giust3Applicare senza modifiche o ulteriori attese quanto previsto dal “comma 566” della legge di stabilità 2015 che ha normato la possibilità di crescita professionale delle professioni (che rappresentano infermieri, ostetriche, tecnici di radiologia medica, riabilitatori, tecnici sanitari e della prevenzione e così via per un totale di circa 500mila dipendenti del Servizio sanitario e di quasi 600mila professionisti della sanità) . Lo chiedono con forza infermieri, ostetriche, tecnici di radiologia e Conaps, il coordinamento delle professioni ancora senza Collegi, che scrivono a FnomCeO, ministro della Salute e sindacati di categoria. Il messaggio è chiaro: «no all’ipotesi di rivedere la legge introducendo il concetto di “leadership medica”». Un disco rosso che si riferisce alla proposta caldeggiata recentemente dalla FnomCeO.

I firmatari delle lettere respingono quindi ogni tentativo di bypassare o modificare la norma appena entrata in vigore.

Nella lettera alla Chersevani le professioni sottolineano che i media di settore hanno riportato la posizione assunta dalla presidente nell’ultimo Consiglio Nazionale, con cui, secondo anche la maggioranza dei componenti il Consiglio nazionale, sul comma 566 si richiede una legge che imponga una “leadership funzionale” del medico nell’équipe multiprofessionale. “Non possiamo che prendere atto della posizione da Lei assunta e constatare che proseguendo in tale direzione si confermerà la preclusione ad ogni confronto sulla possibile rimodulazione delle relazioni professionali tra i medici e le professioni sanitarie”, scrivono le professioni.

Alla ministra Lorenzin invece, Ipasvi, Tecnici di radiologia, Ostetriche e Conaps, chiedono “con fermezza di portare in conferenza Stato Regioni” i provvedimenti richiesti dalla stessa Commissione Salute delle Regioni già a gennaio 2015 “per iniziare a dare corso a quanto previsto nella legge 190/14 comma 566, articolo 1”, nel qual caso “non vi sarà alcuna necessità di azioni da parte delle professioni rappresentate a difesa dell’applicazione di una legge dello Stato”.

Il coordinatore della Commissione Salute delle Regioni, il veneto Luca Coletto, infatti, in una lettera inviata il 28 gennaio scorso al ministro Lorenzin, aveva già chiesto, proprio alla luce del “comma 566”, di mettere all’ordine del giorno della Stato-Regioni sia il provvedimento sulle competenze avanzate degli infermieri già approvato dalla Commissione a febbraio 2013, sia il provvedimento sull’implementazione di competenze e profilo dei tecnici di radiologia, anch’esso approvato e perfino sottoscritto dalle organizzazioni sindacali dei medici radiologi, sia infine di aprire il confronto tecnico col ministero per definire i percorsi relativi alle altre professioni, secondo il disposto della legge di Stabilità 2015.

Infine i sindacati. Le professioni annunciano di essere pronte a “una informazione capillare
della posizione assunta da FnomCeO, alla quale è prevedibile ipotizzare che si accoderanno le organizzazioni sindacali mediche” e chiedono alle loro rappresentanze sindacali “la disponibilità ad attivare un fronte comune per portare a buon fine” il comma 566 e “contestare la richiesta di ottenere ope legis una “leadership funzionale” del medico nell’équipe multiprofessionale. “Una richiesta anacronistica che non aiuta lo sviluppo del sistema salute” è il commento dei responsabili delle professioni.

