L’accusa è di omicidio colposo: “Procedure non rispettate”. Lo scorso luglio la crisi cardiaca, per il paziente di 64 anni, arrivò dopo due ore d’attesa al pronto soccorso del Martini, nonostante i parenti chiedessero di visitarlo in fretta. Il perito di parte: “Poteva salvarsi con semplicissime terapie”. Fissato per il 7 luglio un incidente probatorio.

È indagata per omicidio colposo l’infermiera professionale che, il 20 luglio dello scorso anno, al pronto soccorso del Martini, aveva valutato le condizioni di Loris Romanin, assegnandogli inizialmente un codice bianco. Il paziente, 64 anni, accusava forti dolori al torace, tosse e difficoltà respiratorie, ma il suo caso non era stato ritenuto urgente. Solo dopo le insistenze della famiglia all’uomo era stato assegnato un codice verde.

Arrivato in via Tofane alle 18,36, era stato visitato alle 20,34, ma dopo 45 minuti l’altoparlante allertava la cardiologia con urgenza. Alle 22 la famiglia aveva saputo che era morto: a nulla erano serviti i tentativi di rianimarlo. A settembre la moglie e i figli avevano deciso di presentare un esposto in Procura e la magistratura ha aperto un fascicolo con un’indagine affidata a Gianfranco Colace. L’incidente probatorio davanti al gip è fissato per il 7 luglio.

Una causa destinata a fare discutere perché ad essere indagata è un’infermiera, L. P., addetta al “triage”, il sistema di assegnazione delle priorità che stabilisce l’urgenza delle visite al pronto soccorso e prevede un protocollo standard. «È un caso piutosto eclatante, è piuttosto raro che sia indagata un’infermiera. Il triage prevede un protocollo definito ma comporta anche discrezionalità» spiega Marco Ronco, l’avvocato che ha difeso la famiglia Romanin.

Il pm aveva chiesto le perizie a Roberto Testi, responsabile della medicina legale dell’Asl To2, e a Roberto Pozzi, primario di cardiologia al San Luigi di Orbassano. Entrambi valutavano che fosse difficile attribuire le cause del decesso al comportamento dell’ospedale. Per la perizia di parte Ronco aveva chiamato Gaetano Thiene, anatomopatologo dell’Università di Padova. Il suo giudizio invece è netto: «È lampante che il decesso è avvenuto a seguito di una omissione di tempestivo intervento terapeutico che sarebbe risultato salvavita».

Lo specialista rileva che Romanin è deceduto «per edema polmonare acuto a seguito di un episodio di fibrillazione atriale ventricolare, scatenato molto probabilmente d un attacco ipertensivo. Questo è avvenuto malgrado fosse ricoverato in pronto soccorso, dove è rimasto erroneamente in codice bianco-verde per oltre due ore, senza una pronta visita medica e congruo trattamento antipertensivo, diuretico e antiaritmico». L’edema polmonare, scrive ancora il professore nella sua memoria «è la manifestazione più frequente di scompenso cardiaco acuto ma è facilmente controllabile se adeguatamente trattato». Era stata la moglie di Loris Romanin, Francesca, a ricostruire i fatti di quella sera: aveva raccontato l’angoscia di quelle ore passate in attesa e le richieste insistenti perchè suo marito fosse visitato presto, aggiungendo che inizialmente l’infermiera aveva comunicato che si trattava di un codice bianco, ma che nella cartella clinica il caso era indicato come un codice verde. «Al di là dei codici mio marito respirava con fatica, era reduce da giorni e giorni di mal di gola e malesseri che non passavano nonostante i farmaci prescritti», diceva. Quella sera di luglio peraltro il pronto soccorso non era affollato, c’erano soltanto otto persone in attesa. L’avvocato Ronco insiste: «è stata la moglie, dopo molte proteste, a chiedere che si accelerasse». La famiglia si era rivolta all’associazione contro la malasanità Adelina Graziani che aveva suggerito di presentare l’esposto. Il presidente Riccardo Ruà adesso commenta: «Si parla tanto di accessi impropri ma questo caso dimostra che a volta un codice bianco diventa rosso e che si può morire. Esistono protocolli e devono essere rispettati»


