dem1immediata la reazione della CGIL che informa Mauro di Fresco: la risposta.

” Dopo aver sostenuto che non spetta all’infermiere svolgere mansioni igienico-domestico-alberghiere, il Dott. Montanile Azienda Sanitaria Locale Brindisi , afferma che”: “Tutta la giurisprudenza in materia ha accolto da tempo il principio qui espresso, per cui anche l’igiene del paziente ed altre operazioni simili, pur essendo meramente manuali succedono immediatamente alle prestazioni principali legate all’assistenza infermieristica”.

” Non risulta vero che tutta la giurisprudenza abbia accolto la tesi espressa dal Dott. Montanile, tanto è vero che il Dott. Montanile non cita neppure una singola sentenza, mentre riferisce compiutamente specifiche sentenze quando dimostra tesi opposte. Infatti la copiosa giurisprudenza, tra l’altro univoca e costante, sostiene perfettamente l’opposto

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tatuaggiLo afferma una ricerca condotta dall’Università di Roma Tor Vergata su 2500 studenti liceali: solo il 5% è informato sulle malattie trasmesse
13:09 – Un quarto dei giovanissimi che si sono sottoposti a tatuaggi e piercing ha avuto problemi di infezioni. Lo afferma una ricerca condotta dall’Università di Roma Tor Vergata su 2.500 studenti liceali coinvolti con questionario anonimo: solo il 17% ha firmato un consenso, mentre appena il 5% è informato correttamente sulle malattie che possono essere trasmesse. I rischi sono molto gravi: dal virus dell’epatite B e C fino all’Aids.
Tatuaggi e piercing, infezioni per un giovanissimo su quattro

Rischi troppo alti – Recenti studi scientifici hanno rilevato come l’inoculazione nella cute di sostanze chimiche non controllate costituisca un rischio di reazioni indesiderate di tipo tossicologico o di sensibilizzazione allergica. Secondo la dottoressa Carla Di Stefano, autrice dell’indagine, circa l’80% dei ragazzi “ha affermato di essere a conoscenza dei rischi d’infezione”. Eppure il 27% del campione ha dichiarato di avere almeno un piercing e il 20% sfoggia almeno un tatuaggio.

Gli “aspiranti” – Dallo studio risulta che i dati sugli “aspiranti” viaggiano su numeri ancora più elevati: “il 20% degli intervistati ha dichiarato l’intenzione di farsi un piercing e il 32% di ornare la pelle con un tatuaggio”. “Il dato scientificamente più interessante – commenta la Di Stefano – sta nei tempi di sopravvivenza del virus rilevati negli aghi e nell’inchiostro, variabile da pochi giorni nell’ambiente a quasi un mese nell’anestetico: dato ancor più preoccupante se incrociato con la scelta degli adolescenti verso locali spesso economici e non a norma di legge”.

Occhio agli strumenti improvvisati – “Per quello che riguarda tatuaggi e piercing non ci sono casistiche da procedure effettuate in studi professionali ma il rischio aumenta quando tali procedure vengono eseguite talora da principianti, in strutture con scarse condizioni igieniche e sterilità degli strumenti o con strumenti improvvisati, come corde di chitarra, graffette o aghi da cucito, ma anche nelle carceri o in situazioni non regolate come l’ambiente domestico”, interviene il Professor Vincenzo Bruzzese, Presidente Nazionale del Congresso della SIGR di GastroReumatologia.


inf occhiContinua domattina l’udienza della Corte Costituzionale per esaminare il blocco dei contratti pubblici varato per decreto nel 2010 per il triennio 2011-2013 e la proroga 2014. Giudice relatore è Silvana Sciarra. Vincenzo Rago l’avvocato dello Stato ‘a difesa’ delle norme impugnate. La questione è stata sollevata dai Tribunali di Roma e di Ravenna dopo i ricorsi di vari sindacati del pubblico impiego: Confedir, Flp, Fialp, Gilda-Unams, Cse, Confsal-Unsa. Dodici i giudici presenti: assente Giuseppe Frigo, c’è invece Paolo Maria Napolitano.