il sole 24 ore


giust1Nel prescrivere un farmaco mai affidarsi al sentito dire. L’infermiere che non segnala al medico l’errore di prescrizione di un farmaco contenente un principio attivo che sa essere dannoso per il paziente (nella fattispecie farmaco Amplital contenente amoxicillina), risponde penalmente per la morte del paziente. Deve ravvisarsi l’esistenza di un preciso dovere di attendere all’attività di somministrazione dei farmaci in modo non meccanicistico (ossia misurato sul piano di un elementare adempimento di compiti meramente esecutivi), occorrendo viceversa intenderne l’assolvimento secondo modalità coerenti a una forma di collaborazione con il personale medico orientata in termini critici. Con questa motivazione, la sentenza n. 2192 del 16 gennaio, emessa dalla IV sezione penale della Cassazione, ha confermato quella di condanna emessa nei confronti di due infermieri di un ospedale lombardo. Un errore che ha portato alla morte il paziente in pochi secondi e che trova, ancora una volta, nell’insufficiente documentazione clinica, neppure presente al momento dell’operazione e alla sua confusa compilazione il suo punto d’origine.
Secondo la ricostruzione, l’infermiere era a conoscenza dell’allergia sofferta dal paziente (per aver partecipato all’intervista per la preparazione dell’intervento chirurgico), conseguentemente gli vennero addebitate l’omessa segnalazione al medico dell’errore contenuto nella cartella clinica compilata in occasione dell’intervento (nella quale era stata erroneamente riportata la prescrizione dell’Amplital a scopo terapeutico in sostituzione del farmaco Pipertex originariamente prescritto da altro medico), e l’omessa sottoposizione al medico che doveva eseguire l’intervento della documentazione clinica per un più accurato controllo, così incorrendo nella condotta antidoverosa in violazione delle regole dell’arte infermieristica.
All’infermiere addetto alla sala operatoria, invece, venne contestato di avere somministrato il farmaco senza avere controllato la cartella clinica, neppure presente durante l’intervento, affidandosi alla prescrizione del medico che conosceva il paziente, facendo affidamento sulla competenza del personale medico. Sul punto la Corte ha precisato che l’obbligo di segnalazione e controllo non ha la finalità di sindacare l’operato del medico (segnatamente sotto il profilo dell’efficacia terapeutica dei farmaci prescritti), bensì quello di richiamarne l’attenzione sugli errori percepiti (o comunque percepibili con ordinaria diligenza), ovvero di condividere gli eventuali dubbi circa la congruità o la pertinenza della terapia stabilita rispetto all’ipotesi soggetta a esame.
Per avere una corresponsabilità nell’evento il sanitario non può difendersi sostenendo che la responsabilità fosse di altri e che si confidava che altri avrebbero controllato e/o che chi seguiva nel compito avrebbe eliminato la violazione o posto rimedio all’omissione. Con la conseguenza che quando l’evento sia stato causato da una serie di comportamenti omissivi commessi da persone diverse, tutte devono considerarsi ugualmente responsabili del danno.

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il sole 24 ore


Coordinamento siciliano ipasvi:. E’ stato anche denunciato l’attuale utilizzo di personale non qualificato, con contratto di operaio, che sostituisce invece il personale di supporto. L’assessore Borsellino ha confermato la volontà di rivalutare, in rialzo, i coefficienti del personale infermieristico e di supporto e ha condiviso la richiesta in merito all’adeguata considerazione del professionista infermiere, definendola figura nodale della Sanità.


fonendo blu-“.. il professionista non ha necessità di mansionari né di definire un atto suo proprio, ossia di crearsi un’area di attività che non potrebbe aver mai confini precisi ed esser esaustiva, ma solo limitativa e, forse, limitante quella degli altri professionisti; i quali nell’area sanitaria, spesso hanno conoscenze comuni se pur acquisite a diverso livello scientifico e, soprattutto, per diverse finalità;
– è per questo che nei paesi cosiddetti civili lo Stato non ha mai approvato una legge contenente una definizione di atto medico, né di conseguenza di atto (tecnico) sanitario;
– un orientamento dottrinale e giurisprudenziale recente e rispettoso del diritto penale ritiene atti tipicamente riservati alla professione medica quelli il cui espletamento da parte di soggetti non abilitati potrebbe comportare al paziente serie implicazioni (come gli interventi chirurgici e la prescrizione di farmaci che richiedono ricetta medica);
– il nuovo codice deontologico indica come atti di esclusiva competenza del medico solo la diagnosi e la prescrizione della cura;
– se già volessimo dare una caratterizzazione giuridica (in funzione della dottrina e della giurisprudenza) all’attività consentita al solo medico e non ad altre professioni ci si dovrebbe rifare all’atto diagnostico/prescrittivo non già terapeutico o riabilitativo, men che meno di carattere preventivo;
– solo la preparazione del medico, come previsto dalla legge, consente nella pratica clinica di giungere ad una diagnosi; non già a una diagnosi di scopo, utilitaristica per singole attività assistenziali, ma alla Diagnosi che condiziona necessariamente qualsiasi atto terapeutico.

