Doveva essere il blitzkrieg decisivo per capitalizzare il consenso e permettere a Salvini di prendersi tutto il potere. Finora è stata una vittoria tattica e strategica del presidente Mattarella. Che dalle vacanze, senza dire mezza parola sui giornali, ha sbaragliato il capitano leghista


Mai mettersi contro un vecchio democristiano, tanto più se abita al Quirinale. Lo sa bene Silvio Berlusconi, che nel 1994 fu imbrigliato dal vecchio Oscar Luigi Scalfaro, che lo convinse a baciare il rospo chiamato governo Dini “per qualche mese, il tempo strettamente necessario per tornare alle urne”, e che si ritrovò logorato per più di un anno da un esecutivo che riuscì pure a far approvare una riforma delle pensioni, mentre Massimo D’Alema costruiva la leadership di Romano Prodi e la coalizione dell’Ulivo, che avrebbe sconfitto Berlusconi nell’aprile del 1996. Lo sa bene pure Matteo Renzi, che dopo il referendum del 4 dicembre 2016 vide spegnersi le sue velleità di tornare immediatamente al voto per capitalizzare il 40% di consensi che aveva comunque raccolto nella consultazione, finendo per essere cucinato a fuoco lento da Sergio Mattarella e dalla sua volontà di non interrompere la legislatura. L’ha scoperto, a sue spese, pure Matteo Salvini, anch’egli desideroso di capitalizzare il proprio consenso tornando immediatamente al voto dopo una crisi da lui aperta senza apparenti motivazioni. Anche lui finito sconfitto come un cucciolo di primo pelo dall’abilità tattica dell’inquilino del Colle. Finora, il vincitore indiscusso di questa crisi agostana.

Giuseppe Conte, imbeccato dal Quirinale, non si è scomposto, né dimesso, ma ha chiesto di essere sfiduciato in Parlamento. In questo modo, ha allungato i tempi della crisi, evitando un’accelerazione verso il voto anticipato

Primo: perché ha reso parlamentare una crisi che non lo era. Giuseppe Conte non è mai stato sfiduciato, finora. Né, mai, il governo è finito sotto, nemmeno nei momenti di massima tensione tra Lega e Cinque Stelle, nemmeno quando una delle due parti si è sfilata. Non quando la Lega ha deciso di non votare Ursula von der Leyen a presidente della Commissione Europea, così come aveva deciso l’esecutivo. Non quando il Movimento Cinque Stelle ha deciso di andare contro il suo presidente del consiglio presentano una mozione contro la Tav. Di fronte alle parole di Salvini, alla sua richiesta di pieni poteri, Giuseppe Conte, imbeccato dal Quirinale, non si è scomposto, né dimesso, ma ha chiesto di essere sfiduciato in Parlamento. In questo modo, ha allungato i tempi della crisi, evitando un’accelerazione verso il voto anticipato. E ha riportato la crisi di governo dentro l’alveo di un iter parlamentare: la maggioranza cade nell’emiciclo, ed è nell’emiciclo, nel caso, che si cercano maggioranze nuove. Uno a zero.

Secondo: perché ha disinnescato la trappola della riforma costituzionale. Ci ha provato Matteo Salvini, imbeccato da Giulia Bongiorno, a mettere nel sacco il Quirinale. Proponendo l’approvazione immediata del taglio dei parlamentari e un voto con le vecchie regole, per evitare i sei mesi (minimo) di latenza della riforma costituzionale. Peccato che Mattarella avesse già mangiato la foglia da settimane e avesse già detto pubblicamente che se la riforma fosse stata approvata sarebbe stato impensabile andare a votare con le medesime regole. Salvini è stato sfidato sul terreno dello scontro istituzionale e, per ora, si è tirato indietro. Due a zero.

