Quando il demansionamento non è solo contrattuale ma diventa un problema di rischio clinico e infettivo, il tema smette di essere interno all’organizzazione del lavoro e entra a pieno titolo nella tutela della salute del lavoratore e del paziente.
Sempre più spesso gli infermieri segnalano situazioni di demansionamento che comportano un’alterazione concreta dell’esposizione al rischio: mansioni improprie, attività non coerenti con il profilo professionale, utilizzo non strutturato delle competenze cliniche, incremento del rischio biologico o infettivo non valutato. In questi casi la segnalazione al medico competente non è un atto “opzionale”, ma uno strumento previsto dall’ordinamento per la prevenzione.
Il medico competente, ai sensi del D.Lgs. 81/2008, ha obblighi autonomi e diretti. Non è un mero consulente del datore di lavoro, ma un garante della sorveglianza sanitaria e della corretta valutazione dei rischi. Quando riceve una segnalazione motivata che evidenzia un cambiamento dell’organizzazione del lavoro o delle condizioni di esposizione, è tenuto ad attivarsi. Il Documento di Valutazione dei Rischi non è un atto statico: deve essere aggiornato ogni volta che mutano i rischi o le modalità operative.
Il punto centrale è che il demansionamento, se incide sulle modalità assistenziali, sull’esposizione a rischio biologico o sulla sicurezza delle pratiche cliniche, non può essere trattato come una semplice questione di inquadramento o di turnistica. In quel momento diventa un problema di rischio clinico e infettivo. Ignorarlo equivale a negare l’esistenza del rischio stesso.
Se, a fronte di una segnalazione formalizzata, il medico competente non promuove l’aggiornamento del DVR o non sollecita una rivalutazione dei rischi, si apre un’area di criticità rilevante. L’inerzia non è neutra. La normativa attribuisce al medico competente il dovere di collaborare alla prevenzione, segnalare le incongruenze e richiedere l’adozione di misure correttive. La mancata attivazione può configurare una responsabilità professionale, anche in concorso con il datore di lavoro.
Dal lato dell’infermiere, invece, la segnalazione rappresenta un atto di tutela. Documentare in modo chiaro che una determinata organizzazione del lavoro comporta rischi clinici o infettivi significa creare una tracciabilità formale. Significa spostare il piano del confronto dal disagio soggettivo alla sicurezza oggettiva. Ed è un passaggio fondamentale anche in ottica medico-legale.
Quando il DVR non viene aggiornato nonostante un’evidente modifica delle condizioni operative, la criticità non riguarda solo il singolo lavoratore. Coinvolge l’intero sistema di prevenzione aziendale. In questi casi entrano in gioco anche altri soggetti della sicurezza, come il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza e, se necessario, gli organi di vigilanza territoriali come lo SPRESAL.
Esiste inoltre un aspetto spesso sottovalutato: non aggiornare il DVR in presenza di demansionamenti sistemici equivale, di fatto, a sostenere che il rischio infermieristico non esiste o non sia rilevante. È una posizione tecnicamente fragile e difficilmente difendibile, soprattutto in un contesto sanitario ad alta complessità assistenziale.
Il messaggio è chiaro: il rischio clinico e il rischio infettivo non possono essere esclusi per via organizzativa. Se cambiano le mansioni, cambia il rischio. E se cambia il rischio, il DVR deve essere aggiornato. Non farlo espone l’azienda, il medico competente e l’intero sistema a responsabilità che vanno ben oltre il conflitto lavorativo.
Per la professione infermieristica, portare il tema del demansionamento sul piano della sicurezza e della prevenzione significa compiere un salto culturale. Non si tratta solo di difendere un ruolo, ma di affermare che la qualità dell’assistenza e la sicurezza passano anche dal riconoscimento corretto dei rischi professionali.
Dott. Alfio Stiro_Infermiere
Direttore NurseNews
Analista di diritto sanitario e organizzazione delle professioni sanitarie.