Invocare la definizione legislativa di un atto da riferirsi al Professionista principale e fulcro del sistema sanitario evidenzia una preoccupante “debolezza”: non vi è nessun’altra professione sanitaria, ancorché fragile, che invochi per sé la definizione di un atto che la delimiti. Tale “debolezza” insita in una parte della professione medica deve preoccupare non solo chi medico è e non desidera essere “confinato” in un atto, ma tutti gli attori del sistema sanitario e verrebbe da dire tutti i cittadini italiani…” Oggi si puo parlare di atti sanitari condivisi e atti sanitari riservati…”


sia per ragioni storico-culturali che per motivi professionali, rimanda,
con un forte richiamo, alla professione medica.
Da sempre è il medico che prescrive e da sempre la prescrizione è stata considerata atto medico.
Questo perché probabilmente sino al 1999, data di entrata in vigore della legge 42, gli atti sanitari diversi dagli atti medici erano davvero pochi. All’epoca risultava difficile parlare di autonomia dell’atto infermieristico quando tutta l’attività dell’infermiere (all’epoca ancora definito “professionale”) era fortemente subordinata all’atto medico.
A esempio, il Dizionario delle professioni infermieristiche della Utet, che tuttavia risale ormai a dieci anni, or sono alla voce prescrizione afferma che si tratta della «trascrizione su fogli di ricettario personale o sul ricettario del Ssn degli esami ematochimici o strumentali
a cui si deve sottoporre il paziente, dei farmaci che il paziente deve assumere, dei presìdi terapeutici o di cicli di terapie fisiche».

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“In Sicilia siamo ad un passo da un vero allarme sociale. La Regione sta mettendo ulteriormente in ginocchio gli ospedali, che già sono in affanno a causa di una seria carenza di personale infermieristico costretto, a sua volta, a svolgere turni di lavoro logoranti. I risultati sono l’aumento del rischio clinico nelle corsie degli ospedali e il demansionamento per carenza di operatori socio sanitari”. La denuncia arriva da Filippo Impellizzeri, presidente del Collegio Ipasvi di Trapani e vice coordinatore regionale Ipasvi, a proposito degli standard fissati dall’Assessorato regionale per la salute che, secondo il rappresentante della categoria infermieristica, sono frutto di un gioco “al ribasso”, che di fatto istituzionalizza la carenza di professionisti sanitari tra le corsie ospedaliere. “Non si tratta solo di rischio clinico per i pazienti – prosegue Impellizzeri – a cui non è possibile fornire l’adeguata assistenza, ma anche di una situazione ormai non più sopportabile per gli infermieri che, in assenza di personale di supporto, si trovano a dover svolgere anche altre mansioni”. “L’età media degli infermieri – sottolinea il sindacalista – è passata dai 42 anni circa del 2001 ai 47 del 2013; l’occupazione per i laureati nel 2007 era al 94% e nel 2012 è scesa al 63%, con conseguente fuga di cervelli presso altre nazioni”. Secondo il presidente dell’Ipasvi di Trapani gli standard dovrebbero prevedere, in media, un infermiere ogni 4 o 5 posti letto. “Le soluzioni ci sono e per questo, come coordinamento regionale dei collegi Ipasvi – ha ribadito Impellizzeri – vogliamo farci ascoltare dalla Regione. Invece di tagliare il personale infermieristico, danneggiando l’utenza e non garantendo il servizio, si potrebbe monitorare e rivedere, a titolo di esempio, quello amministrativo in esubero. Invece di non assumere e non consentire, a chi è parecchio avanti negli anni, di andare in pensione, si potrebbero stipulare, in attesa di concorsi e mobilità, contratti con infermieri liberi professionisti, garantendo quindi il ricambio e il superamento del periodo estivo”.