Terzo: perché ha dettato i tempi della discussione. Salvini ha provato pure a giocare la carta dei tempi. Prima si approva la riforma costituzionale, ha proposto, poi si discute di Conte e del governo. Evidente, in questo senso, il tentativo di mettere subito sotto scacco la nuova maggioranza Pd-Cinque Stelle. Fosse andata così, i Cinque Stelle non avrebbero avuto più alibi per non terminare anzitempo la legislatura. E il Pd non avrebbe più potuto scendere a patti con una forza politica così inaffidabile, da rompere un patto di legislatura per andare dietro alle sfide mediatiche del Capitano. Di Maio, peraltro, c’era pure cascato nel tranello, disconoscendo quanto detto poco prima dal suo capogruppo al senato Stefano Patuanelli e pubblicando un post su Facebook in cui si diceva disposto a votare prima la riduzione dei parlamentari, e poi di discutere della crisi e di Conte. Che sia stato un errore o un tentativo in extremis di tenere in piedi la maggioranza gialloverde, è stato subito bloccato da Mattarella, per interposto presidente della Camera Roberto Fico, che ha imposto il principio per cui la crisi prevale su tutto. Prima si decide delle sorti del governo. E poi si vota la riforma costituzionale. Tre a zero.

In questi giorni convulsi il Presidente Mattarella ha deciso di rimanere alla Maddalena, in vacanza, senza dire una parola sulla crisi

Quarto: perché ha cambiato in corsa le mosse di Conte. Il presidente del Consiglio, con ogni probabilità, si dimetterà il 20 di agosto, immediatamente dopo le comunicazioni al Parlamento. Senza aspettare la sfiducia. Ma prima che Lega e Cinque Stelle possano approvare assieme la riforma del taglio dei parlamentari, calendarizzata per il 22 di agosto. Non ha più bisogno, Conte, di farsi sfiduciare, ora che pare già esserci una nuova maggioranza parlamentare Pd-Cinque Stelle-Leu, quella stessa che ieri ha deciso che Conte stesso non avrebbe parlato al Senato il 20, e non il 14 di agosto. Gli basterà ripetere quel che ha già detto in conferenza stampa, dopo le intemerate di Salvini, per dichiarare conclusa l’esperienza del governo gialloverde. Anche in questo caso, assicurano i beninformati, Conte farà e dirà quel che il Quirinale gli dirà di fare e dire. Quattro a zero.

Quinto: perché non ha detto nulla e non è nemmeno tornato a Roma. In questi giorni convulsi il Presidente Mattarella ha deciso di rimanere alla Maddalena, in vacanza, senza dire una parola sulla crisi. Non ha auspicato il proseguimento della legislatura, non ha chiesto rassicurazioni sulla manovra finanziaria. Mentre Salvini non perdeva occasione di riempire le prime pagine, dal Quirinale sono filtrati solo indifferenza e silenzio. Arriveranno gli strali, arriverà tutto. Ma per ora il Capitano leghista non ha potuto nemmeno gridare al complotto. E ha dovuto subire in silenzio tutte le invocazioni alla saggezza di Mattarella, cui si sono affidati Zingaretti e Renzi, Di Maio e Conte. Per uno come il Capitano, bulimico di comunicazione, farsi battere in silenzio è forse lo sgarbo peggiore. Cinque a zero.

Il sesto punto, quello del gioco partita incontro? Toccherà aspettare qualche settimana, quando giurerà il prossimo governo. Senza la Lega e senza Salvini. Che voleva i pieni poteri e rischia di finire dritto all’opposizione, senza toccare palla. Sconfitto dal solito, vecchio, immortale democristiano.

Fonte

Linkiesta. It

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alfio stiro
Alfio Alfredo Stiro nasce in Sicilia a Catania il 22/01/1970, consegue la laurea in infermieristica presso la facoltà di Medicina e Chirurgia di Catania e successivamente il Master in Management delle Professioni Sanitarie. Master in osteopatia posturale presso l'universita di Pisa dipartimento di endocrinologia e metabolismo,ortopedia e traumatologia,medicina del lavoro. E scuola di osteopatia belga, Belso.ha frequentato numerosi corsi sull'emergenza, in servizio presso l’U.O. di Pronto soccorso e Ps pediatrico. Azienda Cannizzaro per l'emergenza di catania.

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