Correva l’anno 2010

“..È curioso che, a distanza di oltre vent’anni anni da una riforma epocale delle professioni sanitarie ex ausiliarie, si discuta ancora di una “superiorità funzionale” del medico a cui, inevitabilmente, dovrebbe corrispondere una inferiorità funzionale dell’infermiere, con buona pace del rispetto della reciproca autonomia professionale. Ed è sconfortante apprendere come la figura professionale dell’infermiere venga ancora tratteg-giata, appunto, come “esecutore materiale” da una parte e il suo operato sottoposto ancora al vaglio dell’art. 348 Cp in tema di abusivo esercizio di professione. Ecco che, allora, occorre precisare come gli ambiti professionali all’in-terno dei quali si muovono medici e infermieri siano del tutto distinti, occupandosi della malattia il medico e delle conseguenze della malattia e, dunque, della qualità della vita della persona malata, l’infermiere (Motta). Deve essere chiaro, in altre parole, che si discute di due ambiti distinti e specifici, ognuno con una propria dignità professionale e scientifica, dove il curare e il prendersi cura devono essere prerogativa di professionisti differenti che, pur integrandosi tra loro, mantengono sempre inalterate le loro sfere di autonomia professionale. Deve emergere, allora, il significato dell’essenza della professione infermieristica, ancora oggi troppo spesso confusa e scambiata per una professione ausiliaria al medico, e ciò secondo vecchi e superati modelli che vedevano e soprattutto volevano una infermieristica ancilla medicina.

Ma se è il medico che cura, e l’infermiere non ha nessun interesse a occupare spazi di cura che spettano professionalmente e normativamente al medico, deve essere riconosciuto all’infermiere lo spazio del prendersi cura del malato, convenendo che esiste uno specifico professionale dell’assistenza infermieristica, circa il quale il medico non può ingerirsi, semplicemente perché non ne ha le competenze. Ecco la vera rivoluzione copernicana: Le leggi parlano chiaro: le attività sono distinte e autonomeI presupposti postriforma del 1999troppo spesso occupati e preoccupati dalla (inesistente) intrusione dell’infermiere negli spazi medici, si corre il rischio di non censurare le intromissioni del medico in un campo che non è medico ma è, appunto, infermieristico, dove l’infermiere non è l’esecutore di atti decisi da altri, ma è il responsabile, tra le altre e a titolo esemplificativo, dell’identificazione dei bisogni di assistenza infermieristica e della ricerca degli strumenti, dei metodi, delle competenze e delle tecniche tese a fornire una risposta a tali bisogni. Se è indiscutibile che esistono atti medici esclusivi, o, forse più correttamente, atti sanitari praticabili in via esclusiva dal medico, deve riconoscersi come esistono atti sanitari praticabili in via esclusiva dagli infermieri, qualificabili atti infermieristici, circa i quali il medico non può intromettersi dal momento che sono di esclusiva competenza infermieristica. Oggi la professione infermieristica possiede una sua specifica identità professionale, un suo campo proprio di attività e di responsabilità e, quindi, di professionalità. Ne è prova quello che può essere definito lo statuto normativo dell’infermiere, che prende le mosse dal Dm 14 settem-bre 1994, n. 739, che definisce l’infermiere responsabile dell’assistenza infermieristica, indicando specificamente gli ambiti nei quali si manifesta la sua professionalità. E già una prima lettura del citato Dm pone il quesito sul come, e soprattutto su quali fondamenti professionali e giuridici, si possa attribuire al medico un ruolo di supervisore in un ambito che è solo ed esclusivamente infermieristico o, eventualmente, collaborativo laddove l’infermiere è chiamato a garantire la corretta applicazione delle procedure diagnostico terapeutiche. Quindi, il cambiamento normativo deve essere necessariamente letto a un livello ben più profondo, che vada oltre la lettura della semplice individuazione delle “mansioni” e giunga, al contrario, a cogliere l’essenza stessa dell’infermiere. Questo vuol dire comprendere come ci si trovi di fronte a un processo di maturazione professionale, formativo e giuridica che ha investito la professione oramai da 20 anni, ma le cui basi sono ben più risalenti. Il riferimento è anche alla legge 26 febbraio 1999, n. 42 che, nel sosti-tuire la denominazione “professione sanitaria ausiliaria” di cui al Tu sulle leggi sanitarie e in ogni altra disposizione di legge, ha espressamente proceduto all’abrogazione del mansionario di cui al Dpr 225/1974 ma, soprattutto, ha stabilito che le professioni sanitarie sono titolari di un campo proprio di attività.

