Spetta ai singoli Paesi definire le modalità concrete di attuazione del sistema, tenendo conto delle specificità proprie di ogni settore di attività e anche delle “dimensioni di talune imprese”. La vicenda, come dicevamo, riguarda la causa sollevata da un sindacato in Spagna, che si era rivolto ai giudici locali chiedendo di obbligare il colosso bancario tedesco Deutsche Bank a istituire un sistema di registrazione dell’orario di lavoro, per consentire la verifica degli orari previsti dal contratto e la trasmissione ai rappresentanti sindacali, già obbligatoria per legge, delle informazioni sulle ore di straordinario lavorate ogni mese.

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Il termine eutanasia deriva dal greco “eu” e “thantos”, due parole che in italiano significano rispettivamente “bene” e “morte”; pertanto il significato letterale di eutanasia è buona morte o morte a fin di bene.

Negli ultimi anni si è sentito parlare spesso di eutanasia, quell’atto che provoca intenzionalmente il decesso a una persona la cui vita è compromessa da una grave malattia che non porta a guarigione e nel nostro Paese, questa pratica non è considerata legale dalla legge italiana, pertanto sono diverse le persone che sono partite per la Svizzera senza fare più ritorno, con un numero che è cresciuto vertiginosamente nell’ultimo anno come spiega Emilio Coveri, presidente dell’associazione “Exit Italia” di Torino, che si batte per una legge che regolamenti la materia “altrimenti sempre più persone saranno costrette a partire per andare a morire in esilio lontano dagli affetti più cari”.

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Non avevo mai sentito nominare il reflusso gastroesofageo fino a una mattina di otto anni fa quando, in preda a un attacco di panico, mi presentai al Pronto soccorso del Lenox Hill Hospital di New York senza assicurazione, ma convinto di morire. Quel giorno mi ero svegliato tardi – la sera prima avevo bevuto troppe birre e fumato ancora più sigarette, un’abitudine comune a 29 anni – e avevo deciso di fare un brunch del sabato guardando la partita di Serie A che negli Stati Uniti veniva trasmessa a mezzogiorno: era il 9 aprile, si giocava un noioso Inter-Chievo di fine anno e ci abbinai un cheeseburger con patatine fritte che mi fu consegnato a casa.

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È la nuova sfida che la Regione ha lanciato ad un sistema sanitario che deve essere sempre più all’altezza della domanda dei cittadini e più capace di rispondere ai bisogni di salute.

Se ne è parlato oggi nel corso di un seminario al quale ha partecipato anche il Consigliere OPI Bologna Sauro Canovi, che ha illustrato il percorso che ha portato alla nascita della figura dell’infermiere di processo, presente da qualche tempo al Sant’Orsola e al Maggiore. Un’esperienza pilota a livello nazionale.

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Venti milioni di persone (il 38,7% della popolazione) in lista d’attesa nell’ultimo anno: di questi, 16 milioni avevano bisogno di cure sul territorio, a partire dalle visite specialistiche e ambulatoriali agli accertamenti diagnostici, mentre altri 4 milioni (l’8% della popolazione adulta) sono rimasti in fila per un posto letto in ospedale. E le attesa infinite sono la principale causa di rinuncia alle cure: riguardano ben il 51,7% dei casi. In alternativa, pur di ricevere una risposta ai propri bisogni di assistenza e di non essere costretti a emigrare in una regione più efficiente, scatta il “piano B” della soluzione Pronto soccorso. Strada battuta da 15,5 milioni di persone, il 30% della popolazione tra adulti e bambini.

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Il racconto di una giovane studentessa d’infermieristica.

La giornata internazionale dell’infermiere è celebrata in tutto il mondo il 12 maggio di ogni anno, in occasione dell’anniversario della nascita di Florence Nightingale, al fine di valorizzare il contributo degli infermieri nella società.

Nello stesso giorno infermieri e studenti di infermieristica hanno assalito le piazze delle varie città d’Italia per rappresentare il ruolo dell’infermiere nella realtà di tutti i giorni nei confronti del singolo cittadino, poiché questa professione mira in alto e guarda sempre al futuro.

“La sanità non funziona senza infermieri” è lo slogan scelto dalla FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) per pubblicizzare la campagna di comunicazione in occasione del 12 Maggio, “e NOI siamo fieri di esserlo” aggiunge la dottoressa Barbara Mangiacavalli, presidente di tale federazione. Continua a leggere

Aperta stamane la nuova area di isolamento ad alto rischio infettivo. La presentazione di quella che sembra essere tra le più tecnologicamente dotate del Paese con elevato know-how umano e strumentale, si è svolta nella sala conferenze del Cannizzaro. I saluti di apertura del direttore generale del Cannizzaro, Salvatore Giuffrida che ha parlato di “struttura di eccellenza, fiore all’occhiello della sanità siciliana e non solo”.

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È il 16 novembre 1961 quando il giovane Basaglia entra nel manicomio di Gorizia. Vede non solo la violenza delle porte chiuse e delle contenzioni. Vede “da filosofo” una violenza più grande: gli uomini e le donne non ci sono più. Ci sono più di 600 internati, senza più volto senza più storia. Vede la mostruosità dell’istituzione totale: i cancelli, le chiavi, le porte chiuse, i letti di contenzione ma, quello che angoscia più di ogni altra cosa Basaglia, è l’orrore dell’assenza. Non c’è più nessuno.

