In molte realtà ospedaliere italiane persiste una configurazione relazionale improntata a dinamiche gerarchiche verticali, retaggio di un modello sanitario storicamente costruito attorno alla centralità esclusiva del medico. In tale assetto, l’infermiere viene ancora oggi, in alcuni contesti, percepito e trattato come mero esecutore materiale, più che come professionista autonomo, titolare di competenze, responsabilità e obblighi propri.
Questa impostazione, pur risultando superata dal punto di vista normativo, giurisprudenziale e formativo, continua a esercitare un’influenza profonda su pratiche organizzative e rapporti interprofessionali.
La difficoltà – talvolta manifesta – ad accettare che l’infermiere abbia l’obbligo giuridico e deontologico di valutare la congruenza degli atti prescrittivi, non va letta come semplice resistenza: è piuttosto il segnale di un disagio culturale più profondo, legato alla necessità di ridefinire i simboli di autorevolezza professionale e i ruoli consolidati.
Questa evoluzione non è una moda del momento, né un capriccio di categoria.
È parte di un processo storico, normativo e culturale che non si può più fermare.
L’evoluzione infermieristica è un processo inarrestabile, perché è radicata nella legge, nella scienza e nei bisogni reali della sanità moderna.
Ignorarla o ostacolarla non solo è inutile: è pericoloso per i pazienti e ingiusto verso una professione che ha già dimostrato, in mille contesti, il proprio valore.
In questa prospettiva, l’affermazione dell’autonomia infermieristica non rappresenta un atto di prevaricazione, ma un passaggio indispensabile per la piena restituzione della dignità professionale a una categoria storicamente marginalizzata.
Dignità non intesa in senso retorico o astratto, ma come riconoscimento sostanziale del valore decisionale, intellettuale ed etico dell’infermiere, che non può più essere confinato a una posizione di silenziosa esecutività.
Restituire dignità significa riconoscere che la partecipazione infermieristica ai processi decisionali clinico-assistenziali è legittima, necessaria e funzionale a un’assistenza efficace, sicura e personalizzata.
Significa accettare che la collaborazione tra professionisti sanitari non può più basarsi sull’obbedienza gerarchica, ma sulla reciproca responsabilità, sulla complementarietà delle competenze, e su una visione comune orientata alla tutela della salute pubblica.
Un disagio che nasce da un modello chiuso e ormai superato
Il disagio che, in alcune componenti della professione medica, si manifesta nei confronti di questa evoluzione del ruolo infermieristico non può essere ridotto a semplice rigidità.
Va invece compreso all’interno di una costruzione culturale e organizzativa del passato, che ha delineato per lungo tempo la medicina come un sistema chiuso, autosufficiente e autoreferenziale.
Per decenni, il medico ha incarnato, anche per necessità storiche, il punto unico di sapere e decisione, mentre le altre figure professionali sono state ammesse in ruoli marginali, spesso ancillari.
Tale paradigma ha generato un’identità professionale forte ma monolitica, difficilmente predisposta all’integrazione di altre soggettività cliniche nel processo decisionale.
Oggi, invece, il contesto normativo, deontologico e formativo disegna un sistema sanitario multiprofessionale, dove ciascun operatore è chiamato a esercitare in modo attivo autonomia, responsabilità e pensiero critico.
Il cambiamento richiesto non è solo giuridico, ma profondamente culturale: esso impone una revisione delle proprie certezze professionali e l’adozione di una logica collaborativa e orizzontale, orientata alla persona assistita più che alla difesa del proprio status.
In questo senso, la reazione di diffidenza non va demonizzata, ma letta come sintomo di un modello in crisi, non più adeguato né alle esigenze della popolazione, né alle complessità operative del sistema salute.
Accedere a questo nuovo assetto richiede umiltà, apertura mentale e aggiornamento, ma rappresenta un passaggio ineludibile per chi intende operare in un sistema sanitario moderno, centrato sulla persona, e non sulla conservazione di ruoli e rendite simboliche
