Rilettura scientifica, filosofica, giuridica e infermieristica
Introduzione
Negli ultimi vent’anni il concetto di complessità assistenziale è diventato uno dei pilastri dell’organizzazione infermieristica. Nato con l’obiettivo di misurare il fabbisogno di personale e migliorare la qualità delle cure, oggi è uno degli strumenti più utilizzati nella gestione dei servizi sanitari.
Ma la domanda che la professione deve porsi è ormai inevitabile: la complessità assistenziale ha realmente rafforzato il ruolo clinico dell’infermiere oppure ha contribuito, in modo silenzioso, a ridurlo a variabile organizzativa?
Per rispondere è necessario integrare tre livelli di analisi: scientifico, filosofico e giuridico.
Il significato scientifico della complessità assistenziale
La letteratura infermieristica non offre una definizione univoca di complessità assistenziale, ma convergono tre dimensioni fondamentali:
Nursing intensity (intensità dell’assistenza)
Nursing workload (carico di lavoro)
Patient acuity (gravità clinica e bisogni assistenziali)
La complessità assistenziale rappresenta quindi l’insieme delle attività, delle competenze e del livello di sorveglianza necessari per assistere una persona.
Numerosi studi mostrano che all’aumentare della complessità del paziente aumenta il tempo infermieristico necessario e cresce il bisogno di competenze avanzate.
Il modello nasce con finalità precise:
determinare il fabbisogno di personale
allocare le risorse in modo appropriato
migliorare sicurezza e qualità delle cure
documentare il lavoro infermieristico
La Pianificazione Infermieristica
Fin qui, nulla da eccepire.
Il problema nasce nella sua applicazione organizzativa.
2. Il paradosso organizzativo
3.
Il modello della complessità assistenziale nasce per dimostrare che servono più infermieri.
Nella pratica, spesso, è stato utilizzato per dimostrare che ne servono meno.
Il passaggio è stato progressivo:
Da una logica di misurazione del bisogno di assistenza, si è passati a una logica di ridistribuzione delle attività.
In molti contesti la complessità non viene più utilizzata per stabilire quanti infermieri servono, ma per stabilire quali attività possano essere spostate verso personale meno qualificato.
È un cambio di paradigma radicale.
La riduzione della cura a “tempo e task”
Molti strumenti di valutazione della complessità si basano sulla quantificazione delle attività e dei minuti assistenziali.
Questo approccio introduce un problema epistemologico profondo: trasforma la cura in una somma di prestazioni misurabili.
Ma la scienza infermieristica non nasce come scienza dei compiti.
La diagnosi infermieristica è un giudizio clinico sulle risposte della persona ai problemi di salute.
Quando la complessità viene ridotta a minuti e task, accade qualcosa di decisivo:
la natura clinica dell’assistenza viene progressivamente oscurata.
Il nodo filosofico: cura e prestazione non sono la stessa cosa
La filosofia della disciplina distingue tra:
Curing: trattare la malattia
Caring: prendersi cura della persona
La cura infermieristica è un processo clinico unitario che integra dimensioni biologiche, psicologiche, sociali e relazionali.
Quando la complessità assistenziale viene applicata come strumento puramente organizzativo, la cura viene frammentata in attività elementari delegabili.
Questo è il punto critico.
La cura non è una somma di prestazioni.
È un processo clinico integrato.
Il nodo giuridico: responsabilità piena,
autonomia ridotta
L’evoluzione normativa italiana ha sancito l’autonomia professionale dell’infermiere con la fine del mansionario e il riconoscimento della responsabilità sul processo assistenziale.
L’infermiere:
pianifica
gestisce
valuta il processo assistenziale
E la documentazione infermieristica ha valore di atto pubblico.
Ma qui nasce la contraddizione.
Se il processo assistenziale viene frammentato tra più figure, l’infermiere rimane comunque responsabile del risultato complessivo.
Si crea così un cortocircuito giuridico:
responsabilità clinica completa
controllo operativo ridotto
Una tensione che la professione non può ignorare.
La trasformazione silenziosa del ruolo infermieristico
Nel tempo la complessità assistenziale è diventata uno strumento per:
giustificare lo skill mix riduttivo
frammentare l’assistenza
trasformare l’infermiere in coordinatore di attività delegate
Il rischio è evidente: passare da professionista clinico a gestore di task.
Non si tratta di evoluzione del ruolo, ma di trasformazione organizzativa.
Il ritorno del modello funzionale
La storia dell’assistenza infermieristica ha già conosciuto questo modello: il Functional Nursing, basato sulla divisione dei compiti.
È stato superato perché:
riduce la qualità delle cure
aumenta il rischio di errori
disumanizza l’assistenza
Oggi il rischio è di riproporlo attraverso la porta secondaria della complessità assistenziale.
Ripensare la complessità assistenziale
Il problema non è il concetto di complessità.
Il problema è il suo utilizzo.
La complessità deve tornare a essere:
uno strumento di advocacy professionale
una prova scientifica del fabbisogno infermieristico
una base per rafforzare l’autonomia clinica
Non uno strumento di riduzione del ruolo.
La complessità assistenziale nasce per dimostrare che servono più infermieri.
Nel tempo, in molti contesti, è stata utilizzata per dimostrare che ne servono meno.
Questa è la contraddizione che la professione deve affrontare.
La complessità della cura coincide con la complessità della persona.
E la persona non è delegabile.
Alfio Stiro Infermiere
