Per decenni, una diagnosi di HIV ha rappresentato una frattura netta nella vita delle persone. Una prognosi spesso associata a paura, stigma, isolamento e a un’aspettativa di vita drasticamente ridotta. Oggi, quel paradigma è cambiato.
La comunità scientifica internazionale concorda nel definire questa fase come storica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sebbene dall’inizio dell’epidemia siano decedute circa 42,3 milioni di persone per patologie correlate all’AIDS, i progressi della medicina hanno profondamente modificato l’evoluzione dell’infezione da HIV.
I dati sono chiari.
Nel 1996 l’aspettativa di vita media delle persone con HIV era di circa 39 anni.
Nel 2011 ha raggiunto circa 72 anni, un valore sovrapponibile a quello della popolazione generale.
Questo cambiamento radicale è stato reso possibile dall’introduzione e dal continuo perfezionamento delle terapie antiretrovirali.
Le moderne cure consentono di controllare efficacemente la replicazione virale, preservare il sistema immunitario, prevenire la progressione verso l’AIDS e permettere alle persone con HIV di condurre una vita lunga, attiva e funzionale.
In molti casi, il raggiungimento di una carica virale non rilevabile rende inoltre impossibile la trasmissione del virus per via sessuale, secondo il principio U=U (undetectable = untransmittable), con un impatto rilevante anche sul piano della salute pubblica.
Affermare che l’HIV non sia più una malattia terminale non significa abbassare la guardia. L’infezione resta cronica e richiede aderenza terapeutica, accesso equo alle cure, prevenzione, diagnosi precoce e un impegno costante nel contrasto allo stigma che ancora oggi colpisce milioni di persone.
L’HIV non è scomparso.
Ma non è più una condanna a morte.
La scienza ha riscritto la storia di questa malattia.
E con essa, il destino di milioni di vite.
Fonte: Organizzazione Mondiale della Sanità
