ricoverata in ospedale e priva della capacità di muoversi, e poco dopo una seconda mail di sua nipote che scrive: “Questa lettera, nella situazione in cui si trova, è diventata una specie di ragione di vita. Maria ha impiegato le poche energie residue che ha per scriverla e vederla pubblicata per lei significherebbe avere un piccolo segno che è ancora al mondo”. Giovanni, suo marito, ha mandato la foto che vedete: risale ai giorni in cui Maria stava bene, ridente. Ecco la sua lettera.

“Sono da un mese ricoverata all’ospedale San Camillo di Roma. Passo le giornate sdraiata sopra un letto super tecnologico, costretta a non poter muovere neppure un piede da sola. Mi piacerebbe almeno avere l’occasione, con questa lettera, di ringraziare tutto il personale dell’ospedale dove sono ricoverata, i portantini, gli infermieri, i medici e tutti coloro che hanno a che fare con noi pazienti giorno e notte. Svolgono un lavoro fondamentale, rendendo questo soggiorno un po’ più sopportabile. Lo fanno davvero con grande professionalità, umanità e gentilezza, nonostante le difficoltà che incontrano quotidianamente”.

“C’è un fatto di cui mi sono resa conto durante queste settimane. Le persone che lavorano nell’ospedale dove mi trovo sono poche e faticano a coprire i turni. Non so da chi dipendano le scelte sull’organizzazione del lavoro, se dalle istituzioni o dai dirigenti, e non so nemmeno se chi decide abbia chiaro quanto siano importanti le persone che si prendono cura dei pazienti, la loro lucidità e serenità”.

“A me pare che in questo ospedale si sia scelto di investire nell’acquisto di macchinari all’avanguardia e strumenti tecnologici di ultima generazione, ma non altrettanto sulle persone. Eppure un computer, soprattutto qui dove mi trovo, non potrà mai risolvere tutto. Nessuna tecnologia può aiutarmi a cambiare i pannoloni e certo nessuna tecnologia dovrebbe essere usata come pretesto per diminuire il personale, che anzi è sempre più necessario”.

“Mi accorgo ad esempio che spesso, soprattutto di notte, pochissimi infermieri, a volte da soli, devono assistere interi reparti, rispondendo a più pazienti nello stesso momento, con un enorme carico di responsabilità. Chi decide su assunzioni e licenziamenti lo sa che chi sostituisce le lenzuola dei pazienti ha un orario di lavoro? E lo sa quante lenzuola deve sostituire in poco tempo, sentendo contemporaneamente i malati che esprimono le loro esigenze? Che succede se di notte un infermiere, da solo in un reparto, si sente male, magari dopo aver lavorato per troppe ore di seguito?”.

“Sono queste le domande che mi faccio da paziente. E vorrei che si soffermasse a considerarle anche chi decide come si deve gestire la sanità pubblica. Perciò spero che questa lettera possa essere pubblicata e che sia d’aiuto e a chi ogni giorno si prende cura di me”. Maria ringrazia tanto per aver accolto “il punto di vista di chi è costretto a letto”: a proposito di Sanità, di come funzionano gli ospedali pubblici, crede che sia molto importante – quando si prendono decisioni – “mettersi soprattutto nei panni dei malati e di chi lavora con loro, per loro”.

Lettera del 2017.
Sembre molto attuale
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alfio stiro
Alfio Alfredo Stiro nasce in Sicilia a Catania il 22/01/1970, consegue la laurea in infermieristica presso la facoltà di Medicina e Chirurgia di Catania e successivamente il Master in Management delle Professioni Sanitarie. Master in osteopatia posturale presso l'universita di Pisa dipartimento di endocrinologia e metabolismo,ortopedia e traumatologia,medicina del lavoro. E scuola di osteopatia belga, Belso.ha frequentato numerosi corsi sull'emergenza, in servizio presso l’U.O. di Pronto soccorso e Ps pediatrico. Azienda Cannizzaro per l'emergenza di catania.

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