demansionamento

“In sostanza, la convenuta non nega che il MORI svolga anche tal genere di atti ma sostiene che gli stessi rientrino tra gli interventi elettivi per soddisfa-re bisogni fondamentali della persona identificati dalle diagnosi infermieristi-che NANDA (North American Nursing Diagnosis Association) come specifi-cato alle pagg. 11-13 della memoria difensiva (ad es. imboccare un paziente ri-sponde alla diagnosi infermieristica di deficit nell’alimentazione autonoma e l’intervento da porre in essere consiste appunto nell’aiutare l’assistito nell’assunzione di cibo e bevande).”

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Stamani davanti al direttore generale Salvatore Giuffrida e la dott. Antonella Di Stefano direttore dell’uo di pediatria e Pronto soccorso pediatrico,
L’assessore regionale Ruggero Razza ha visitato la nuova struttura.

Come previsto, il nuovo pronto soccorso pediatrico dell’ospedale Cannizzaro di Catania, spostato in locali ristrutturati e ammodernati alle spalle della precedente sede e dotato di un accesso diretto, autonomo rispetto al pronto soccorso generale, con ingresso di fronte alla base dell’elicottero del 118. La prima paziente ad accedere, pochi minuti dopo l’apertura, è stata una 12enne, visitata e dimessa con terapia farmacologica per dolori intercostali.

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Una valanga di ricorsi potrebbe piombare sulle Asl e sugli Ospedali. La sentenza n. 7776/2015 Sezione Lavoro della Corte di Cassazione dispone che il pagamento della tassa annuale di iscrizione agli Albi professionali rientra tra i costi per lo svolgimento dell’attività, che, in via normale, devono gravare sull’Ente stesso.

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Intervista al giurista Luca Benci,
a seguito di una sentenza della Cassazione

Se la somministrazione del farmaco è sbagliata la responsabilità è sia dell’infermiere che del medico: entrambi devono verificare la validità delle scelte degli altri. Ad affermarlo è la sentenza della Cassazione 20270/2019 che investe gli infermieri di precise responsabilità nell’ambito della somministrazione delle terapie farmacologiche, responsabilità che finora sembravano appannaggio dei soli medici. Un tema di profondo interesse per l’Ordine delle professioni infermieristiche interprovinciale Firenze-Pistoia, che ha voluto approfondire i risvolti della Sentenza insieme a Luca Benci, giurista toscano nominato componente non di diritto del Consiglio superiore di sanità per il triennio 2019-2022.

Per la sentenza, anche se la prescrizione dei farmaci resta al di fuori delle competenze dell’infermiere, questo svolge un ruolo di garanzia, limitato al confronto con il medico: l’infermiere non deve solo somministrare in modo meccanicistico la terapia ma deve farlo in maniera collaborativa con il personale medico, per richiamarne l’attenzione su errori che sia in grado di notare; deve segnalare eventuali anomalie o “incompatibilità” fra farmaci, fra essi e la patologia o fra particolari condizioni e la cura prevista. Secondo la Cassazione inoltre, il medico di riferimento non può essere uno specializzando non in possesso delle informazioni necessarie a comprendere e correggere l’errore, ma un medico strutturato del reparto interessato.

Dottor Benci, come commenta la sentenza 20270/2019 della Cassazione?

«Si tratta di una questione che si trascina da molto tempo: il fatto è del 2011 e riguarda due medici specializzandi, un medico strutturato, uno studente di medicina e due infermiere. Tutta la vicenda ruota attorno a un errore di trascrizione di uno specializzando che ha portato a somministrare 90 anziché 9 mg di Vinblastina a una donna di 33 anni affetta da linfoma di Hodgkins. La trasmissione di un fax all’unità addetta alla preparazione degli antiblastici, l’arrivo in reparto del medicinale in dosi errate e la relativa somministrazione hanno causato la morte della donna. La sentenza di primo grado ha condannato tutti gli imputati ad eccezione dello studente di medicina: il fatto ha coinvolto quindi un’intera equipe interprofessionale. I due specializzandi sono stati condannati in primo e in secondo grado per omicidio colposo. Una delle due infermiere, che ha materialmente somministrato il farmaco, ha patteggiato una pena di 2 anni e 8 mesi, mentre l’altra è rimasta nel processo».

