Negli ultimi mesi il tema della carenza infermieristica è entrato stabilmente nel dibattito pubblico. I numeri parlano chiaro: decine di migliaia di infermieri prossimi alla pensione, un calo costante delle iscrizioni ai corsi di laurea, un tasso di abbandono crescente e una professione sempre meno attrattiva per le nuove generazioni.
Si tratta di un problema reale e strutturale, che mette a rischio la tenuta del Servizio sanitario nazionale nel medio e lungo periodo.
Accanto a questa denuncia, però, si è consolidata una scelta che apre una contraddizione profonda: la costruzione di un modello organizzativo che, invece di rafforzare la professione infermieristica, si adatta progressivamente a funzionare con meno infermieri, introducendo figure di supporto come l’assistente infermiere.
Il punto non è ideologico, ma logico prima ancora che professionale.
Se il problema è la carenza di infermieri, la risposta dovrebbe essere rendere la professione più attrattiva, trattenere chi già lavora, valorizzare competenze e responsabilità, costruire percorsi di carriera credibili e garantire condizioni di lavoro sostenibili.
Al contrario, l’istituzione di figure intermedie trasmette un messaggio diverso: il sistema non investe sull’infermiere, ma impara a sostituirne parti di funzione.
L’assistente infermiere viene presentato come una soluzione per liberare tempo agli infermieri. Nella pratica organizzativa, però, questo significa cristallizzare il task shifting verso il basso, normalizzando un modello assistenziale a minore intensità professionale.
Questo approccio non aumenta l’attrattività della laurea in Infermieristica, non rafforza il potere contrattuale degli infermieri, non migliora la qualità del lavoro. Al contrario, rischia di abbassare l’asticella dell’assistenza, frammentare le responsabilità, ridurre la centralità dell’infermiere nei processi di cura e offrire alla politica una soluzione meno costosa ma anche meno ambiziosa.
C’è un paradosso che non può essere ignorato: denunciare la carenza di infermieri e, allo stesso tempo, progettare un sistema che funziona con meno infermieri indebolisce la stessa denuncia.
Un decisore pubblico, di fronte a questo scenario, può legittimamente concludere che il problema non richieda investimenti strutturali, ma solo adattamenti organizzativi.
La carenza infermieristica, però, non è un problema tecnico. È una scelta politica. E le scelte politiche producono sistemi: sistemi che valorizzano le professioni oppure sistemi che si rassegnano a farne a meno.
Situazione alternativa: cosa si poteva, e si può ancora, fare.
Esisteva ed esiste una strada alternativa, coerente con l’allarme sulla carenza infermieristica.
La prima scelta possibile era rafforzare l’infermiere, non sostituirlo. Invece di introdurre figure ibride, si potevano rendere vincolanti gli standard di staffing, collegare i livelli essenziali di assistenza e di prestazione alla presenza infermieristica qualificata e rendere obbligatoria la misurazione del carico assistenziale.
La seconda strada era costruire vere carriere. Non figure di supporto, ma infermieri clinici senior, infermieri specialisti, infermieri di processo e ruoli avanzati riconosciuti contrattualmente. Una professione con sviluppo orizzontale e verticale è più attrattiva di una professione appiattita.
La terza priorità era trattenere chi già lavora. Prima ancora di aumentare i posti a bando, era necessario ridurre il turnover forzato, tutelare gli over 55, rivedere l’organizzazione dei turni e delle notti e intervenire in modo serio su sicurezza, aggressioni e burnout. Tenere un infermiere costa meno che formarne uno nuovo.
Infine, serviva un messaggio chiaro ai giovani. Il messaggio alternativo doveva essere che il Servizio sanitario nazionale ha bisogno di infermieri qualificati, competenti e centrali nel sistema di cura, non che il sistema si riorganizzerà per funzionare anche senza di loro.
La carenza infermieristica non si risolve abbassando l’asticella, ma alzando il valore della professione. Ogni riforma che rende strutturale l’assenza dell’infermiere è una riforma che, nel lungo periodo, indebolisce il Servizio sanitario nazionale.
Su questo punto serve chiarezza, non ambiguità.
