Il dibattito sulla valorizzazione delle professioni sanitarie è tornato al centro dell’agenda politica e istituzionale con il disegno di legge sulle professioni sanitarie e sulla responsabilità professionale, discusso in Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. Nel corso delle audizioni, i sindacati medici, tra cui la Federazione CIMO-FESMED, hanno espresso una posizione chiara: valorizzare le professioni sanitarie è un obiettivo condivisibile, ma deve avvenire nel rispetto dei ruoli e dei livelli di responsabilità, senza mettere in discussione il perimetro del ruolo medico.
Una posizione formalmente legittima. Ma se analizzata con la lente della logica sanitaria e della sicurezza delle cure, emergono limiti e contraddizioni che non possono essere ignorati.
La sicurezza delle cure non è divisibile per comparti
In sanità, la sicurezza delle cure non appartiene a una singola professione. È un esito di sistema che nasce dall’interazione tra competenze diverse, ruoli chiari, responsabilità definite e modelli organizzativi coerenti. Non esiste una “sicurezza medica” separata dalla sicurezza assistenziale.
Per questo, ogni discorso che richiami la sicurezza delle cure non può fermarsi al perimetro di una sola professione, ma deve estendersi all’intero processo assistenziale. Diversamente, si produce una visione parziale che non regge sul piano tecnico né su quello organizzativo.
Il medico è garante dell’atto clinico, non dell’intero processo assistenziale
Nel Servizio sanitario nazionale contemporaneo, il ruolo del medico resta centrale nella diagnosi, nella decisione clinica e nell’indicazione terapeutica. L’assistenza, intesa come continuità, sorveglianza, presa in carico quotidiana e governo del processo assistenziale, è oggi prevalentemente infermieristica.
Continuare a rappresentare il medico come “garante dell’assistenza” nel suo complesso non è più aderente alla realtà organizzativa. La sicurezza delle cure si fonda sull’integrazione tra responsabilità clinica medica e responsabilità assistenziale infermieristica. Ignorare questa distinzione significa non leggere il sistema per quello che è diventato.
I parametri non possono essere a geometria variabile
Nel corso delle audizioni, i sindacati medici hanno invocato la necessità di fissare parametri chiari nella valorizzazione professionale, come confini di competenza, livelli di responsabilità e chiarezza dei ruoli. Si tratta di un’esigenza legittima.
Tuttavia, questi parametri non possono essere selettivi. Non è logicamente sostenibile chiedere rigore e delimitazione quando si parla di valorizzazione delle professioni sanitarie regolamentate e, allo stesso tempo, fare finta di nulla quando il sistema introduce figure ibride prive di un perimetro chiaro di competenze, formazione e responsabilità.
In sanità, ciò che non è definito diventa automaticamente una zona di rischio. Il silenzio su questo punto non è neutralità, ma una concessione tacita che produce effetti organizzativi concreti.
Le figure ibride, il grande assente dal dibattito in Commissione
Nel corso delle audizioni in Commissione Sanità, nessun sindacato medico ha affrontato in modo esplicito e strutturato il tema delle figure ibride, come l’assistente infermiere. Un’assenza che non può essere considerata marginale.
Le figure ibride incidono direttamente sulla qualità dell’assistenza, sulla continuità delle cure, sulla catena delle responsabilità e sul rischio clinico. Spesso introdotte come risposta emergenziale alle carenze di personale, finiscono per operare in una zona grigia, senza un disegno organico e senza garanzie adeguate per i cittadini.
Ignorare questo tema mentre si discute di sicurezza delle cure significa lasciare scoperto il punto più sensibile del sistema, ovvero il perimetro operativo dove l’assistenza si realizza concretamente.
La replica possibile e perché non regge
Una replica prevedibile è: “Non ci interessa entrare nel merito di altre figure o ruoli. Parliamo della valorizzazione delle professioni sanitarie mediche e della sicurezza delle cure”.
È una posizione legittima sul piano sindacale, ma debole su quello sanitario. Nel momento in cui si richiama la sicurezza delle cure, non è più possibile limitare l’analisi al solo perimetro medico. La sicurezza non è selettiva e non può essere invocata solo quando serve a difendere un ruolo.
Le figure ibride non sono un tema “altrui”. Incidono direttamente anche sull’atto medico, sulla supervisione, sulla responsabilità finale e sul contenzioso. Ignorarle non protegge il medico, ma lo espone.
La responsabilità professionale non può compensare le carenze organizzative
Un punto correttamente sollevato da CIMO-FESMED riguarda la responsabilità professionale. È paradossale attribuire al singolo professionista l’onere di essere “proattivo” per compensare carenze di organico, di strumenti e di organizzazione. La colpa organizzativa non può essere trasformata in colpa individuale.
Questo principio vale per tutte le professioni sanitarie e diventa ancora più rilevante quando il sistema introduce figure ambigue, scaricando su chi è in prima linea il rischio generato dall’organizzazione.
Il perimetro che nessuno presidia
Valorizzare le professioni sanitarie è necessario. Ma non può essere una valorizzazione difensiva, centrata sulla tutela di un singolo perimetro professionale. Deve essere una valorizzazione di sistema, orientata alla qualità dell’assistenza e alla sicurezza delle cure.
Difendere i confini da una parte e tollerare zone grigie dall’altra è una contraddizione che il Servizio sanitario nazionale non può più permettersi. La tutela delle persone non passa solo dalla forza delle prerogative professionali, ma dalla fiducia in un sistema che funziona, che definisce chiaramente ruoli e responsabilità e che non chiude gli occhi davanti alle scorciatoie organizzative.
Il vero nodo emerso, o meglio non emerso, in Commissione Sanità è proprio questo. Ed è un nodo che prima o poi dovrà essere affrontato se si vuole davvero parlare di sicurezza delle cure e non solo di confini professionali.
Redazione NurseNews.eu