Cosa viene imputato all’infermiera?

«Per lei, che davanti a una prescrizione anomala (il farmaco era in una quantità tale da non poter essere, come da procedura, preparato in siringa e somministrato “in bolo”) ha telefonato al reparto e ha ricevuto rassicurazioni da una specializzanda, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza con rinvio ad altra Corte d’Appello (siamo al IV grado di giudizio): il 18 luglio sarà valutato il comportamento dell’infermiera, perché quello che le si imputa è che non doveva fare riferimento a una specializzanda, ma rapportarsi con il medico di reparto. In realtà l’infermiera ha seguito la prassi ospedaliera che prevede rapporti da “servizio a servizio” e che non prevede invece usualmente di rintracciare il medico tramite centralino. La Corte d’Appello, che in primo grado l’ha condannata a 4 anni, ha stabilito che comunque si debba tener conto del suo comportamento».

Alla luce di questa sentenza emergono per gli infermieri precise competenze e responsabilità…

«Certo, nell’autonomia della somministrazione dei farmaci. L’infermiere deve sempre fare una valutazione di quello che sta somministrando».

Quali comportamenti devono tenere i professionisti sanitari, e in particolare gli infermieri, per garantire l’appropriatezza delle cure e la sicurezza della persona?

«È il profilo professionale dell’infermiere a stabilire che questi deve garantire la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche. Non si tratta di pura e semplice somministrazione, ma di somministrazione corretta. Se c’è qualcosa che non va all’interno del processo di somministrazione, se accade qualcosa di errato o manifestamente errato, all’infermiere spetta un controllo sull’operatore medico, ovviamente nei limiti delle proprie conoscenze».

Ordine Professioni Infermieristiche Firenze-PT

Non si smentiscono mai.

Invece di accettare che l’infermiere non debba essere demansionato perché è vietato dalla legge, alcuni sindacati gestititi perlopiù dai portantini e sostenuti da infermieri padellari, hanno avuto la bella idea di rispondere alla sentenza ADI semplicemente tacciandola come spam.

E se fosse vera?

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Sentenza della I sez. lavoro del Tribunale di Roma contro la Fondazione Gemelli: riconosciuto il demansionamento infermieristico, ma soprattutto un cospicuo risarcimento danni.

Con la sentenza del Tribunale di Roma, I sez. Lavoro, 11 luglio 2019 n. 6954, è stato finalmente riconosciuto il dimensionamento infermieristico con un ingente risarcimento danni, una vittoria tutta dell’AADI nella persona del suo Presidente, il Prof. Mauro Di Fresco, ideatore e promotore da anni della tesi sul demansionamento dei professionisti infermieri.

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I rappresentanti regionali della professione infermieristica ribadiscono:

La priorità assoluta riguarda l’adeguamento delle dotazioni organiche al reale bisogno assistenziale che scaturisce dal mutato contesto epidemiologico e dall’accresciuta complessità dell’assistenza stessa. E’ indispensabile che i vertici istituzionali emanino le nuove line guida e i relativi coefficienti per l’attribuzione delle dotazioni organiche tenendo conto delle criticità rappresentate dal coordinamento a tutela della salute dei cittadini.

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Alfio Stiro

Post N4.0

Il demansionamento non si combatte facendosi risarcire la lesione della propria dignità professional [continua]

Stamani davanti al direttore generale Salvatore Giuffrida e la dott. Antonella Di Stefano direttore [continua]

Cassazione lavoro n. 1078 del 09 febbraio 1985:non competono all’infermiere le mansioni igienico-dom [continua]

Una valanga di ricorsi potrebbe piombare sulle Asl e sugli Ospedali. La sentenza n. 7776/2015 Sezion [continua]