La “pronazione dolorosa” è un trauma frequente nei bambini al di sotto dei cinque anni di età. Il nome deriva dal fatto che il braccio del bambino, affetto da pronazione dolorosa, è girato all’interno (pronato) e viene tenuto attaccato, fermo per il dolore, al corpo.
La pronazione dolorosa è causata da un improvviso ‘strattone’ all’avambraccio nel tentativo di tirare su un bambino afferrandolo dal polso, succede quando un bambino viene sollevato per un braccio magari perché non vuol salire le scale o fa i capricci” e si butta a terra.
La pronazione dolorosa generalmente si verifica nei bambini nei primi anni di vita perché hanno le articolazioni più elastiche. E’ rara dopo i 4-5 anni di. Nella maggior parte dei casi, i bambini con una pronazione dolorosa piangono e non usano più il braccio come se fosse paralitico, e lo appendono al loro fianco senza riuscire a muoverlo, con l’avambracio in genere girato all’interno (pronato).
Cosa fare quando sospettate una pronazione dolorosa al vostro bambino: Somministrate un antidolorifico (paracetamolo ). Non forzate il bambino a muovere il braccio. Non tentate di raddrizzare il braccio di vostro figlio e andate al più vicino Pronto Soccorso pediatrico. Il personale sanitario attuerà una manovra senza fare radiografie se la situazione è tipica che riporta al suo posto il radio. Verificatasi una volta, la pronazione dolorosa potrebbe ripetersi.
Che cosa aspettarsi: Se la manovra viene effettuata rapidamente il bambino potrebbe riprendere a giocare come se non fosse avvenuto nulla . Se tra il trauma e la manovra è trascorso molto tempo, il bambino potrebbre tenere ancora per un po’ il braccio pronato e potrebbe essere utile somministrare paracetamolo o ibuprofene per il dolore.
Prevenzione: Assicurarsi di non sollevare il bambino per il braccio o dai polsi e insegnate agli altri (ai nonni oppure alle babysitter) a fare lo stesso. Questo è molto importante per evitare che accada di nuovo.sub1


giust3Applicare senza modifiche o ulteriori attese quanto previsto dal “comma 566” della legge di stabilità 2015 che ha normato la possibilità di crescita professionale delle professioni (che rappresentano infermieri, ostetriche, tecnici di radiologia medica, riabilitatori, tecnici sanitari e della prevenzione e così via per un totale di circa 500mila dipendenti del Servizio sanitario e di quasi 600mila professionisti della sanità) . Lo chiedono con forza infermieri, ostetriche, tecnici di radiologia e Conaps, il coordinamento delle professioni ancora senza Collegi, che scrivono a FnomCeO, ministro della Salute e sindacati di categoria. Il messaggio è chiaro: «no all’ipotesi di rivedere la legge introducendo il concetto di “leadership medica”». Un disco rosso che si riferisce alla proposta caldeggiata recentemente dalla FnomCeO.

I firmatari delle lettere respingono quindi ogni tentativo di bypassare o modificare la norma appena entrata in vigore.

Nella lettera alla Chersevani le professioni sottolineano che i media di settore hanno riportato la posizione assunta dalla presidente nell’ultimo Consiglio Nazionale, con cui, secondo anche la maggioranza dei componenti il Consiglio nazionale, sul comma 566 si richiede una legge che imponga una “leadership funzionale” del medico nell’équipe multiprofessionale. “Non possiamo che prendere atto della posizione da Lei assunta e constatare che proseguendo in tale direzione si confermerà la preclusione ad ogni confronto sulla possibile rimodulazione delle relazioni professionali tra i medici e le professioni sanitarie”, scrivono le professioni.

Alla ministra Lorenzin invece, Ipasvi, Tecnici di radiologia, Ostetriche e Conaps, chiedono “con fermezza di portare in conferenza Stato Regioni” i provvedimenti richiesti dalla stessa Commissione Salute delle Regioni già a gennaio 2015 “per iniziare a dare corso a quanto previsto nella legge 190/14 comma 566, articolo 1”, nel qual caso “non vi sarà alcuna necessità di azioni da parte delle professioni rappresentate a difesa dell’applicazione di una legge dello Stato”.

