L’obesità rappresenta oggi una delle principali sfide di sanità pubblica a livello globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce questa condizione una vera e propria pandemia non trasmissibile, che interessa oltre un miliardo di persone nel mondo. In Italia la situazione non è meno preoccupante: circa sei milioni di cittadini, pari al 12% della popolazione, convivono con l’obesità.
Il quadro epidemiologico si complica ulteriormente se si considerano le persone in sovrappeso. Nel nostro Paese, infatti, quasi la metà degli adulti presenta un eccesso ponderale, mentre tra i più giovani la diffusione del problema è ancora più allarmante: un bambino su tre è in sovrappeso o obeso.
Uno degli aspetti più critici riguarda la percezione della malattia. Nonostante i rischi associati all’obesità siano ormai ampiamente noti – dalle patologie cardiovascolari al diabete, fino ad alcune forme tumorali – esiste ancora un significativo divario tra la condizione clinica e la percezione individuale. Solo una piccola parte delle persone affette da obesità tende infatti a riconoscersi come tale, con conseguenze rilevanti sulla richiesta di cure e sull’aderenza ai percorsi terapeutici.
In occasione della Giornata mondiale dell’obesità, gli esperti richiamano l’attenzione sulla necessità di sviluppare modelli di presa in carico multidisciplinari, in grado di affrontare la complessità della patologia. L’obesità, infatti, non è soltanto una questione metabolica o nutrizionale, ma una condizione cronica che richiede il contributo integrato di diversi professionisti: medici, infermieri, dietisti, psicologi e specialisti della salute mentale.
Uno dei problemi più rilevanti riguarda l’abbandono precoce dei percorsi terapeutici. I dati mostrano che circa un paziente su due interrompe il trattamento entro il primo anno, evidenziando la necessità di rafforzare strategie di supporto, educazione sanitaria e follow-up continuativo.
Particolare attenzione deve essere rivolta anche al rapporto tra obesità e salute mentale. Le evidenze indicano che circa il 17% dei pazienti seguiti dai servizi psichiatrici presenta obesità, con un rischio che risulta triplicato tra i giovani. Questo legame sottolinea quanto sia fondamentale un approccio integrato che consideri non solo gli aspetti fisici, ma anche quelli psicologici e sociali della malattia.
Un ulteriore ostacolo alla presa in carico efficace è rappresentato dallo stigma, ancora molto diffuso sia nella società sia, talvolta, nei contesti sanitari. Per contrastare questo fenomeno e promuovere una comunicazione più rispettosa, è stato recentemente sviluppato un glossario europeo sull’obesità, pensato per supportare i professionisti della salute nell’utilizzo di un linguaggio più inclusivo e non stigmatizzante.
L’obiettivo è duplice: da un lato migliorare la relazione terapeutica con i pazienti, dall’altro contribuire a modificare la narrazione pubblica della patologia, riconoscendo l’obesità come una malattia cronica complessa che richiede cure, competenze e un approccio sistemico.
In questo contesto, il ruolo degli infermieri e degli operatori sanitari diventa centrale, non solo nella gestione clinica ma anche nella promozione di stili di vita sani, nell’educazione terapeutica e nel sostegno ai pazienti lungo tutto il percorso di cura.