Ospedali psichiatrici giudiziari, un addio soltanto a metà
Gli internati sono tutti appiattiti nella stessa grigia identità, tutti invisibili. Basaglia è costretto a mettere tra parentesi la malattia, la diagnosi, il grigiore di anni d’internamento. Messa tra parentesi la malattia, persone, storie, relazioni, memorie riaffiorano. I cittadini compaiono sulla scena.

Per incontrare le persone bisognò aprire le porte, abolire tutte le forme di contenzione, i trattamenti più crudeli. Tutti cominciarono a chiamarsi per nome. Divennero cittadini, persone, individui. Da allora fu possibile un altro modo di curare e di ascoltare: il malato e non la malattia, le storie singolari e non la diagnosi, la possibilità di vivere e di abitare la città.

Delitto Moro, tre Papi e un presidente-partigiano: com’era l’Italia nel 1978
Aldo Moro è stato ucciso da pochi giorni dalle BR. Una giovanissima partigiana, Tina Anselmi, democristiana, presiede con autorevolezza i lavori della commissione che sta discutendo la legge dei manicomi. Si interroga se i malati di mente siano cittadini, se possano godere dei diritti costituzionali. La legge che avrebbe chiuso i manicomi restituisce così prima di tutto diritto, cittadinanza, dignità alle persone che hanno la ventura di vivere una malattia mentale. Non più la pericolosità, ma la cura nel rispetto della libertà di ognuno. Tina Anselmi, quel giorno, affermò “semplicemente” che l’articolo 32 della Costituzione valeva per tutti, anche per i matti. A maggior ragione per i matti.

Il giovane Aldo Moro aveva fatto parte della Costituente. Aveva discusso con Calamandrei, con Togliatti, con La Pira l’art. 32 e ne era stato l’estensore. Al secondo capoverso così recita: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». L’attenzione alla persona umana avrà formidabili conseguenze nel garantire i diritti fondamentali nella nostra democrazia. In quei giorni terribili Aldo Moro, prigioniero senza diritti e condannato a morte, costruiva la via d’uscita. I matti diventavano cittadini.
La legge 180 compie 40 anni, la Costituzione 70. Bisognerà conservare gelosamente la memoria.

Arriviamo all’ottobre 2010. Una Commissione parlamentare denuncia la condizione di vita dei sei Ospedali psichiatrici giudiziari del nostro Paese. Che fare dopo aver visto tanto orrore? Chiesero consiglio al Presidente Napolitano, tornarono in quei luoghi, documentarono tutto e mostrarono il video al Presidente. Di fronte a tanta violenza i corazzieri non riuscirono a trattenere le lacrime.

Se qualcuno mi avesse detto, quando ho cominciato a lavorare, che i manicomi criminali sarebbero stati chiusi lo avrei preso per pazzo

Il vecchio Presidente, inaspettatamente, nel messaggio di Fine anno del 2012 parlò degli Ospedali psichiatrici giudiziari, pronunciando parole dolorose: «Luoghi orrendi non degni di un Paese appena civile». Così ricominciò il viaggio di Marco Cavallo, la scultura di legno e cartapesta che aveva abbattuto le mura del manicomio di Trieste nel 1977, diventando emblema della liberazione. Marco Cavallo arrivò nelle periferie degli OPg: non c’era più tempo. Bisognava liberare tutti da quel tormento. Il 30 maggio 2014 la legge per chiudere tutti gli istituti fu approvata. Il 27 gennaio 2017 l’ultimo internato lasciava l’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto.

Se qualcuno mi avesse detto, quando ho cominciato a lavorare, che i manicomi criminali sarebbero stati chiusi lo avrei preso per pazzo.

Maggio 2018, sono passati 40 anni dalla riforma Basaglia. Di fronte a conquiste luminose e a tante persone che riescono a farcela, ancora capita di dover fronteggiare l’abbandono, le porte chiuse, le contenzioni, le morti per psichiatria. Ma questa, lo sappiamo, è una storia senza fine. È utopia, ci hanno sempre detto. Utopia é qualcosa che si può solo sognare. Ma, come recitava il Cantastorie collettivo nato nel ’77 per i Centri di Salute mentale h24 a Trieste, «utopia è che il ghetto più non ci sia, che muri e reti buttiamo via. E quante cose possiamo ancora fare se ci mettiamo tutti insieme a sognare?»

Redazione NurseNews. Eu

Fonte

Il sole 24 ore


si presenta il 13 maggio con Musumeci, Razza, Pogliese e Basile
Una nuova Area di alto isolamento per il rischio infettivo, unica nel Sud Italia, è stata realizzata dall’Azienda ospedaliera per l’Emergenza Cannizzaro. La struttura, afferente all’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive, sarà presentata lunedì prossimo, 13 maggio, alle ore 10, nel corso di un incontro al Centro Congressi (edificio P), al quale interverranno – tra le altre autorità – il Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, il Sindaco di Catania Salvo Pogliese, l’Assessore regionale alla Salute Ruggero Razza, il Rettore dell’Università di Catania Francesco Basile.

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Alfio Stiro

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