Un’indagine dell’Istituto Mario Negri conferma ciò che molti operatori sanitari segnalano da tempo: la riforma delle Case di Comunità finanziata dal PNRR mostra gravi criticità sul piano dell’attuazione concreta.
Il progetto prevede la realizzazione di 1.723 Case di Comunità, con un investimento di circa 2 miliardi di euro e una scadenza fissata a giugno 2026. Tuttavia, i dati mostrano una distanza evidente tra quanto programmato e quanto realmente operativo sul territorio.
Nei database ufficiali risultano attive 660 strutture, ma solo 46, meno del 3 per cento, rispettano pienamente gli standard previsti dal decreto ministeriale 77 del 2022. Questo dato ridimensiona in modo significativo l’idea di una riforma già funzionante e diffusa.
La Lombardia, spesso indicata come regione modello, rappresenta uno dei casi più emblematici. Su 204 Case di Comunità previste, 142 risultano formalmente attive, ma nessuna rispetta integralmente gli standard ministeriali. Solo il 22 per cento garantisce la presenza medica sulle 24 ore, il 12,6 per cento assicura assistenza infermieristica continua e appena il 14 per cento mantiene operativo il Punto Unico di Accesso per almeno 8 ore al giorno. I medici di medicina generale, considerati il pilastro della riforma territoriale, sono presenti in meno del 40 per cento delle strutture.
L’indagine evidenzia anche criticità rilevanti sul piano della trasparenza. Tre ASST lombarde, Pavia, Rhodense e Valle Olona, che complessivamente servono circa 1,5 milioni di cittadini, non hanno autorizzato verifiche indipendenti sul funzionamento delle Case di Comunità. Questo elemento solleva interrogativi sulla reale disponibilità a sottoporre i modelli organizzativi a valutazioni esterne.
Un altro aspetto critico riguarda la natura stessa delle strutture. In molti casi non si tratta di nuove Case di Comunità progettate secondo un modello innovativo, ma di vecchi poliambulatori semplicemente riclassificati, senza un reale ripensamento dei servizi, degli orari e delle équipe multiprofessionali. Il rischio è quello di una riforma solo formale, che cambia il nome ma non la sostanza dell’assistenza territoriale.
Particolarmente preoccupante è il dato relativo all’assistenza infermieristica. Solo il 12,6 per cento delle Case di Comunità garantisce una presenza infermieristica continua, nonostante il DM 77 del 2022 attribuisca agli infermieri un ruolo centrale nella presa in carico dei pazienti e nella continuità assistenziale. Questo dato conferma una mancata valorizzazione strutturale della professione infermieristica all’interno della riforma.
Negli anni, gli infermieri hanno più volte indicato con chiarezza le condizioni necessarie per rendere efficace la sanità territoriale. Tra queste vi sono l’attuazione reale dell’assistenza infermieristica prevista dal DM 77, lo sviluppo del ruolo dell’infermiere di famiglia e di comunità come coordinatore della presa in carico territoriale, l’attivazione di ambulatori infermieristici dedicati alla gestione delle patologie croniche e al follow up, il potenziamento dell’assistenza infermieristica domiciliare, il rispetto rigoroso degli standard assistenziali e una partecipazione più attiva alla governance delle Case di Comunità.
In assenza di questi elementi, le Case di Comunità rischiano di restare contenitori vuoti, incapaci di garantire continuità assistenziale e integrazione reale tra ospedale e territorio.
I dati dell’Istituto Mario Negri non rappresentano una critica ideologica, ma un richiamo alla realtà. La riforma territoriale non può essere valutata solo sul numero di strutture inaugurate, ma sulla loro capacità di funzionare secondo quanto previsto dalla normativa. Senza un investimento serio sul personale, in particolare sugli infermieri, e senza modelli organizzativi coerenti, le Case di Comunità rischiano di trasformarsi in una grande occasione mancata, pagata con risorse pubbliche e con le aspettative disattese dei cittadini.
