Nei concorsi pubblici italiani la laurea recente può valere più di anni di esperienza professionale. A chiarirlo è una recente sentenza del TAR Lazio, che ha acceso il dibattito sul criterio di valutazione dei titoli nei bandi per l’accesso al cosiddetto “posto fisso”.
Secondo i giudici amministrativi, attribuire un punteggio premiale alla laurea conseguita da poco tempo non è di per sé illegittimo, purché il criterio sia chiaramente indicato nel bando e coerente con le finalità del concorso. In altre parole, l’amministrazione può legittimamente ritenere che una formazione più recente garantisca una preparazione più aggiornata rispetto all’evoluzione normativa, tecnologica e organizzativa della pubblica amministrazione.
La sentenza nasce da un ricorso presentato da candidati che avevano conseguito il titolo di studio diversi anni prima e che si sono visti penalizzati rispetto a neolaureati, nonostante un curriculum professionale più ampio. Il TAR ha però respinto le contestazioni, ribadendo un principio già presente nella giurisprudenza amministrativa: il concorso pubblico non è una valutazione della carriera, ma uno strumento di selezione finalizzato alle esigenze organizzative dell’ente.
Secondo i giudici, l’amministrazione ha un ampio margine di discrezionalità nel definire i criteri di valutazione, purché questi siano ragionevoli, non discriminatori e funzionali all’interesse pubblico. La maggiore “freschezza” del titolo di studio, in questo quadro, viene letta come indice di aggiornamento delle competenze, soprattutto in settori soggetti a rapidi cambiamenti normativi e procedurali.
La pronuncia ha un impatto rilevante anche sul personale sanitario e sociosanitario che guarda ai concorsi pubblici come strumento di stabilizzazione. In un sistema in cui molti professionisti maturano esperienza attraverso contratti a termine, cooperative o libera professione, il rischio è che il valore dell’esperienza venga ridimensionato a favore di criteri formali legati esclusivamente al titolo di studio e alla sua data di conseguimento.
Dal punto di vista organizzativo, la sentenza rafforza un modello di reclutamento che privilegia l’ingresso di profili giovani e teoricamente più aggiornati, ma solleva interrogativi sulla capacità del sistema pubblico di valorizzare le competenze maturate sul campo. In sanità, dove l’esperienza clinica, organizzativa e relazionale ha un peso determinante sulla qualità dell’assistenza, il bilanciamento tra formazione recente ed esperienza reale resta un nodo aperto.
La decisione del TAR Lazio non impone alle amministrazioni di premiare la laurea recente, ma legittima questa scelta quando viene ritenuta funzionale agli obiettivi del concorso. Spetterà quindi ai singoli enti decidere se puntare su criteri che favoriscono i neolaureati, oppure se costruire sistemi di punteggio più equilibrati, capaci di riconoscere anche il valore dell’esperienza professionale.
In conclusione, la sentenza conferma un orientamento chiaro: nei concorsi pubblici conta sempre di più ciò che l’amministrazione ritiene utile per il proprio futuro assetto organizzativo. Per i candidati, soprattutto nel settore sanitario, diventa essenziale leggere con attenzione i bandi e comprendere che il “posto fisso” non premia automaticamente l’anzianità, ma risponde a logiche selettive sempre più orientate alla formazione formale e all’aggiornamento recente.
