La discussione aperta dalla Manovra sul riscatto della laurea ha provocato una reazione immediata da parte dei sindacati medici, che parlano apertamente di una possibile “valanga di ricorsi”. Tuttavia il tema non riguarda solo i medici. Riguarda tutte le professioni sanitarie, a partire dagli infermieri, che da anni vivono una contraddizione evidente: la laurea è obbligatoria per lavorare, ma rischia di diventare una penalizzazione sul piano previdenziale.
È su questo punto che sindacati e Ordini professionali sono chiamati a intervenire con chiarezza e responsabilità.
La laurea per infermieri, ostetriche, tecnici sanitari e altre professioni non è una scelta opzionale. È un requisito imposto dalla legge per poter esercitare. Eppure gli anni di studio ritardano l’ingresso nel mondo del lavoro, il riscatto della laurea è quasi interamente a carico del lavoratore e, con le nuove ipotesi normative, il suo valore previdenziale potrebbe essere ridotto.
Il messaggio che passa è semplice e pericoloso: studiare di più non conviene. Un messaggio che rischia di allontanare i giovani dalle professioni sanitarie e di indebolire ulteriormente il Servizio sanitario nazionale.
Il punto centrale non è la richiesta di privilegi. È una questione di equità. Le lauree sanitarie sono percorsi professionalizzanti, con tirocini obbligatori, strettamente collegati all’attività assistenziale e a carriere caratterizzate da turni notturni, stress elevato e responsabilità crescenti. Non possono essere trattate come percorsi accademici astratti, scollegati dal lavoro reale.
Per questo sindacati e Ordini dovrebbero muoversi insieme su alcune richieste chiare.
La prima riguarda la tutela dei diritti già maturati. Chi ha già riscattato la laurea o ha avviato la procedura non può vedersi cambiare le regole in corsa. La certezza del diritto è un principio fondamentale e la sua violazione apre inevitabilmente a contenziosi.
La seconda riguarda il riconoscimento del valore lavorativo della formazione sanitaria. Gli anni di studio, almeno in parte, dovrebbero essere considerati come lavoro ai fini previdenziali, perché rappresentano una formazione direttamente finalizzata al servizio.
Un altro punto essenziale è l’introduzione di correttivi o esenzioni per le professioni sanitarie rispetto alle penalizzazioni previste sul riscatto. Applicare regole identiche a percorsi profondamente diversi significa ignorare le specificità del lavoro sanitario.
Serve poi una proposta costruttiva: un riscatto della laurea sanitaria agevolato, con una quota di contribuzione a carico dello Stato. Se lo Stato impone la laurea, deve anche assumersi una parte del costo previdenziale.
Infine, è indispensabile un regime transitorio serio e sufficientemente lungo, che eviti effetti immediati su chi è già in servizio e prevenga esodi, demotivazione e perdita di competenze.
Questa non è solo una battaglia previdenziale, ma anche culturale. Riguarda il valore attribuito allo studio, la dignità delle professioni sanitarie e la capacità del sistema pubblico di investire sul proprio capitale umano.
Sindacati e Ordini dovrebbero parlare con una sola voce, usando un messaggio semplice e comprensibile: la laurea sanitaria è un obbligo imposto dallo Stato e non può trasformarsi in una penalizzazione previdenziale.
Difendere il riscatto della laurea per gli infermieri non significa difendere una categoria, ma difendere la qualità futura della sanità pubblica.
Stiro Alfio
Infermiere
