Succede in sanità, succede più spesso di quanto si racconti, e questa volta a finire davanti al giudice è una vicenda che riguarda un’infermiera e un concorso interno per un incarico che svolgeva già da anni.
I fatti, in parole semplici, sono questi.
Un’infermiera, da tempo impegnata in un incarico di responsabilità (di fatto un ruolo di coordinamento), partecipa a una selezione interna bandita dalla propria Azienda sanitaria. L’obiettivo del concorso è chiaro: attribuire formalmente l’incarico che lei già esercita nella pratica quotidiana.
All’inizio tutto sembra andare nella direzione giusta. La collega risulta abilitata, quindi ammessa e valutata come idonea a ricoprire quel ruolo. Ma pochi giorni dopo, a distanza di circa una settimana, arriva il colpo di scena: la stessa infermiera viene dichiarata “non idonea”.
In altre parole, una professionista che per anni ha svolto quell’incarico senza rilievi viene improvvisamente giudicata inadatta a farlo, senza che nel frattempo siano cambiati né le sue competenze né le mansioni svolte.
Una contraddizione evidente.
Perché la decisione fa discutere
Il punto critico non è solo il risultato negativo del concorso, ma la brusca inversione di giudizio in tempi brevissimi. Da idonea a non idonea, senza che emergano fatti nuovi, carenze improvvise o errori professionali accertati.
Ed è proprio su questo che si fonda il ricorso della collega, che decide di rivolgersi al giudice per contestare l’esito della selezione. L’obiettivo è capire se la valutazione sia stata legittima, coerente e rispettosa dei principi di trasparenza e buon andamento della pubblica amministrazione.
Il passaggio dal giudice (e il nodo della competenza)
La vicenda arriva davanti al giudice amministrativo, ma qui emerge un ulteriore problema: la competenza. In casi come questo, infatti, non sempre è chiaro se debba intervenire il TAR o il giudice del lavoro.
Il tribunale amministrativo, in questa fase, ha ritenuto di non essere competente a giudicare la questione, rimandando di fatto la soluzione del caso. Il risultato? La sostanza del problema resta irrisolta e la lavoratrice si trova ancora senza una risposta definitiva.
Una storia che va oltre il singolo caso
Questa vicenda non riguarda solo una infermiera. Tocca un tema molto più ampio:
– il valore reale dell’esperienza maturata sul campo;
– la credibilità delle selezioni interne;
– il rischio che gli incarichi vengano prima utilizzati e poi messi in discussione;
– la confusione tra procedure amministrative e rapporti di lavoro.
Quando chi svolge un ruolo per anni viene giudicato improvvisamente “non idoneo”, il messaggio che passa è pericoloso: l’esperienza non conta, la coerenza nemmeno.
Conclusione
Il caso è ancora aperto, ma pone una domanda semplice e scomoda:
può una Azienda dichiarare non idoneo chi ha dimostrato sul campo, per anni, di essere pienamente in grado di svolgere quell’incarico?
È una domanda che riguarda la dignità professionale degli infermieri, la serietà delle procedure interne e, soprattutto, la tutela dei lavoratori nella sanità pubblica.