fonte

Giornale di Sicilia


 

bandiera ipasviUna collega ,Marina Rizzotto,Dopo una laurea triennale, due master universitari, studi in corso per una laurea di secondo livello, e corsi e aggiornamenti di ogni tipo; nel vedere un annuncio di questo genere mi sento fortemente offesa. Tirocinio formativo garanzia giovani? Ma di cosa stiamo parlando? Gli infermieri sono professionisti, tirocinio ne abbiamo già fatto abbastanza. Non vendiamo patate, ci occupiamo di salute, ci prendiamo cura degli altri. Ci assumiamo delle grosse responsabilità, e questo è quello che ci viene offerto in modo del tutto legale.


 

In piazza Ottavio Ziino a Palermo, davanti alla sede dell’Assessorato regionale alla Salute. Si svolgerà mercoledì 3 giugno

la manifestazione riguarda la protesta degli infermieri e degli Oss della Regione Siciliana in merito all’adozione per la rideterminazione delle dotazioni organiche che, se attuate così come sono presentate in bozza , denunciano il collegio Ipasvi di Catania, creerebbero gravi situazioni di sottodimensionamento dell’organico.

Pertanto si invitano a partecipare tutti i professionisti della salute:Infermieri, Medici, Ostetriche,Fisioterapisti,tecnici sanitari,Cittadini, Associazioni,istituzioni.

la problematica comune a tutti gli operatori sanitari. Per gli infermieri , questa situazione potrebbe certamente portare ad un aumento del fenomeno del demansionamento, triste piaga della professione infermieristica,con rischi clinici per i pazienti.

Si denunciano:
La grave condizione professionale e lavorativa degli infermieri nell’ambito dell’erogazione dell’assistenza sanitaria che non consente d’individuare precocemente variazione cliniche,di monitorarle,di ipotizzare problemi potenziali e di attivare strategie.
La mancata proroga e stabilizzazione del personale di assistenza e di supporto.

La sottostima dei parametri per la determinazione delle dotazioni organiche.

La gravissima carenza di organico che,nel periodo estivo non garantira’ la continuita assistenziale,incremento rischio clinico.
La mancanza di adeguati controlli nelle strutture private accreditate atte a verificare la consistenza e l’adeguatezza degli organici.
Il mancato inserimento dell’infermiere pediatrico nella pianificazione gestionale.
La mancata attribuzione dell’organizzazione e della gestione dell’assistenza al dirigente infermieristico.
Il collegio IPASVI di Catania mette a disposizione un pullman per tutti coloro che vogliono partecipare alla manifestazione di giorno 3 Giugno 2015 a Palermo, con partenza dalla sede del collegio di Catania alle ore 6,30. Chi vuole aderire deve confermare via email a presidente@ipasvict.it


 

esercizio abusivoLa Corte di Cassazione, con sentenza n. 5080 del 13,3,2015, «ha ritenuto che il possesso da parte del lavoratore della laurea in medicina non fosse sufficiente per l’esercizio di attività riabilitativa per la quale occorre apposito diploma universitario, sebbene (sic!) il lavoratore in questione fosse abilitato a svolgere funzioni ausiliarie». In conclusione, ribadisce la Cassazione, «la laurea in medicina consente l’espletamento di attività ausiliarie ma non anche di attività, quale la terapia riabilitativa, che non hanno tale carattere e il cui svolgimento postula uno specifico diploma». Il Consiglio di Stato altresì ha consentito ai laureati in psicologia di concorrere al posto di dirigente di unità complessa di salute mentale, affermando che i compiti direzionali gestionali non abbiano implicazioni cliniche tali da presupporre la laurea in medicina. Ma cosa si intende per gestione di attività sanitarie? Allora, per la mera gestione di un qualsiasi processo produttivo, meglio un infermiere esperto oppure, perché no?, il cosiddetto ingegnere clinico.

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Alfio Stiro

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