Sindacati del pubblico impiego fiduciosi nella Consulta
Le norme sul blocco dei contratti pubblici «hanno congelato gli stipendi dal 2010 e la contrattazione per quasi 6 anni: è stato un intervento non proporzionale allo scopo». Lo ha detto in udienza in Consulta l’avvocato Stefano Viti, uno dei legali di Flp e Fialp che hanno fatto ricorso, toccando un punto esaminato anche dagli altri legali delle parti. Viti ha citato dati Istat, ma anche quelli di Mef e Corte dei Conti, acclusi agli atti: dati che «dimostrano questa dinamica che tocca 10 milioni di italiani». «Udienza conclusa. Attendiamo fiduciosi la Camera di Consiglio. Serve un atto di giustizia», ha detto Marco Carlomagno, segretario generale Flp, il sindacato che con il suo ricorso ha innescato il giudizio di costituzionalità. Un atto «che permetta la ripresa della contrattazione, la difesa del potere d’acquisto falcidiato dal blocco, il riconoscimento della dignità del lavoro pubblico. Siamo fiduciosi che la Corte, nel solco delle decisioni di questi anni, faccia giustizia», ha detto il sindacalista.

Avvocato di Stato, blocco legittimo: evitati licenziamenti
«La misura scelta dal legislatore è stata adottata in luogo di altre e ben più gravi misure, quali la risoluzione del rapporto di lavoro», ha detto l’avvocato dello Stato, Vincenzo Rago, durante l’udienza pubblica alla Consulta, sostenendo la legittimità delle norme che prevedono il blocco dei contratti e degli stipendi nella Pubblica amministrazione. L’avvocato Rago non ha citato direttamente la stima dei 35 miliardi di euro, contenuta in una memoria inviata dall’Avvocatura alla Corte nelle scorse settimane, come `costo´ di un eventuale sblocco dei contratti, ma ha rilevato che «i numeri dell’impatto economico che ci sono stati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato segnalano l’assoluta gravità della situazione». Per questo, l’avvocato dello Stato, dicendosi «assolutamente convinto» della legittimità delle norme impugnate davanti alla Consulta, ha chiesto alla Corte, in via «assolutamente subordinata», nel caso vi fosse un accoglimento della questione, di fare «riferimento all’articolo 81 della Costituzione sul principio di equilibrio di bilancio», per «valutare sotto il profilo della ragionevolezza le scelte legislative» e di «chiarire anche i tempi di applicazione della pronuncia di incostituzionalità».

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il sole 24 ore


POMARANCE. Il primo luglio si avvicina e i ventilati nuovi tagli agli infermieri fanno temere il peggio, ovvero la chiusura obbligata di pomeriggio della Casa della Salute di Pomarance (sede distaccata di Larderello). A far scattare l’allarme è Rino Bellucci, segretario Spi-Cgil di Pomarance e Castelnuovo.

«La situazione è drammatica – premette lui che amplifica un disagio vissuto da tutti i pensionati del territorio – Ad aprile abbiamo perso una infermiere specializzata che è andata in pensione e che non è stata sostituita, adesso dal primo luglio andrà in pensione anche l’addetta amministrativa che si occupa delle prenotazioni al cup che non sarà rimpiazzata e pare arriva il taglio di un’altra infermiera. Noi faremo di tutto perchè questo non accada: è un servizio prezioso per tutti noi».

Il quadro non è dei migliori per una struttura di riferimento del territorio, aperta dalle 8 alle 20 grazie alla sinergia tra medici ed infermieri, fortemente voluta dal passato direttore generale della Asl 5 Rocco Damone (e dalla Regione). «Lo scorso novembre ad una iniziativa sul sociale Rocco Damone ci dette la garanzia che questa struttura è una risorsa per il territorio, perché avita ingorghi all’ospedale e dà una risposta ad un territorio in gran parte popolato da persone avanti con l’età – continua Bellucci – Queste anche le linee dettate dal riconfermato governatore Rossi: adesso che si fa? Si torna indietro? Non capiamo come si stia muovendo il nuovo commissario della Asl 5».

Tutti i giorni al cup di Pomarance si rivolgono circa 200 cittadini. Con il pensionamento dell’addetta, il servizio verrà riorganizzato su giorni alterni.

Se, come sembra, la Casa della Salute verrà privata di una ulteriore unità infermieristica, il servizio verrà ridotto alla sola mattina.
Lo conferma il consigliere con delega Loriamo Fidanzi: «Ho avuto comunicazioni poco rassicuranti dalla Società della Salute e ci opponiamo con forza», rincara. «Invece di tagliare i servizi, perché non vengono rivisti i premi dei dirigenti della sanità?».