Il coordinatore della Commissione Salute delle Regioni, il veneto Luca Coletto, infatti, in una lettera inviata il 28 gennaio scorso al ministro Lorenzin, aveva già chiesto, proprio alla luce del “comma 566”, di mettere all’ordine del giorno della Stato-Regioni sia il provvedimento sulle competenze avanzate degli infermieri già approvato dalla Commissione a febbraio 2013, sia il provvedimento sull’implementazione di competenze e profilo dei tecnici di radiologia, anch’esso approvato e perfino sottoscritto dalle organizzazioni sindacali dei medici radiologi, sia infine di aprire il confronto tecnico col ministero per definire i percorsi relativi alle altre professioni, secondo il disposto della legge di Stabilità 2015.

Infine i sindacati. Le professioni annunciano di essere pronte a “una informazione capillare
della posizione assunta da FnomCeO, alla quale è prevedibile ipotizzare che si accoderanno le organizzazioni sindacali mediche” e chiedono alle loro rappresentanze sindacali “la disponibilità ad attivare un fronte comune per portare a buon fine” il comma 566 e “contestare la richiesta di ottenere ope legis una “leadership funzionale” del medico nell’équipe multiprofessionale. “Una richiesta anacronistica che non aiuta lo sviluppo del sistema salute” è il commento dei responsabili delle professioni.

il sole 24 ore


giust1Nel prescrivere un farmaco mai affidarsi al sentito dire. L’infermiere che non segnala al medico l’errore di prescrizione di un farmaco contenente un principio attivo che sa essere dannoso per il paziente (nella fattispecie farmaco Amplital contenente amoxicillina), risponde penalmente per la morte del paziente. Deve ravvisarsi l’esistenza di un preciso dovere di attendere all’attività di somministrazione dei farmaci in modo non meccanicistico (ossia misurato sul piano di un elementare adempimento di compiti meramente esecutivi), occorrendo viceversa intenderne l’assolvimento secondo modalità coerenti a una forma di collaborazione con il personale medico orientata in termini critici. Con questa motivazione, la sentenza n. 2192 del 16 gennaio, emessa dalla IV sezione penale della Cassazione, ha confermato quella di condanna emessa nei confronti di due infermieri di un ospedale lombardo. Un errore che ha portato alla morte il paziente in pochi secondi e che trova, ancora una volta, nell’insufficiente documentazione clinica, neppure presente al momento dell’operazione e alla sua confusa compilazione il suo punto d’origine.
Secondo la ricostruzione, l’infermiere era a conoscenza dell’allergia sofferta dal paziente (per aver partecipato all’intervista per la preparazione dell’intervento chirurgico), conseguentemente gli vennero addebitate l’omessa segnalazione al medico dell’errore contenuto nella cartella clinica compilata in occasione dell’intervento (nella quale era stata erroneamente riportata la prescrizione dell’Amplital a scopo terapeutico in sostituzione del farmaco Pipertex originariamente prescritto da altro medico), e l’omessa sottoposizione al medico che doveva eseguire l’intervento della documentazione clinica per un più accurato controllo, così incorrendo nella condotta antidoverosa in violazione delle regole dell’arte infermieristica.
All’infermiere addetto alla sala operatoria, invece, venne contestato di avere somministrato il farmaco senza avere controllato la cartella clinica, neppure presente durante l’intervento, affidandosi alla prescrizione del medico che conosceva il paziente, facendo affidamento sulla competenza del personale medico. Sul punto la Corte ha precisato che l’obbligo di segnalazione e controllo non ha la finalità di sindacare l’operato del medico (segnatamente sotto il profilo dell’efficacia terapeutica dei farmaci prescritti), bensì quello di richiamarne l’attenzione sugli errori percepiti (o comunque percepibili con ordinaria diligenza), ovvero di condividere gli eventuali dubbi circa la congruità o la pertinenza della terapia stabilita rispetto all’ipotesi soggetta a esame.
Per avere una corresponsabilità nell’evento il sanitario non può difendersi sostenendo che la responsabilità fosse di altri e che si confidava che altri avrebbero controllato e/o che chi seguiva nel compito avrebbe eliminato la violazione o posto rimedio all’omissione. Con la conseguenza che quando l’evento sia stato causato da una serie di comportamenti omissivi commessi da persone diverse, tutte devono considerarsi ugualmente responsabili del danno.

