Nel Servizio Sanitario Nazionale esiste una contraddizione silenziosa ma costosa. Gli infermieri sono perfettamente in grado di riconoscere clinicamente la morte, ma l’organizzazione dei servizi continua a comportarsi come se non lo fossero.
Non si parla di certificazione medico-legale del decesso, che resta correttamente in capo al medico, ma di riconoscimento clinico della morte, cioè dell’accertamento dell’assenza irreversibile delle funzioni vitali evidenti. Un atto che, nella pratica quotidiana, gli infermieri già svolgono.
Perché l’infermiere può riconoscere la morte
L’infermiere possiede competenze avanzate di valutazione clinica, tra cui il rilievo dell’assenza di respiro, dell’assenza di polso centrale, della midriasi fissa, della cianosi e dei segni iniziali di rigidità cadaverica. A queste competenze si aggiunge l’esperienza diretta nella gestione di pazienti critici, terminali e in arresto cardiaco, nonché la responsabilità autonoma nella sorveglianza continua dei parametri vitali.
In molti contesti assistenziali, come il territorio, le RSA, le cure domiciliari, il sistema di emergenza territoriale e i reparti ospedalieri nelle ore notturne, è l’infermiere il primo professionista sanitario a trovarsi davanti al decesso, spesso in assenza immediata del medico.
Negare questa evidenza non tutela il paziente. Tutela solo una visione burocratica e difensiva del sistema.
Perché l’organizzazione dei servizi dovrebbe riconoscerlo
Il mancato riconoscimento formale del ruolo infermieristico nel riconoscimento clinico della morte produce effetti organizzativi negativi. Genera chiamate mediche inutili, accessi impropri dei medici in contesti a bassissimo valore clinico, ritardi nei processi assistenziali e spreco di risorse umane ed economiche.
Riconoscere questa competenza non significa sostituire il medico, ma razionalizzare il lavoro, valorizzando ciascun professionista per ciò che sa realmente fare, nel rispetto delle responsabilità e dei ruoli.
Risparmio economico e razionalizzazione delle risorse
Un sistema che riconosce il ruolo dell’infermiere nel riconoscimento clinico della morte riduce le reperibilità mediche inappropriate, limita gli straordinari non necessari, ottimizza i tempi di intervento e migliora la continuità assistenziale.
Il risparmio non è solo economico. È anche organizzativo e professionale. Meno conflitti, meno attese, maggiore efficienza e migliore utilizzo delle risorse disponibili.
Il vero nodo è politico e organizzativo
Il problema non è la competenza dell’infermiere, ma la difficoltà del sistema nel riconoscerla. Una sanità moderna non funziona per gerarchie rigide, ma per responsabilità chiare e competenze riconosciute.
Continuare a negare ciò che accade quotidianamente nei servizi non protegge i professionisti né i cittadini. Rende il sistema più costoso, più lento e meno credibile.
