Politica e OSS: una categoria fondamentale dimenticata dalle istituzioni
Negli ultimi anni si è consolidata, ad avviso degli Stati Generali OSS, una chiusura sistemica della politica verso gli operatori socio-sanitari, una marginalizzazione che non nasce da un singolo errore, ma da una serie di scelte che escludono questa figura dai principali processi decisionali e di riforma della sanità italiana.
In una lettera indirizzata al Ministero della Salute, al Direttore Generale delle Professioni Sanitarie e alle forze politiche, i rappresentanti degli Stati Generali OSS sottolineano come l’assenza di ascolto sulla professione, la mancata inclusione negli atti normativi e l’esclusione dai tavoli di riforma siano segnali di un vero e proprio veto politico e culturale nei confronti degli operatori socio-sanitari.
La riforma senza gli OSS: un paradosso sul piano assistenziale
Un elemento che emerge con forza dalla comunicazione è l’attribuzione all’ordine FNOPI di un ruolo decisionale sul futuro degli OSS — una scelta che, secondo gli autori della lettera, va oltre l’ordinaria governance e rappresenta un blocco deliberato nella rappresentanza professionale. Tale approccio non solo esclude gli OSS dai percorsi che disegnano il futuro della sanità, ma favorisce soluzioni tecnicistiche che, di fatto, distaccano le riforme dai bisogni reali delle persone più fragili.
Secondo quanto riportato, l’introduzione della nuova figura dell’Assistente Infermiere è stata impostata senza un reale confronto con gli OSS e senza tenere conto dell’esperienza assistenziale sul campo. Gli Stati Generali OSS sostengono che ciò rischia di diluire competenze e sicurezza assistenziale, trasformando decisioni professionali in equilibri di potere istituzionale e distogliendo l’attenzione dai bisogni di cura delle persone fragili.
Un rischio per la qualità dell’assistenza e per il rischio clinico
Dalla denuncia emerge anche una preoccupazione più ampia e grave: la fragilità dell’organizzazione delle cure derivante da scelte normative e politiche che non integrano adeguatamente chi garantisce l’assistenza di base e quotidiana. Secondo gli autori della lettera, questa esclusione sistemica può determinare un aumento del rischio clinico, in quanto la sicurezza delle cure non può essere affidata a figure con percorsi formativi ibridi o decisioni prese senza evidenze reali e confronto professionale.
Una richiesta di cambiamento culturale e politico
Il messaggio degli Stati Generali OSS non è semplicemente una lamentela: è una richiesta di svolta culturale e politica, affinché la professione dell’operatore socio-sanitario sia pienamente riconosciuta, tutelata e coinvolta nei processi di riforma del sistema sanitario. Ignorare la voce di chi è quotidianamente impegnato nella cura diretta delle persone più fragili, sostengono, non rafforza il sistema sanitario nazionale, ma crea un divario tra legge, organizzazione e pratica clinica che alla fine ricade sui cittadini.
Per una sanità che sia davvero centrata sui bisogni delle persone, è fondamentale superare una visione frammentata delle professioni e adottare un approccio inclusivo e partecipativo nelle decisioni che riguardano l’organizzazione delle cure. Riconoscere e valorizzare il contributo degli OSS è non solo una questione di giustizia professionale, ma una condizione essenziale per garantire qualità, continuità e sicurezza nell’assistenza sanitaria quotidiana.
