Il tema delle liste d’attesa accompagna la sanità italiana da oltre vent’anni. Ogni governo annuncia misure straordinarie per ridurle, ogni riforma le inserisce tra le priorità, e ogni regione avvia piani speciali. Tuttavia, nonostante investimenti, incentivi e iniziative locali, i tempi di accesso alle prestazioni continuano a crescere.
Il problema non nasce oggi. Già dagli anni ’90 si osservava una dinamica chiara: la domanda sanitaria aumentava più della capacità di risposta del sistema. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche, la maggiore disponibilità diagnostica e l’inappropriatezza prescrittiva hanno progressivamente ampliato la richiesta di prestazioni. Parallelamente, politiche di contenimento della spesa, riduzione dei posti letto e carenza di personale hanno limitato la capacità di risposta delle strutture.
Per accelerare l’erogazione, a partire dagli anni 2000 sono stati introdotti incentivi economici, premi produttivi e attività aggiuntive retribuite. L’obiettivo era smaltire le attese aumentando la produzione. In realtà, nel tempo si è prodotto un effetto paradossale: le liste d’attesa sono diventate un elemento utile al sistema. La loro esistenza ha giustificato fondi straordinari, risorse aggiuntive e trasferimenti verso strutture private accreditate, creando una logica in cui l’attesa non viene eliminata, ma gestita.
Il COVID ha peggiorato il quadro ma non lo ha originato. Le prestazioni sospese durante la pandemia hanno ampliato la domanda arretrata, rendendo evidente una criticità già presente.
A monte del problema persiste un fattore determinante: la carenza di personale sanitario, in particolare infermieristico. Senza organici adeguati, nessun piano straordinario può funzionare. Le strategie attuali, basate su incentivi e straordinari, non sostituiscono la necessità di personale stabile e integrato.
Per questo motivo le liste d’attesa continuano a riformarsi: il sistema prova ad assorbirle con attività aggiuntive, ma la struttura che le genera rimane invariata.
Se realmente si volesse affrontare il problema, sarebbe necessario agire su più livelli: potenziare l’assistenza territoriale, programmare il fabbisogno di professionisti, contenere la domanda inappropriata, rendere trasparenti le agende e passare da un modello centrato sulla quantità di prestazioni a uno orientato a presa in carico e continuità assistenziale.
Finché le liste d’attesa saranno affrontate solo come un’emergenza da tamponare con incentivi, continueranno a rigenerarsi. Più che un problema di attesa, siamo di fronte a un problema di sistema.
