L’antibiotico-resistenza è oggi una delle principali minacce globali per la salute pubblica. Ogni anno in Europa provoca decine di migliaia di decessi e mette in crisi la capacità dei sistemi sanitari di trattare infezioni un tempo banali. Nel dibattito pubblico, però, il problema viene spesso ridotto a una questione di “prescrizioni inappropriate”, con una narrazione che finisce per semplificare eccessivamente un fenomeno complesso.
Limitare la lotta all’antibiotico-resistenza al solo atto prescrittivo è non solo insufficiente, ma rischia di essere fuorviante.
È indubbio che l’uso improprio degli antibiotici, in ambito territoriale e ospedaliero, contribuisca allo sviluppo di resistenze. Prescrizioni non necessarie, terapie troppo lunghe o dosaggi inadeguati rappresentano fattori di rischio reali. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente su questo aspetto significa ignorare una serie di determinanti strutturali, organizzativi e assistenziali che incidono in modo altrettanto rilevante.
Uno dei nodi centrali è l’organizzazione dei servizi sanitari. Reparti sovraffollati, carenza di personale infermieristico, turn over elevato e carichi assistenziali eccessivi compromettono l’aderenza alle pratiche di prevenzione delle infezioni. Quando il tempo per l’assistenza è ridotto al minimo, anche le migliori linee guida diventano difficili da applicare in modo coerente.
L’igiene delle mani, la gestione corretta dei dispositivi invasivi, la sanificazione ambientale e l’isolamento dei pazienti colonizzati o infetti da microrganismi multiresistenti sono interventi fondamentali nella prevenzione dell’antibiotico-resistenza. Tuttavia, questi interventi richiedono competenze, formazione continua e soprattutto condizioni organizzative che ne permettano l’attuazione sistematica.
Un altro elemento spesso sottovalutato è il ruolo dell’assistenza infermieristica nella sorveglianza clinica. Il riconoscimento precoce dei segni di infezione, la corretta raccolta dei campioni microbiologici e il monitoraggio della risposta alla terapia antibiotica sono attività che incidono direttamente sull’appropriatezza del trattamento. Senza un presidio infermieristico adeguato, il rischio è quello di terapie empiriche prolungate o di escalation antibiotiche non necessarie.
La dimensione territoriale rappresenta un ulteriore fronte critico. La continuità assistenziale tra ospedale e territorio è spesso frammentata, con conseguente difficoltà nel garantire una corretta gestione delle terapie antibiotiche dopo la dimissione. Interruzioni precoci, assunzioni irregolari o riutilizzo improprio di antibiotici avanzati contribuiscono alla selezione di ceppi resistenti.
Esiste poi una responsabilità che va oltre il singolo professionista sanitario e coinvolge le politiche sanitarie. Investire nella prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza, nel controllo del rischio clinico-infettivo e nei programmi di antimicrobial stewardship richiede risorse, personale dedicato e una visione di lungo periodo. Tagliare su questi ambiti e poi invocare la “responsabilità prescrittiva” come unica soluzione è una contraddizione evidente.
L’antibiotico-resistenza non si combatte solo con meno prescrizioni, ma con sistemi sanitari più robusti, organizzazioni più sicure e professionisti messi nelle condizioni di lavorare bene. In questo contesto, il ruolo degli infermieri è centrale: dalla prevenzione delle infezioni alla gestione dei percorsi assistenziali, fino all’educazione del paziente.
Ridurre il problema a una questione prescrittiva rischia di spostare l’attenzione dal vero nodo: senza investimenti strutturali nella qualità dell’assistenza e nella prevenzione, l’antibiotico-resistenza continuerà a crescere, indipendentemente dal numero di ricette firmate.
