Il tema delle liste d’attesa torna al centro del dibattito sanitario con una proposta destinata a far discutere: quando il cittadino è costretto a ricorrere all’intramoenia perché non trova posto nel pubblico, dovrebbe essere il Servizio sanitario nazionale a sostenere il costo della prestazione.
È questa la posizione espressa dal presidente FNOMCeO Filippo Anelli, alla luce dei primi dati 2025 della Piattaforma nazionale sulle prestazioni di Agenas, il sistema che monitora i tempi di attesa su base nazionale.
Il dato che cambia la prospettiva
Le nuove rilevazioni confermano un fenomeno ormai noto a operatori e cittadini: dove le liste d’attesa sono più lunghe, la prestazione diventa rapidamente disponibile se viene pagata in regime di libera professione intramoenia.
In altre parole: la stessa struttura, gli stessi professionisti, lo stesso servizio. Cambiano solo i tempi e il fatto che il cittadino paghi di tasca propria.
Questo squilibrio ha alimentato una riflessione sempre più diffusa: il problema non è il singolo professionista, ma l’organizzazione complessiva del sistema sanitario.
Liste d’attesa: il vero nodo della sanità italiana
Secondo le analisi istituzionali richiamate da FNOMCeO, il tema delle attese è oggi percepito come la principale criticità del SSN.
Diverse istituzioni, tra cui Corte dei Conti, Ufficio parlamentare di bilancio e Ragioneria generale dello Stato, hanno già evidenziato responsabilità di natura sistemica: carenza di personale, carenze strutturali, limiti organizzativi e inappropriatezza dei percorsi.
Le conseguenze sono ormai evidenti: milioni di cittadini rinunciano alle cure o si rivolgono al privato, la spesa sanitaria privata continua a crescere e aumenta la percezione di disuguaglianza nell’accesso alle prestazioni.
Secondo i dati citati, circa 6 milioni di persone rinunciano alle cure o si curano privatamente, mentre la spesa sanitaria privata ha superato i 43–44 miliardi di euro.
Intramoenia: da opportunità a soluzione obbligata
La libera professione intramoenia nasce come possibilità aggiuntiva per i cittadini e come valorizzazione dell’attività professionale dei medici. Ma nella pratica quotidiana sta assumendo una funzione diversa: per molti pazienti non è più una scelta, ma l’unica strada per ottenere una prestazione in tempi compatibili con i bisogni di salute.
Il paradosso è evidente: nel canale pubblico l’attesa è lunga, nello stesso ospedale, con pagamento diretto, la visita arriva in pochi giorni. Questo genera una percezione di sanità a doppio binario.
La proposta: paghi il sistema, non il cittadino
Da qui nasce la proposta che sta facendo discutere: se il ricorso all’intramoenia è imposto dalle inefficienze del sistema, il costo non dovrebbe ricadere sui cittadini.
L’idea è semplice ma di forte impatto: quando il cittadino non riesce ad accedere alla prestazione nei tempi del servizio pubblico, il SSN dovrebbe farsi carico della spesa sostenuta in intramoenia.
Il ragionamento è chiaro: non si può chiedere ai cittadini di pagare due volte per un servizio già finanziato con la fiscalità generale.
Un tema che apre un confronto più ampio
La proposta riaccende una questione strutturale: la sostenibilità del modello di accesso alle cure. Perché il problema delle liste d’attesa non riguarda solo l’organizzazione dei servizi, ma la fiducia stessa nel sistema sanitario pubblico.
Quando l’accesso alle prestazioni dipende dalla capacità di spesa individuale, il rischio è quello di trasformare progressivamente un diritto universale in un servizio condizionato dalle possibilità economiche.
La questione di fondo
Il dibattito sull’intramoenia non riguarda soltanto la libera professione, ma il funzionamento complessivo del SSN. E la domanda che emerge è sempre la stessa: se il sistema non riesce a garantire tempi adeguati, chi deve sostenere il costo della soluzione?
Una domanda destinata a restare al centro del confronto sanitario nei prossimi mesi.
