La cronica carenza di infermieri nel nostro sistema sanitario è un problema ormai sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi anni si è parlato con sempre maggiore insistenza della possibilità di attrarre professionisti dall’estero per tamponare i vuoti nei reparti e nei servizi territoriali. Ma serve davvero questa “importazione” di personale? Oppure è l’ennesimo palliativo che rischia di non andare al cuore della questione?
Secondo chi vive quotidianamente la realtà dei reparti, come i sindacati della FIALS in Lombardia, non basta guardare fuori dai confini nazionali per risolvere il problema. Il nodo vero non è la provenienza degli infermieri, ma la capacità del nostro sistema di essere davvero attrattivo: condizioni di lavoro sostenibili, contratti stabili, percorsi di carriera chiari e stipendi competitivi sono gli ingredienti di una professione che vogliamo valorizzare e non indebolire.
Da esperienze passate ad esempio iniziative di reclutamento in Sud America è emerso che queste operazioni, pur essendo utili in un’ottica emergenziale, non hanno portato numeri significativi rispetto agli investimenti e alle aspettative. Senza affrontare le cause strutturali della fuga e della difficoltà di mantenere il personale, si rischia di ripetere lo stesso schema senza risultati concreti.
In parallelo resta la questione dei contratti e delle condizioni nel comparto privato accreditato: senza un adeguamento economico e normativo coerente con il pubblico, è difficile immaginare un rafforzamento reale della professione in tutti i setting assistenziali.
Infine, la discussione sull’introduzione di nuove figure intermedie, come l’assistente infermiere, richiede chiarezza normativa su competenze e responsabilità per evitare ulteriore confusione, anziché offrire sollievo strutturale al sistema.
In sintesi: importare infermieri può alleviare temporaneamente la carenza, ma non può sostituire una riforma profonda che renda il SSN competitivo, sostenibile e attrattivo per chi sceglie questa professione sia qui che fuori