Il Tirreni.it


La presidente: «Ci hanno ridotto del 10%, si torni a sostituire chi va in pensione» Il pronto soccorso è in affanno: ci sono anziani costretti ad aspettare ore

BOLZANO. Paola Nesler, presidente del Collegio infermieri, non va certo per il sottile: «Al nuovo direttore generale dell’Asl e all’assessore Stocker dico: i veri risparmi non si ottengono riducendo il numero dei professionisti dedicati alla cura e all’’assistenza, mettendo a rischio la salute dei pazienti e degli operatori».

La Nssler fornisce, poi, alcuni numeri. «In dieci anni il personale infermieristico è stato ridotto del 10 per cento. E quindi dico che bisogna tornare subito a sostituire il personale che va in pensione».

Se proprio bisogna far quadrare i conti secondo il Collegio infermieri, che rappresenta 5.500 iscritti, le strade da percorrere sono altre: «Da parte nostra – continua la Nesler – ribadiamo la necessità di aggregare e di ridurre le duplicazioni esistenti di centri decisionali, di funzioni e strutture che non danno risposte ai veri bisogni dei cittadini ma assorbono impropriamente e penalizzano l’equità di accesso alle cure».

Il Collegio degli infermieri si è espresso ieri in particolare sulla situazione, quantomai delicata, venutasi a creare al Pronto soccorso. Il personale è in stato di agitazione e chiede risposte immediate all’Azienda sanitaria: «Il collegio esprime grande preoccupazione – continua la Nesler – per la situazione limite che è stata denunciata dal personale del pronto soccorso di Bolzano. Al collegio è arrivata la lettera inviata all’assessore Marta Stocker e al direttore generale dell’’Azienda sanitaria dell’ alto Adige Thomas Schäl, dal personale del pronto soccorso che evidenzia difficoltà a gestire la massa di persone che quotidianamente si rivolgono al servizio. Sono giunte anche segnalazioni da parte degli utenti che documentano di aver passato intere giornate in pronto soccorso con notevole disagio soprattutto per gli utenti anziani».

Una situazione che il personale, competente ma non di rado in difficoltà, cerca di gestire al meglio. Ma secondo gli infermieri servono provvedimenti per il medio-lungo periodo.

«Chiediamo di esplicitare la tanto attesa riforma clinica, attraverso la rete territoriale in modo tale che gli utenti trovino risposta ai loro bisogni senza essere costretti a recarsi in ospedale. Bisogna, poi, evitare di togliere risorse umane o ridurre i servizi esistenti, evitare il blocco delle assunzioni permettendo così ai professionisti infermieri che si sono laureati da poco di trovare posti di lavoro. È necessario pensare, come del resto stanno facendo altri in Europa, a strutture gestite e coordinate da infermieri per complessità assistenziale ma anche evitare che ci siano troppe discrepanze tra i vari comprensori, facilitando la crescita di centri di eccellenza. Chiediamo, quindi, di sostituire sempre il personale che va in pensione». Una situazione, dunque, che sembra davvero essere arrivata al limite della sopportazione da parte degli infermieri che a breve dovrebbero
avere un primo faccia a faccia tanto con l’assessore Stocker quanto con il nuovo direttore generale. Quest’ultimo ha sottolineato che le risorse (finanziarie) non mancano. Resta da capire se saranno impiegate (anche) per garantire il turnover del personale.

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Alto Adice


infermiere21 giu 2015 — Presentata al Senato un’ Interrogazione relativa al problema degli Infermieri Polizia.
Grazie a voi, la nostra iniziativa prosegue nel rispetto delle istituzioni, ma determinata nel raggiungimento del risultato.
Grazie e andiamo avanti.


caldarelli«Ho i segni sulla spalla e sul torace. Sono afflitto da problema cardiaco, peso 110 chili. Ho accusato un malore e temuto di avere un ictus, poi mi hanno accompagnato in ambulanza dal reparto di prima pneumologia al pronto soccorso». Vincenzo Minervino, 42 anni, dal 2003 infermiere al Cardarelli, racconta l’ultimo episodio di violenza in corsia, che si aggiunge ai 30 registrati nel 2005.

Che cosa è accaduto?
«Per spiegare, è importante chiarire questo: in reparto era ricoverata una donna in gravissime condizioni, uscita a inizio giugno dalla terapia intensiva. Poi le sue condizioni sono peggiorate ed è morta. Ma noi abbiamo fatto tutto quello che era umanamente possibile».

