Nel dibattito sulla flessibilità organizzativa in sanità, il rischio infettivo rappresenta uno dei punti di osservazione più solidi per comprendere dove e come si formano le responsabilità. Non perché sia l’unico rischio rilevante, ma perché possiede caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto a misurare la qualità reale dell’organizzazione del lavoro.
Il rischio infettivo, infatti, non è un evento eccezionale né imprevedibile. È un rischio strutturale dell’assistenza sanitaria, noto, studiato e da tempo regolato attraverso procedure, linee guida e misure di prevenzione consolidate. Proprio per questo, non può essere trattato come una fatalità o come l’esito sfortunato di un singolo comportamento individuale.
Sul piano clinico è pacifico che la contaminazione possa avvenire anche con un singolo episodio. Basta una sequenza impropria, un’interruzione non governata, una promiscuità di ruoli o di percorsi. Tuttavia, sul piano giuridico, ciò che rileva non è l’episodio in sé, ma il contesto che lo rende possibile e prevedibile.
Il rischio infettivo ha infatti una caratteristica decisiva: è altamente sensibile all’organizzazione.
Ruoli, percorsi, tempi di lavoro, carichi assistenziali e interruzioni incidono direttamente sulla probabilità che l’evento si verifichi. Questo significa che il rischio non nasce solo dall’atto tecnico, ma prima ancora dal modo in cui l’organizzazione struttura il lavoro quotidiano.
È qui che il tema dell’organico e del mix tra infermieri e operatori di supporto assume rilievo giuridico. Infermiere e OSS svolgono funzioni diverse per una ragione precisa: garantire sicurezza, continuità e governo dei processi assistenziali. Quando l’infermiere viene utilizzato anche per sostituire l’OSS, non si tratta di semplice collaborazione o di spirito di servizio. Si produce una sottrazione di tempo e attenzione alle funzioni infermieristiche di sorveglianza, prevenzione e coordinamento, che sono proprio quelle che contribuiscono a ridurre il rischio infettivo.
In altre parole, non è in discussione la capacità dell’infermiere di svolgere mansioni di supporto; ciò che rileva, sul piano giuridico-organizzativo, è che l’assegnazione di tali mansioni determina una frammentazione delle funzioni infermieristiche di sorveglianza, prevenzione e governo dell’assistenza. Questa frammentazione non è neutra, poiché incide direttamente sulla continuità assistenziale e sulla sicurezza delle cure.
Dal punto di vista giuridico, la flessibilità è ammissibile solo come strumento contingente, legato a situazioni temporanee ed eccezionali ricordiamo che l’eccezionalità è un evento imprevedibile. Quando invece diventa una modalità stabile di compensazione delle carenze di organico, perde la sua legittimazione e si trasforma in una scelta organizzativa strutturale. In quel momento, il rischio non è più un effetto collaterale, ma una conseguenza prevedibile del modello adottato.
In questo senso, un evento cessa di essere eccezionale non quando si ripete, ma quando l’organizzazione, pur conoscendone la prevedibilità e la prevenibilità, mantiene assetti che lo rendono possibile, tollerandolo come esito normale della compensazione delle proprie carenze. L’errore, a quel punto, nasce prima dell’atto clinico.
Questa impostazione consente di spostare correttamente il focus della responsabilità. Quando l’organizzazione aumenta la probabilità di errore attraverso scelte di organico, assegnazioni improprie e sovrapposizione stabile di ruoli, la responsabilità non può essere ricondotta esclusivamente al singolo operatore. Si configura invece una responsabilità di sistema, fondata su scelte programmatorie e gestionali.
Le dotazioni di personale, la distribuzione dei ruoli e l’organizzazione dei turni non sono semplici variabili economiche. Sono misure di sicurezza. Se vengono strutturate in modo non coerente con le criticità assistenziali e con il rischio biologico, l’evento avverso non è più casuale, ma organizzativamente determinato.
Da qui discende una responsabilità che si sviluppa a cascata: dalle scelte programmatorie e politiche in materia di organici, alle decisioni gestionali aziendali, fino alle prassi operative quotidiane. Non si tratta di criminalizzare nessuno, ma di riconoscere che la sicurezza delle cure non dipende dalla buona volontà dei singoli, bensì dalla qualità dell’organizzazione.
Nemmeno l’appello all’umanità può giustificare assetti strutturalmente insicuri. L’umanità è un valore, ma non è una misura di prevenzione. In sanità, la vera tutela del paziente passa attraverso organizzazioni che riducono il rischio a monte, non che lo scaricano a valle sugli operatori.
Il rischio infettivo, per le sue caratteristiche, rende evidente questa verità più di ogni altro ambito: quando l’organizzazione è inadeguata, l’errore non è un incidente. È il prodotto di un sistema che ha smesso di prevenire a tutti i livelli.
Dott. Alfio Stiro_Infermiere
Direttore NurseNews
Analista di diritto sanitario e organizzazione delle professioni sanitarie.

