriale, ma il sistema continua a offrire condizioni che spingono molti professionisti ad abbandonare, migrare verso altri Paesi o cercare alternative fuori dal SSN.
La questione non può essere risolta con annunci o soluzioni tampone. Servono assunzioni, certo. Ma servono anche stipendi adeguati, sviluppo di carriera, riconoscimento delle competenze specialistiche, sicurezza sul lavoro e autonomia professionale reale.
Altrimenti il rischio è chiaro: il PNRR consegnerà nuove strutture, ma non una nuova sanità territoriale.
E una Casa di Comunità senza infermieri non è una risposta ai bisogni dei cittadini. È solo una promessa lasciata a metà.