Quando è morta la paziente?
«Alle 19.20 di venerdì. Accanto a lei, c’era anche un’assistente qualificata messa dai familiari che li ha avvisati. D’improvviso uno scalmanato è entrato, urlando e chiamandoci assassini e si è diretto verso il medico di guardia».

Urla, e poi?
«Ero in medicheria, e sono intervenuto per difendere il medico».

Come?
«Mi sono interposto tra il medico e l’aggressore e sono stato strattonato con violenza: ho avvisato le guardie giurate che sono intervenute e hanno fermato l’aggressore che lo stesso medico di guardia a quel punto cercava di tranquillizzare. Ho preteso anche l’intervento delle forze dell’ordine».

Gli altri due suoi colleghi come sono stati feriti?
«Stavano preparando la salma per il trasporto all’obitorio. Una è stata aggredita da un altro parente della paziente: mani al collo e graffi. E il collega che ha diviso le due donne ha avuto un malore».

Che dice il referto?
«Oltre alle contusioni, ero in stato di agitazione. Sette giorni refertati a me, sei alla collega, quattro all’altro infermiere»

È la prima volta che viene aggredito?
«Assolutamente no. Queste aggressioni si ripetono spesso e volentieri, ma spesso sono soltanto verbali: è successo due volte solo nell’ultimo mese. Finora non avevo denunciato, ma questa volta lo ho fatto. Vado a lavorare, non a un incontro di boxe. Sono stanco di lavorare difendendomi, ho bisogno di serenità per assistere gli ammalati e purtroppo questa tranquillità non c’è. Siamo tutti sempre sul chi va là. E questo accade perché assistiamo pazienti in sovrannumero: ieri avevamo trenta pazienti per ventuno posti letto».

E il personale?
«Tre infermieri di turno più il medico di guardia, che però nel pomeriggio si occupa di seguire i pazienti dell’intero padiglione».

Quindi le aggressioni sono provocate anche dai disagi?
«Il classico litigio avviene quando arrivano pazienti in barella dal pronto soccorso. Si aspettano di trovare il posto letto che invece non possono avere. Naturalmente, se la prendono con noi. Non c’è privacy e in più non rispettano determinate regole.
Ma la maggior parte dei litigi avviene con i parenti».

Ad esempio?
«I familiari pretendono di assistere a tutte le fasi della medicazione e addirittura dirigere il processo di cura. Ma io devo fare quel che dice il medico. Per questo, avvengono feroci discussioni».

Altri casi?
«In tutto l’ospedale il numero di operatori socio-sanitari è insufficiente. Ciò significa che dobbiamo provvedere noi infermieri a distribuire la cena o a cambiare i pannoloni. Tempo rubato all’attività infermieristica, ma quando un familiare chiede un intervento, non capisce che non posso toccare le feci, mentre sto distribuendo le medicine».

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Il Mattino .it


inf manetteModena, 23 giugno 2015 – Un falso infermiere assunto dall’Asl di Modena con un contratto a termine di alcuni mesi e a servizio di tre Asp, nel periodo che va dal dicembre del 2009 fino al 2013. Le aziende pubbliche di servizio alla persona sono due della nostra provincia (Vignola ed Area Nord) ed una di Bologna. Il quadro è emerso ieri in tribunale nel corso dell’udienza che ha visto condannato a due anni e undici mesi, con il rito abbreviato, un uomo di 38 anni, originario di Cosenza e recidivo, perché già giudicato colpevole in Toscana a seguito di un altro procedimento che gli è costato una pena di sei mesi, sempre per esercizio abusivo di una professione.

Nel processo che si è concluso ieri in primo grado (il pm è Marco Niccolini ed il giudice Andrea Romito) il 38enne aveva anche altri tre capi d’imputazione, aggiunti all’esercizio abusivo appunto. Per due di questi è stato riconosciuto colpevole: truffa aggravata ad un ente pubblico e falso ideologico in atto pubblico. Assolto, invece, per esercizio abusivo di una professione in relazione soltanto ad un singolo episodio, vale a dire alcune medicazioni che avrebbe applicato dopo la rimozione di una cisti avvenuta a casa di un privato cittadino, che poi ha sporto denuncia. Decisamente sostanziose le provvisionali che sono state chieste, ed accordate, alle parti civili presenti.