fonte
il sole 24 ore


Coordinamento siciliano ipasvi:. E’ stato anche denunciato l’attuale utilizzo di personale non qualificato, con contratto di operaio, che sostituisce invece il personale di supporto. L’assessore Borsellino ha confermato la volontà di rivalutare, in rialzo, i coefficienti del personale infermieristico e di supporto e ha condiviso la richiesta in merito all’adeguata considerazione del professionista infermiere, definendola figura nodale della Sanità.


fonendo blu-“.. il professionista non ha necessità di mansionari né di definire un atto suo proprio, ossia di crearsi un’area di attività che non potrebbe aver mai confini precisi ed esser esaustiva, ma solo limitativa e, forse, limitante quella degli altri professionisti; i quali nell’area sanitaria, spesso hanno conoscenze comuni se pur acquisite a diverso livello scientifico e, soprattutto, per diverse finalità;
– è per questo che nei paesi cosiddetti civili lo Stato non ha mai approvato una legge contenente una definizione di atto medico, né di conseguenza di atto (tecnico) sanitario;
– un orientamento dottrinale e giurisprudenziale recente e rispettoso del diritto penale ritiene atti tipicamente riservati alla professione medica quelli il cui espletamento da parte di soggetti non abilitati potrebbe comportare al paziente serie implicazioni (come gli interventi chirurgici e la prescrizione di farmaci che richiedono ricetta medica);
– il nuovo codice deontologico indica come atti di esclusiva competenza del medico solo la diagnosi e la prescrizione della cura;
– se già volessimo dare una caratterizzazione giuridica (in funzione della dottrina e della giurisprudenza) all’attività consentita al solo medico e non ad altre professioni ci si dovrebbe rifare all’atto diagnostico/prescrittivo non già terapeutico o riabilitativo, men che meno di carattere preventivo;
– solo la preparazione del medico, come previsto dalla legge, consente nella pratica clinica di giungere ad una diagnosi; non già a una diagnosi di scopo, utilitaristica per singole attività assistenziali, ma alla Diagnosi che condiziona necessariamente qualsiasi atto terapeutico.

Invocare la definizione legislativa di un atto da riferirsi al Professionista principale e fulcro del sistema sanitario evidenzia una preoccupante “debolezza”: non vi è nessun’altra professione sanitaria, ancorché fragile, che invochi per sé la definizione di un atto che la delimiti. Tale “debolezza” insita in una parte della professione medica deve preoccupare non solo chi medico è e non desidera essere “confinato” in un atto, ma tutti gli attori del sistema sanitario e verrebbe da dire tutti i cittadini italiani…” Oggi si puo parlare di atti sanitari condivisi e atti sanitari riservati…”


sia per ragioni storico-culturali che per motivi professionali, rimanda,
con un forte richiamo, alla professione medica.
Da sempre è il medico che prescrive e da sempre la prescrizione è stata considerata atto medico.
Questo perché probabilmente sino al 1999, data di entrata in vigore della legge 42, gli atti sanitari diversi dagli atti medici erano davvero pochi. All’epoca risultava difficile parlare di autonomia dell’atto infermieristico quando tutta l’attività dell’infermiere (all’epoca ancora definito “professionale”) era fortemente subordinata all’atto medico.
A esempio, il Dizionario delle professioni infermieristiche della Utet, che tuttavia risale ormai a dieci anni, or sono alla voce prescrizione afferma che si tratta della «trascrizione su fogli di ricettario personale o sul ricettario del Ssn degli esami ematochimici o strumentali
a cui si deve sottoporre il paziente, dei farmaci che il paziente deve assumere, dei presìdi terapeutici o di cicli di terapie fisiche».

Continua a leggere

Alfio Stiro

Post N4.0

Penny Sartori ha trascorso più di vent’anni lavorando in terapia intensiva e ha visto molte cose irr [continua]

Mentre il conflitto israeliano-palestinese non accenna ad arrestarsi, a Gerusalemme l’infermiera isr [continua]

(Artt. 595, 596, 596 bis, 597, 599 c.p.) Diffamazione 1. Chiunque, fuori dei casi indicati nell’arti [continua]

Ieri sera una donna ha aggredito un infermiere di triage perché non voleva aspettare la visita per i [continua]

Eseguita l’autopsia al bambino di 4 anni deceduto nei giorni scorsi. L’esame autoptico è stato dispo [continua]