Successivamente, la legge 8 agosto 2000, n. 251 manifesta in maniera esplicita il principio dell’auto-nomia professionale delle varie professioni sanitarie, tra cui ovviamente quella infermieristica, stabilendo come le attività professionali riconosciute agli infermieri vengano svolte con autonomia professionale mediante l’utilizzo di metodologie di pianificazione per obiettivi dell’assistenza. Inoltre, e ciò dimostra come sia proprio il legislatore a voler su-perare completamente il concetto di “dipendenza funzionale” dell’infermiere rispetto al medico, il medesimo articolo stabilisce che debba essere sviluppata dallo Stato e dalle Regioni, ciascuno nell’ambito delle proprie funzioni, la valorizzazione e la responsabilizzazione delle funzioni e del ruolo delle profes-sioni infermieristiche, attribuendo all’interno delle aziende sanitarie la diretta responsabilità e gestione delle attività di assistenza infermieristica e delle connesse funzioni proprio al personale infermieristico, mediante l’adozione di percorsi e di modelli di assistenza personalizzata. In altre parole si è assistito al passaggio, all’interno della professione infermieristica, da una condizione di eteronomia a una condizione di autonomia, ovvero da una condizione di dipendenza a una condizione di autonomia professionale. E questo comporta come necessariamente la responsabilità del processo assistenziale debba essere governata esclusivamente dall’infermiere. La conseguenza è che l’obbligo di protezione nei confronti del paziente, la cosiddetta posizione di garanzia, vada riconosciuta tanto in capo al medico quanto in capo all’infermiere, ciascuno in relazione all’osservanza delle proprie leges artis per la miglior tutela del bene salute del paziente. E il medico non sarà più titolare di una posizione di garanzia nei confronti dell’infermiere. Conseguentemente, l’autonomia professionale attribuita all’infermiere consente di escludere l’esistenza di un vincolo di subordinazione dell’infermiere stesso rispetto al medico (Pecennini F. La responsabilità sanitaria, Zanichelli, 2007). Dunque, non potendo fare riferimento alla giurisprudenza, (negli ultimi 20 anni ormai la giurisprudenza ha avuto modo di chiarire gli ambiti di responsabilità dell’infermiere ) che ancora non ha avuto modo e occasione di pronunciarsi appieno sugli argomenti in discussione, occorre fare riferimento alla scarna dottrina che, tuttavia, ha affermato come non sembrano più esistere spazi o aree di subordinazione dell’infermiere nei confronti del medico e come, addirittura, vi sia una netta separazione funzionale tra l’attività del medico e quella dell’in-fermiere, dominus assoluto e solitario della propria sfera di competenza (Ambrosetti F., Picinnelli M., Picinnelli R., La responsabilità nel lavoro medico d’équipe, Utet, 2003). Pertanto, ben può affermarsi come l’infermiere, e non il medico, sia l’unico professionista responsabile dell’attuazione di quel complesso di atti assistenziali prodotti dalle competenze intellettuali, relazionali e tecnico operative insite nel profilo professionale e derivanti dalla formazione, creando così un ambito di esclusiva pertinenza infermieristica, e circa il quale l’infermiere assumerà lui una posizione di garanzia nei confronti della persona malata, costituita da un’assistenza appropriata ed efficace, dall’utilizzo di strumenti operativi e dall’attuazione di metodologie per la personalizzazione dell’assistenza, con l’obiettivo di organizzare e gestire, appunto, le attività di assistenza infermieristica (e non medica, quindi). Ancora una volta, dunque, occorre domandarsi, e forse è questo il vero nocciolo della questione, come possa il medico supervisionare il percorso di presa in carico dal punto di vista assistenziale della persona malata, andando così a incidere su percorsi, quali ad esempio la complessità assistenziale, che costituiscono l’essenza della professione infermieristica. È pacifico, dunque, che se questo ora rappresentato è il nuovo sistema professionale e giuridico all’interno del quale si muove l’infermiere del terzo millennio, occorre distinguere tra interventi infermieristici in
Autonomi e interventi infermieristici “su prescrizione medica”, come già accennato sopra, laddove su prescrizione medica non può significare su controllo o supervisione del medico ma piuttosto, in maniera ben più complessa e articolata, come l’infermiere, in collaborazione appunto col medico, garantisce e quindi assicura la corretta applicazione delle procedure diagnostico-terapeutiche, assumendosi lui la diretta responsabilità di tale correttezza. In conclusione, occorre ribadire come gli infermieri in-nanzitutto, ma poi i medici, i giuristi e i giudici, questi ultimi che saranno chiamati a giudicare i comportamenti dei professionisti, debbano avere ben chiaro che l’infermieristica è una scienza unica, forse troppo giovane per essere compiutamente compresa e accettata come tale, con un proprio campo d’azione individuato dalle teorie del nursing e dai modelli concettuali circa i quali diventa davvero difficile comprendere come il medico possa vantare il ruolo di supervisore nell’ambito di una scienza che, appunto, non gli appartiene. La preoccupazione è vedere una parte della dottrina giuridica e della giurisprudenza, oltre che della classe medica, arroccata e ancora fortemente radicata a vecchi, desueti, superati concetti di ausiliarietà, e conseguente perseverare in maniera ostinata a identificare ancora l’infermiere come un ausiliario del medico, che presta assistenza al medico quando invece, oggi, l’infermiere è un professionista dotato di un proprio specifico professionale, proteso verso il paziente e orientato a fornire assistenza al paziente stesso, nell’ambito di sistemi sanitari complessi che devono ne-cessariamente prendere atto di tale trasformazione e, conseguentemente, modificare i loro assetti interni.

Redazione NurseNews

Giannantonio BarbieriAvvocatoSole 24 Ore Sanità, n. 30-31/20..”

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alfio stiro
Alfio Alfredo Stiro nasce in Sicilia a Catania il 22/01/1970, consegue la laurea in infermieristica presso la facoltà di Medicina e Chirurgia di Catania e successivamente il Master in Management delle Professioni Sanitarie. Master in osteopatia posturale presso l'universita di Pisa dipartimento di endocrinologia e metabolismo,ortopedia e traumatologia,medicina del lavoro. E scuola di osteopatia belga, Belso.ha frequentato numerosi corsi sull'emergenza, in servizio presso l’U.O. di Pronto soccorso e Ps pediatrico. Azienda Cannizzaro per l'emergenza di catania.

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