Il finto infermiere, difatti, dovrà risarcire tutti i soldi che ha guadagnato nel corso della sua attività. Anche all’Asl, dunque. Per fare un esempio, alla Asp Seneca (rappresentata in aula dall’avvocato modenese Michele Jasonni) andranno più di 80mila euro. Oltre alla Seneca, in aula anche la Gasparini di Vignola e la ‘Comuni modenesi area Nord’. Completa il banco delle parti civili un’agenzia interinale. Perché così tanti soggetti? Perché il finto infermiere mettendo in atto il suo piano è riuscito evidentemente a beffare diversi livelli. Da quello, appunto, della proposta di un curriculum truccato ad hoc, fino all’attività vera e propria svolta all’interno di ospedali ed Asp.

È emblematico in questo senso il caso della Gasparini. All’interno della residenza per anziani di Vingola, il 38enne ha lavorato per sei mesi (nel 2013) con un ruolo di tutto rispetto tra gli infermieri. Poi, però, qualcuno dentro la struttura è incappato nelle sue vicende precedenti e così oltre al licenziamento è pure arrivata la denuncia. L’avvocato del 38enne, Simone Agnoletto, prepara già il ricorso in Corte d’Appello, aspettando ovviamente le motivazioni della sentenza di ieri. La difesa ritiene infatti che il diploma professionale esibito dal finto infermiere sia regolare, in tutto e per tutto. Il documento sarebbe infatti stato ottenuto dall’assistito a fine anni ’90 in una scuola di Cosenza, poi travolta da uno scandalo giudiziario.

Inoltre, ritiene sempre il legale del 38enne, l’uomo avrebbe svolto i suoi compiti dimostrando grande professionalità. La strategia difensiva si chiude con un’ultima tesi: la procura ha contestato anche la mancata iscrizione all’albo professionale degli infermieri, che però non sarebbe stata necessaria per i ruoli che il 38enne ha ricoperto nel corso degli anni. In ogni caso l’impianto accusatorio ha retto eccome, visto che Niccolini inizialmente aveva chiesto una condanna a tre anni. Giusto un mese di differenza nel dispositivo di sentenza letto ieri matina, evidentemente legato al singolo episodio della cisti

fonte

il Resto del Carlino


Ad infervorare ulteriormente gli animi in un’Asp alle prese con diverse emergenze, c’è la protesta di una cinquantina fra infermieri e ausiliari a tempo determinato per 36 mesi iniziata dopo che hanno appreso della delibera del direttore generale Ficarra, che dal 30 giugno dispone il loro licenziamento e la selezione di altre unità in sostituzione. Ieri mattina il sit – in organizzato davanti la sede della direzione aziendale, iniziativa che verrà ripetuta oggi con la richiesta di un incontro immediato al direttore Ficarra. «È una situazione al limite del paradossale che non possiamo accettare – spiegano gli infermieri – visto che, in mancanza di indicazioni ben specifiche da parte dell’Assessorato alla Salute, veniamo licenziati per essere sostituiti da altre persone che dovranno essere nuovamente formate e inserite nei vari reparti.

AGRIGENTO. Non sono tempi facili per l’Asp di Agrigento. I problemi atavici e mai risolti del Pronto soccorso, la criticità di alcuni reparti dove il personale scarseggia, le apparecchiature diagnostiche troppo spesso non funzionanti a pieno regime, i lunghi turni di prenotazione per le visite specialistiche e la carenza di personale, continuano a creare disagi nell’utenza, sempre meno tollerante a tutto questo.
fonte
Giornale di sicilia


In caso di infortunio sul lavoro, se si accerta la sussistenza di fattori patologici preesistenti non aventi origine professionale, il giudice deve, anche di ufficio, fare applicazione dell’art. 79 del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, secondo cui il grado di riduzione permanente dell’attitudine al lavoro causata da infortunio, quando risulti aggravata da inabilità preesistenti derivanti da fatti estranei al lavoro, deve essere rapportata non alla normale attitudine al lavoro ma a quella ridotta per effetto delle preesistenti inabilità, e deve essere calcolata secondo la cosiddetta formula Gabrielli. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 12629 del 18 giugno 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello, in riforma della decisione di primo grado, ha dichiarato il diritto di una lavoratrice alla rendita del 23% per inabilità da infortunio e condannato l’INAIL al pagamento delle differenze sui ratei maturati con gli interessi legali.
La Corte territoriale, per quel che qui interessa, ha precisato che la donna chiedeva il riconoscimento del diritto alla maggior rendita per infortunio nella misura del 25%.

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Alfio Stiro

Post N4.0

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